domenica 10 gennaio 2021

VACCINO E POLEMICHE

 


GUARDARE OLTRE

L’Italia è il primo paese per numero di vaccinazioni anti covid. Questo dato ha sconcertato profondamente Matteo Salvini, che da Palermo ha chiesto con energia le dimissioni del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, da lui considerato l’unico responsabile di questo dato. Al di là delle scelte dell’opposizione, però, noi comuni cittadini dobbiamo tranquillizzarci da questo dato, la malattia può essere debellata, lo sforzo congiunto delle varie autorità statuale e, soprattutto, del personale medico e paramedico può fermare una epidemia che in Italia ha segnato profondamente la vita di molti e ha portato tanti lutti. Ancor oggi i cittadini che vivono in particolare in regioni come il Veneto, la Lombardia, la Liguria e il Piemonte sono segnate dal lutto. In Veneto, ad esempio, i dati di oggi sono gli stessi, tragici, di marzo aprile dell’anno scorso, come se nulla fosse cambiato. Allora affidarci al vaccino appare l’unica via di salvezza. L’unica speranza di uscire da un tunnel che sembra senza fine. Ecco perché la campagna di profilassi e di vaccinazione deve servire per guardare oltre. Dobbiamo vivere nella certezza che ci sarà un domani senza Corona Virus, e quel domani è prossimo a venire. Dobbiamo vaccinarci. Dobbiamo fare presto. Dobbiamo vincere il morbo. Poi ci sarà tempo per l’azione politica, per l’impegno della Lega e della destra contro la campagna vaccinale contro lo strapotere dei giudici che agiscono contro il popolo da Milano a Palermo. Però Guardiamo oltre. Pensiamo a vincere il male. Pensiamo a scacciare il Corona Virus. Vacciniamoci. Poi ci sarà tempo per onorare gli eroi della destra, i tanti che sono schiavi del potere giudiziario.

 

venerdì 8 gennaio 2021

PARLANDO DI COSTITUZIONE



ARTICOLO 91 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

“Il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune”

Il Presidente della Repubblica appena eletto dal Parlamento in seduta comune deve prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione. Questo gesto è da compiere davanti allo stesso organo che lo ha votato, che lo ha voluto come primo cittadino del paese. È un atto di rispetto verso l’assemblea che rappresenta l’intero popolo italiano e che ha l’onere, fra gli altri, di eleggerlo alla somma carica del paese. Il messaggio alle camere è uno dei pochi strumenti di esternazione del pensiero dell’inquilino del colle. È uno dei pochi atti che non deve essere controfirmato dal ministro proponente. La sua forma orale lo priva di ogni strumento di controllo la parte dell’esecutivo, al pari del tradizionale messaggio alla nazione che il presidente della repubblica fa il 31 dicembre di ogni anno. Il presidente approfitta della sua presenza in Parlamento per esprime il suo pensiero sulla situazione del paese e sulle linee guida che caratterizzeranno il suo futuro mandato nei prossimi sette anni, la durata del suo mandato. È d’obbligo precisare che il discorso d’insediamento del Presidente della Repubblica è stato introdotto dalla prassi istituzionale. Da sempre, ogni Presidente neoeletto dice cosa pensa davanti al Parlamento. La Costituzione impone solo che questi presti giuramento, ma il bisogno di segnare le linee future dell’assetto costituzionale ha spinto i presidenti ad esprime il proprio pensiero in concomitanza dell’atto di fedeltà alla patria. È d’obbligo ricordare che il giuramento non è un atto meramente formale. Dopo tale gesto il presidente assume pienamente le sue funzioni. Se viene meno a tale promessa, può e deve essere incriminato per alto tradimento della patria dallo stesso parlamento in seduta comune che lo ha eletto e poi giudicato dalla Corte Costituzionale. Il presidente si assume una responsabilità grandissima. Si obbliga a servire la repubblica con spirito di servizio e di abnegazione. A questo punto occorre chiarire che il messaggio alle camere può essere utilizzato per delineare la situazione del Paese. Spesse volte il Presidente della Repubblica approfitta della circostanza per delineare quali siano le sfide che l’intera nazione deve affrontare. Il discorso non è di parte, non è meramente politico, contempla temi di alta politica costituzionale. Intendo con tale definizione una dissertazione sulle grandi questioni del paese, sulle tematiche che stanno a cuore all’intera cittadinanza, a senza entrare nel dettaglio sulle puntuali azioni operative, compito che spetta alle forze politiche che governano. Il Presidente della Repubblica deve riuscire a farsi interprete del grande disegno costituzionale voluto dai nostri padri della patria. Deve far comprendere quali sono le linee guida e i valori fondanti che devono essere il perno del paese. Deve mettere in disparte la sua persona e il suo pensiero per farsi interprete dell’anima della Repubblica, quello spirito pubblico e di servizio che deve animare tutta la nazione. È chiaro che questo compito di esternazione dello spirito nazionale è estremamente delicato. Riuscire a compiere il proprio atto di servizio alla Repubblica, senza diventare partigiano senza entrare nell’agone politico è uno dei delicati compiti del Presidente della Repubblica. Ricordiamo le polemiche e gli insulti di Lega e Forza Italia verso il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che durante la sua presidenza non avrebbe ascoltato la volontà popolare che chiedeva a gran voce che fosse Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Siamo negli anni ’90 del secolo scorso. Il governo Berlusconi è appena caduto. Oscar Luigi Scalfaro prova a sondare il parlamento per appurare se vi è la possibilità di formare un nuovo governo, ci riesce. A destra partono gli insulti egli improperi. Non essere andati alle elezioni per ridare la maggioranza al partito di Silvio Berlusconi è considerato un colpo di stato. La Costituzione, invece, impone al Presidente della Repubblica di usare il potere delle camere con enorme discrezione, solo nel caso di impossibilità assoluta di formare un nuovo governo. Il presidente della Repubblica Scalfaro in quel caso a mantenuto fede al giuramento prestato alla Repubblica, anche se è stato oggetto di insulti. Quando morì la tifoseria calcistica di Verona fece cori di insulti verso di lui. Ricordiamo che da sempre vicina alla Lega e a Forza Italia, tanto che oggi il capo ultras veronese è braccio destro del segretario leghista Matteo Salvini.  Un segno di disprezzo per un servitore dello stato.

Una postilla. Abbiamo parlato del potere di esternazione del Presidente della Repubblica. Tale potere consiste nel tenere discorsi alla nazione. Non è un potere illimitato. Il presidente, in quanto rappresentante dell’intera comunità nazionale, deve esprimersi con estrema parsimonia e curando di non mostrarsi partigiano. I suoi discorsi devono essere volti ad esaltare i valori di solidarietà e comunanza che albergano nella Costituzione e dovrebbero essere i moti d’animo che spingono le azioni di tutti i cittadini italiani. Il potere di esternazione è quindi estremamente delicato. Il presidente deve stimolare e anche bacchettare, se è necessario, il popolo e la classe politica. Non deve mai superare i limiti istituzionali imposti dal decoro e dal rispetto delle leggi e delle consuetudini. Il Presidente della Repubblica, come abbiamo visto, parla al parlamento in seduta comune e alla nazione quando presta giuramento. Il presidente parla quando deve presenziare manifestazioni ufficiali. Esprime le proprie idee davanti ai capi di stato e alle delegazioni straniere, quando le deve ricevere o deve spostarsi in altri stati per viaggi ufficiali. È chiaro che tutte le forze politiche e tutti noi cittadini abbiamo il diritto di criticare e di censurare ciò che dice e scrive. È un principio sacrosanto. Anche il primo cittadino della nazione deve essere sottoposto al giudizio critico di tutti. Quello che lascia perplessi  è la scelta un po’ irritante di alcune formazioni politiche e dei loro elettori di boicottare sistematicamente il discorso del presidente di fine anno. Addirittura Beppe Grillo, fondatore del Movimento Cinque Stelle, primo partito del paese, fa un contro discorso in concomitanza con quello del Quirinale. Questi atti li riteniamo censurabili, non certo per la legittima critica alla persona del presidente, legittima. Ma per la neanche tanto velata offesa alla carica della Presidenza della Repubblica che sottende. Il Presidente della Repubblica, chiunque sia a ricoprire il ruolo in un determinato frangente storico, deve essere ascoltato e ovviamente criticato, ma non si può arrogarsi il diritto di sostituirsi a lui, come fa Beppe Grillo. Se Grillo sarà presidente della repubblica terrà il discorso alla nazione il 31 dicembre. Ma quello che compie in questi anni sul sito web in concomitanza con quello del Quirinale ci sembra uno sgarro non a Sergio Mattarella o a Giorgio Napolitano, ma una mancanza di rispetto verso un rito repubblicano che ha decenni di tradizione. Detto questo non vogliamo in alcun modo svilire il ruolo politico importantissimo del m5s, non potremmo neanche farlo, visto il successo elettorale. Vorremmo solo che ci fosse un rispetto verso non solo le persone ma anche le istituzioni. 

DANTE

 


DANTE

Quest’anno ricorre il settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri. Il poeta è morto la notte fra il 13 e il 14 settembre del 1321. È spirato a Ravenna ospite di Guido Novello da Polenta. Dante contrasse la malaria, allora terribile morbo sterminatore, durante il viaggio in cui aveva portato un’ambasciata di Guido Novello al senato di Venezia. Era una proposta di pace. Una proposta di compromesso che doveva salvaguardare gli interessi marittimi del ravennate con quelli della potenza navale veneta. Molti critici hanno ampiamente discusso sul perché fu affidato proprio al poeta un tale compito. È certo che l’autorità morale e culturale di Dante era già indiscussa quando era in vita. L’esule fiorentino era rispettato e venerato dai dottori dell’università di Padova. Appare chiaro che il piano ordito da Guido era quello di utilizzare l’arte dialettica di Dante per porre le basi di una serena convivenza fra due interessi comunali contrapposti. Bisogna dire che la intermediazione dell’Alighieri riuscì, ma quel suo successo diplomatico gli costò l’abbandono delle sue spoglie mortali, in età certo allora considerata avanzata, aveva 51 anni. Ma da lui stesso considerata non adatta a raggiungere i cieli. Infatti llo scrittore si era dichiarato nel 1300, a 35 anni, nel mezzo del cammin di nostra vita, ricordiamo l’incipit fenomenale della prima cantica della Divina Commedia. Quindi appare naturale che per lui l’ascesa al cielo fosse una prerogativa naturale degli ultra settantenni. Ma la malaria anticipò il suo incontro spirituale con Dio, incontro già avuto letterariamente con la scrittura della Divina Commedia. Ricordiamo i versi dell’ultimo canto del paradiso, in cui Dante racconta il difficile scrivere della magnificenza divina a lui rilevata: oh quanto è corto il dire e come fioco //al mio concetto! E questo, a quel ch’i vidi, // è tanto, che non basta a dicer «poco».// O luce etterna, che sola in te sidi, // sola t’intendi, e da te intelletta// e intendente te ami e arridi.

Dante Alighieri, pur consapevole della pochezza umana che non può descrivere Dio, prova, e per noi umili lettori riesce sublimante, a descrivere il mistero della divina Trinità che vive d’amore l’uno per l’altro delle tre persone di cui è composta. L’amore infinito, che scaturisce dalla perfetta armonia divina, si espande e si diffonde nell’universo, fino a raggiungere i mortali. L’armonia ricercata dagli esseri umani è insomma l’incessante bisogno dell’anima di imitare l’inimitabile. Amare, per l’umanità peregrina sulla terra, vuol dire essere partecipe dell’immortalità del divino. Ecco perché l’amore per Dante è il motore fondamentale della storia. L’elemento che può portare alla perdizione, se chi se ne fa interprete ripudia i messaggi benefici della divina provvidenza, ricordiamo la disperazione di Paolo e Francesca. Ma è l’elemento indefettibile del rapporto divino. Non ci può essere redenzione, non ci può essere salvezza, non si può contemplare il divino senza l’amore. Ricordiamo a tal proposito che San Bernardo nella sua preghiera a Maria che è l’inizio del XXIII canto del paradiso dice: nel ventre tuo si riaccese l’amore // per lo cui caldo nell’etterna pace// così è germinato questo fiore. Insomma l’amore è il benefico unguento dei dolori umani, e la via della redenzione e del paradiso, se, come ha fatto Maria, lo si vive come il tangibile tocco nel modo della visione provvidenziale divina. Si può amare il propri innati desideri di potenza, come fecero Adamo ed Eva mangiando dell’albero del bene e del male, oppure si può amare il benefico intervento di Dio nel Mondo, come fece Maria. Dante è chiaro. Si può scegliere. Ma l’unico modo per giungere alla felicità è agire secondo giustizia, cioè fare ciò che il Signore ha scelto che fosse il nostro compito. Ecco perché Maria è “Vergine madre, figlia del tuo figlio,//Umile e alta più che creatura, //termine fisso d’etterno consiglio, // tu se’ colei che l’umana natura// nobilitasti sì, che ‘l suo fattore// non disdegnò di farsi fattura”. Ho citato un altro passo della preghiera di San Bernardo alla Vergine scritta da Dante Alighieri nel Trentesimo terzo Canto del Paradiso. La preghiera forse più bella che essere nato da carne abbia mai scritto.

Allora che dire. Ricordando la morte di Dante Alighieri, avvenuta settecento anni fa, non possiamo che ricordare il suo racconto di fede della divina salvezza. Il poeta ha indicato a noi, suoi lettori, una strada di redenzione. L’esiliato, il peregrino di Firenze, lui che fu cacciato dalla sua città perché fedele alle sue convinzioni politiche e alle sue certezze morali, indica a noi che viviamo il XXI secolo un percorso interiore che ci conduce alla perfetta integrità intellettuale e alla giustizia che si esplicita nell’amore fraterno. Noi possiamo anche dubitare dell’esistenza del divino. Io sono cristiano, ma bisogna rispettare chi ha dubbi. Ma quello che deve rimanere patrimonio comune dell’intera umanità è la ricerca spasmodica di Dante Alighieri di quell’amor che move il sole e le altre stelle. Ricordiamo l’ultimo verso della Divina Commedia. Insomma l’insegnamento dantesco è che l’unica arma per costruire un sistema di convivenza sociale in cui tutti sono felici è lo spasmodico, indefesso, ricercare l’amore. L’amore non muove solo gli astri, muove la vita di tutti noi. Ecco perché celebriamo Dante, perché tutta la poetica dantesca è un continuo rimandare ad un’armonia di cui tutto il globo terraqueo ha bisogno.

La notte fra il 13 e 14 settembre 1321 la vita terrena di Dante è finita. Ma quello che non è finito è il suo lascito, che è  eterno. Dante ci ricorda che la vita per essere vissuta deve essere colma di passioni, passioni positive, passioni che sono l’esplicitazione della salvezza divina. Ecco perché a sette secoli dalla sua morte il suo messaggio, la sua poetica, è ancora un palpito che dà vita e senso all’intera esistenza.

giovedì 7 gennaio 2021

IL PRESIDENTE DEGLI USA

 


COSA è LA DEMOCRAZIA?

La rivolta in America contro il voto del Presidente degli Stati Uniti avvenuta a Washington ieri, 06/01/2021, è senza precedenti. Migliaia di persone hanno varcato le soglie del Congresso, non autorizzati, per dire che il vero presidente degli USA non è Joe Biden, il vincitore delle elezioni, ma è l’ormai presidente uscente Donald Trump. Per i suoi sostenitori e per lui stesso vittima di un complotto ordito da fantomatici cospiratori antiamericani. Incuranti della pandemia, incuranti dei pericoli sociali che una rivolta così marcata può provocare, alcuni elettori Repubblicani, il partito di Trump, sono scesi in piazza per manifestare il loro convincimento che l’ultima elezione presidenziale è stata truccata.

A me, che da sempre guardo al sistema elettivo americano come un modello di trasparenza e di garanzia istituzionale, appare scioccante l’atto di rivolta avvenuta ieri. Abbiamo ancora a memoria l’atto di Al Gore, che pur con ampi dubbi su eventuali brogli, dichiarò di aver perso le elezioni e di riconoscere il suo rivale George W. Bush quale Presidente degli Stati Uniti, siamo nel 2000. Ricordiamo l’accettazione della vittoria di Donald Trump da parte di Hillary Clinton, pur avendo ottenuto più voti popolari del suo antagonista, ma in nome del rispetto della legge elettorale americana che consente a chi ha meno consensi di diventare presidente, se avvengono determinati incastri elettorali, possibili in un sistema uninominale secco come quello americano. Per tornare indietro di decenni, anche l’elezione di John Fitzgerald Kennedy nel 1960 ebbe alcune macchie di illegalità, addirittura si parlo dell’intervento della mafia a favore del candidato Democratico, ma il suo antagonista, il Repubblicano Richard Nixon, accettò l’esito e riconobbe la vittoria di JFK. La scelta di non contestare le elezioni presidenziali in USA è insomma una prassi che caratterizza quella democrazia. Ora l’elezione di Biden, avvenuta nel 2019, non è affatto contestabile. I riferimenti di Trump a una (sua) vittoria scippata sono pretestuosi, alla luce dei conti fatti sia dal sistema elettorale statunitense sia dalle corti locali, che dalla Corte Suprema e dal Senato, tribunale di ultima istanza per le elezioni presidenziali. Bisogna aggiungere che il Senato che ha dichiarato la vittoria di Biden era fino ad oggi a maggioranza Repubblicana, cioè del partito del presidente uscente Donald Trump. Allora appare realmente un atto eversivo, come afferma la gran parte della stampa americana, l’atteggiamento assunto da Trump e da un gruppo, seppur minoritario, di suoi elettori, che ieri, 06/01/2021, sono arrivati ad assaltare ed occupare l’ufficio del Presidente della Camera degli States, Nancy Pelosi.

Il sistema elettorale americano, come tutti i sistemi elettorali, non è perfetto. Noi italiani conosciamo molto bene gli effetti perversi prodotti da leggi elettorali mal funzionanti. Possiamo benissimo comprendere lo sconcerto degli americani di fronte a certi esiti elettorali dubbi. Ma la democrazia, il sistema elettorale, è senza dubbio il modello migliore e meno latore di dolori per la società che permette a qualcuno di salire al potere. Contestarlo appare poco accorto, può mettere le basi per atti inconsulti e autoritari. Speriamo che ciò negli USA non avvenga. Che dire? Trump dovrebbe ammettere la vittoria di Biden e, al limite, preparasi per la prossima campagna presidenziale fra quattro anni. Anche se, occorre dirlo, anche questa sarebbe un’anomalia, difficilmente un ex presidente americano si ricandida, dopo una sconfitta, è successo a Delano Roosvelt di candidarsi una terza volta, non da perdente fra l’altro, ma era la prima metà del secolo scorso, un’eternità è trascosa da quel tempo. Comunque una nuova candidatura di Trump non sarebbe un atto contro il diritto e la costituzione, come è la sua non accettazione della vittoria di Biden. Allora cosa è la democrazia? La risposta dovrebbe essere: quel sistema elettorale in cui a tutti è permesso di dire la propria opinione, ma senza usare non solo la violenza ma anche un atteggiamento di prevaricazione.  È permesso a chi ha la maggioranza dei consensi di governare, ma non di comandare. È permesso di contestare l’esito di determinate elezioni, ma non di mettere in discussione l’ossatura del sistema democratico. Trump ha presente questi principi? Se li avesse, dovrebbe fare un passo indietro.. ma la folla, il suo elettorato, sembra non voglia.

mercoledì 6 gennaio 2021

ESSERE O NON ESSERE

 


AMLETO

La tragedia di William Shakespeare “Amleto” è una delle opere letterarie fondamentali nella storia dell’intera umanità. Il motivo è che il racconto è l’esplicazione della tensione umana alla ricerca del Vero, che manifestamente diventa irraggiungibile . La storia è ispirata a un episodio reale del regno di Danimarca. Siamo nel XVI secolo, nella capitale Elisora si piange la morte del re da poco morto. Sulle Torri che cingono il castello il monarca, diventato fantasma, appare al figlio Amleto. Qui inizia la tragedia shakespeariana. Il padre, dolente, racconta al proprio primogenito di come la madre  abbia ordito un complotto per ucciderlo in combutta con il fratello del monarca, Claudio, al fine di prendersi il trono. Amleto è deciso ad indagare. Lo fa chiedendo a dei saltimbanchi di rappresentare a palazzo una tragedia intitolata “L’assassinio di Gonzago”, la cui trama racconta di vili tradimenti familiari. Dopo la recita costringe la madre a confessare. Ma dietro una tenda sente un brusio, pensa che sia lo zio Claudio e impugna la spada e trafigge il cuore, ma l’ucciso non è il fedigrafo ma è il padre della sua amata Ofelia, Polonio. A questo punto la situazione precipita. Dal punto di vista della politica del regno, si vive la grave minaccia del re di Norvegia Marcello, deciso a riconquistare i territori che furono del padre Fortebraccio. Dal punto di vista della tenuta istituzionale interna, si fa manifesto il tradimento dello zio Claudio e della madre Gertrude. Ofelia si lascia morire, disperata a causa della notizia avuta della morte del padre per mano dell’amato Amleto. L’altro figlio di Polonio, Laerte, decide di allearsi con Marcello nella speranza di riportare ordine in Danimarca, abbattendo il regno di Amleto, e, soprattutto, così di vendicare il padre. Intervengono a cercare di moderare due nobiluomini, amici di studio di Amleto,  Rosencrantz eGuidenstern. Il loro adoperarsi è un fallimento, la loro presenza scenica è fondamentale per capire l’animo di Amleto, figura centrale della letteratura mondiale. È allo stesso tempo crudele monarca, al pari degli altri personaggi di potere della storia, ma anche uomo di coscienza alla disperata ricerca del proprio essere e della sua essenza di persona buona. È l’esplicitazione del fallimento umano, il continuo cercare la serenità propria ed altrui che si concretizza in lutti e tragedie. Amleto da giovane studente ambisce a una felicità totale, fatta di serenità e fruttuoso rapporto affettivo con gli altri. È destinato a vedere sbriciolare le sue ambizioni di uomo felice, piangendo la morte della amata Eufelia. Davanti a tale orrore non può che scegliere di morire, di bere e di offrire il terribile veleno alla propria madre, la causa dei tanti lutti e dolori, la ragione della morte del proprio padre. Alla fine dell’opera il re di Norvegia, Marcello, venuto in Danimarca per sconfiggere quello che lui considerava il perfido Amleto, non può che guardare inorridito il povero corpo del principe di Danimarca, disteso inerte sulla tomba di Eufelia, che si è suicidato dopo aver posto fine alla vita della propria madre. Difficile non sentire smarrimento guardando la tragedia “Amleto”. Il tema della morte è presente e si fa centrale nel racconto. I personaggi sembrano essere condannati a un viaggio negli abissi, in cui la dipartita dal mondo non solo sembra essere l’unico percorso possibile in questo orrore della conoscenza e della coscienza, ma anche una fattiva liberazione dal dolore della vita. Essere o  non essere, il famoso monologo di Amleto che deve scegliere di suicidarsi è la lampante manifestazione del dolore che comporta l’esistenza e della irreparabilità della morte, La vita è angoscia ed è patimento. Ma la morte non è la liberazione. È il naturale compiersi della vita, è un aggiungersi tragico di dolore al dolore. La sofferenza non finisce mai. Ecco il messaggio tragico di Shakespeare. L’amore è una lieve carezza che i toni fugaci della brezza che dura un attimo, mentre il caldo e l’arsura della solitudine è perenne. È un momentaneo ristoro al dolore, che appena sparito, ricordiamo la tragica morte di Eufelia, acuisce ancor maggiormente il dolore d’esistere. I sentimenti anche più puri, ad esempio il sentimento di filiale amore di Amleto per il padre, portano solo dolore e morte. L’unica cosa che esiste e persiste nella sua aurea di verità e certezza è la giustizia. Una giustizia che è portata da fuori, è portata da un re straniero, Marcello. Ma la giustizia non può lenire i dolori del cuore, Amleto muore prima che giunga a manifestare il suo potere sulle istituzioni terrene, a peritura prova che le leggi sociali non possono ordinare e lenire i sommovimenti della coscienza interiore di ognuno. Però la giustizia può riordinare i rapporti intersoggettivi. Pensiamo che il ritorno dell’ordine politico in Danimarca per opera di Marcello non abbia certo messo fine ai sommovimenti e alle passioni dei singoli, ma abbia portato pace nelle relazioni istituzionali e riportato un sano governo dello stato. Amleto è il principe del turbamento dell’animo umano. L’inconscio, che Sigmund Freud indagherà secoli dopo, è magistralmente incarnato da lui. Noi rimarremo sempre affascinati e turbati dalle sue passioni così profondamente umane e quindi simili, se non uguali, alle nostre. Ma la speranza è in Claudio, nell’ordine costituito e costituente che riesce a trovare regole di convivenza anche fra cuori in sommovimento e animi turbati. Insomma Amleto è l’Ego che si fa travolgere dall’Es e dall’inconscio. È la parte di noi che quando si trova davanti alle emozioni non riesce a governarle e preferisce l’oblio. È l’autenticità del cuore, travolto dall’eccessivo dolore. È tutti noi quando ci troviamo di fronte a un evento  ineluttabile e insuperabile, un lutto ad esempio. Per questo motivo amiamo Amleto. Ma bisogna credere che l’ordine razionale, le regole sociali, alla fine potranno portare un piccolo soccorso al dolore esistenziale. Ci sarà un re di Norvegia che porterà un pò d’ordine nella nostra Danimarca che è l’anima.

EPIFANIA

 


EPIFANIA

Il termine EPIFAINOMAI è un verbo greco che vuol dire manifestarsi. È un verbo riflessivo. Cioè indica l’atto che rivela se stesso agli altri. Cioè è Gesù Bambino che rivela al mondo, in questo giorno di festa, la sua natura. Ma qual è la natura di Gesù? L’Emanuele è allo stesso tempo Dio, perché è parte della Trinità, è Re, perché discendente dalla stirpe di Davide, ma è anche umile neonato nato da una fanciulla di umili origini, Maria. Queste tre essenze sono manifestate dal piccolo venuto al mondo più di duemila anni fa nella grotta di Betlemme. È queste si ricordano, e si festeggiano, questo giorno.

Secondo i vangeli sono venuti alla mangiatoia, ove il bimbo era deposto, per contemplare i pastori, le persone più in basso nella scala sociale. Erano le persone come me, come noi. I derelitti, gli isolati, gli infelici. Coloro che sono espulsi dal consesso pubblico. I pastori sono la feccia della società. Oggi i pastori sarebbero i disabili, i malati, ma anche i carcerati, i diseredati, coloro che sono al margine del consesso sociale. È a loro che Gesù appare. A loro Gesù dà una speranza, una possibilità di riscatto. Ma Gesù appare anche ai Magi. Chi sono costoro? Certo dei potenti, lo dice la parola stessa mago, che probabilmente indica nei tempi classici una casta sacerdotale mesopotamica, legata forse alle dottrine di Zoroastro. Un sapiente mesopotamico vissuto poco prima della nascita di Gesù, molto spesso paragonato al Salvatore, proprio per il suo messaggio escatologico, di salvezza universale, paragonabile a quello del Cristianesimo. I magi insomma sarebbero la incarnazione della scienza e della dottrina speculativa umana che si prostra alla venerazione del divino, incarnato in Gesù. Insomma,tenendo comunque presente le diverse epoche storiche, i Re Magi avrebbero lo stesso ruolo che il poeta Virgilio ha nella Divina Commedia di Dante. Sarebbero coloro che inducono la speculazione umana a farsi umile per accogliere il messaggio di salvezza divino. Come Virgilio conduce Dante a visitare l’Inferno e il Paradiso per, al fine, abbracciare la Teologia, allegoricamente incarnata da Beatrice, così i Magi, seguendo la stella, percorrono e indicano una strada di fede ai cultori della scienza. Insomma i pastori indicano coloro che dal basso capiscono la potenza del divino fattosi bambino con la potenza del cuore attraverso cui Dio si manifesta agli uomini. I magi invece sono la Cultura che intuisce che da sola non può spiegare le regole dell’universo, ma deve inchinarsi davanti alla possanza del divino. Ecco perché i magi regalano al bambino l’oro, il segno della regalità ma anche della generosità. Regalano l’incenso, il simbolo del divino, ma anche la manifestazione del bisogno dell’uomo ad anelare alla trascendenza. Come l’incenso diventa profumato se viene bruciato e diventa fumo, così l’uomo e la donna manifestano il meglio di sé se vivono la propria vita come strumento per venerare il celeste e per contemplarlo. La mirra che cosa vuol dire? Prima di tutto è un presagio triste, si prefigura la morte di Gesù, infatti la mirra è l’unguento che si usava per preparare i morti alla sepoltura, ma allo stesso tempo è simbolo di amore e di cura verso l’altro, la Mirra era anche l’olio che i coniugi, nella cultura ebraica, utilizzavano per prepararsi al talamo nuziale, come testimonia il cantico dei Cantici, uno dei libri più interessanti della Bibbia, dell’Antico testamento. Insomma la Mirra è prefigurazione dell’amore infinito e immortale che Dio, attraverso Gesù, ha per gli uomini. Come lo sposo cosparge di mirra  la sposa, Gesù utilizza l’unguento per sposare l’intera umanità. Insomma la Mirra è il simbolo dell’amore imperituro di Dio, ma allo stesso tempo deve essere epifania, il manifestarsi, dell’amore reciproco fra ogni essere vivente.

Insomma i Magi regalarono tre doni a Gesù. Gesù li regala a noi. Ci regala l’oro, cioè il valore assoluto della reciproca solidarietà, che si manifesta nella carità. Dice San Paolo: se ho la carità nulla mi manca. Ci regala l’incenso, il bisogno di adorare e di comunicare con Dio. Ci regala la Mirra: la scoperta del valore assoluto dell’amore vicendevole fra le persone, oserei dire anche la scoperta dell’amore fra uomo e donna come la manifestazione dell’amore di Dio, Allora pensiamo a questo 6 gennaio come un momento importante per riflettere. Come possiamo trasformare questi doni (l’oro, l’incenso e la mirra) in strumenti per migliorare la vita di tutti e di ognuno? Imparando a donarci vicendevolmente, a metterci in ascolto e a servizio del nostro prossimo, di chi ci sta vicino. Impariamo il valore della serenità. Impariamo a scoprire l’altro non come un mezzo, ma un fratello da amare. Anche in questi mesi in cui il Corona Virus ci ha indotti a ridurre i rapporti interpersonali, ci ha costretti a rinunciare a toccarci, a stringerci le mani, a darci un bacio, riscopriamo il valore assoluto che ha l’altro per la nostra crescita personale e della nostra anima. Scopriamoci pastori, andati a portare doni e cibo a un bambino che era nato negli stenti, che invece sono stati loro sfamati di fede e di speranza, andando alla grotta di Betlemme. Ecco cosa vuol dire venerare il nascituro, ritrovare la speranza.

EPIFANIA

 


EPIFANIA

Il termine EPIFAINOMAI è un verbo greco che vuol dire manifestarsi. È un verbo riflessivo. Cioè indica l’atto che rivela se stesso agli altri. Cioè è Gesù Bambino che rivela al mondo, in questo giorno di festa, la sua natura. Ma qual è la natura di Gesù? L’Emanuele è allo stesso tempo Dio, perché è parte della Trinità, è Re, perché discendente dalla stirpe di Davide, ma è anche umile neonato nato da una fanciulla di umili origini, Maria. Queste tre essenze sono manifestate dal piccolo venuto al mondo più di duemila anni fa nella grotta di Betlemme. È queste si ricordano, e si festeggiano, questo giorno.

Secondo i vangeli sono venuti alla mangiatoia, ove il bimbo era deposto, per contemplare i pastori, le persone più in basso nella scala sociale. Erano le persone come me, come noi. I derelitti, gli isolati, gli infelici. Coloro che sono espulsi dal consesso pubblico. I pastori sono la feccia della società. Oggi i pastori sarebbero i disabili, i malati, ma anche i carcerati, i diseredati, coloro che sono al margine del consesso sociale. È a loro che Gesù appare. A loro Gesù dà una speranza, una possibilità di riscatto. Ma Gesù appare anche ai Magi. Chi sono costoro? Certo dei potenti, lo dice la parola stessa mago, che probabilmente indica nei tempi classici una casta sacerdotale mesopotamica, legata forse alle dottrine di Zoroastro. Un sapiente mesopotamico vissuto poco prima della nascita di Gesù, molto spesso paragonato al Salvatore, proprio per il suo messaggio escatologico, di salvezza universale, paragonabile a quello del Cristianesimo. I magi insomma sarebbero la incarnazione della scienza e della dottrina speculativa umana che si prostra alla venerazione del divino, incarnato in Gesù. Insomma,tenendo comunque presente le diverse epoche storiche, i Re Magi avrebbero lo stesso ruolo che il poeta Virgilio ha nella Divina Commedia di Dante. Sarebbero coloro che inducono la speculazione umana a farsi umile per accogliere il messaggio di salvezza divino. Come Virgilio conduce Dante a visitare l’Inferno e il Paradiso per, al fine, abbracciare la Teologia, allegoricamente incarnata da Beatrice, così i Magi, seguendo la stella, percorrono e indicano una strada di fede ai cultori della scienza. Insomma i pastori indicano coloro che dal basso capiscono la potenza del divino fattosi bambino con la potenza del cuore attraverso cui Dio si manifesta agli uomini. I magi invece sono la Cultura che intuisce che da sola non può spiegare le regole dell’universo, ma deve inchinarsi davanti alla possanza del divino. Ecco perché i magi regalano al bambino l’oro, il segno della regalità ma anche della generosità. Regalano l’incenso, il simbolo del divino, ma anche la manifestazione del bisogno dell’uomo ad anelare alla trascendenza. Come l’incenso diventa profumato se viene bruciato e diventa fumo, così l’uomo e la donna manifestano il meglio di sé se vivono la propria vita come strumento per venerare il celeste e per contemplarlo. La mirra che cosa vuol dire? Prima di tutto è un presagio triste, si prefigura la morte di Gesù, infatti la mirra è l’unguento che si usava per preparare i morti alla sepoltura, ma allo stesso tempo è simbolo di amore e di cura verso l’altro, la Mirra era anche l’olio che i coniugi, nella cultura ebraica, utilizzavano per prepararsi al talamo nuziale, come testimonia il cantico dei Cantici, uno dei libri più interessanti della Bibbia, dell’Antico testamento. Insomma la Mirra è prefigurazione dell’amore infinito e immortale che Dio, attraverso Gesù, ha per gli uomini. Come lo sposo cosparge di mirra  la sposa, Gesù utilizza l’unguento per sposare l’intera umanità. Insomma la Mirra è il simbolo dell’amore imperituro di Dio, ma allo stesso tempo deve essere epifania, il manifestarsi, dell’amore reciproco fra ogni essere vivente.

Insomma i Magi regalarono tre doni a Gesù. Gesù li regala a noi. Ci regala l’oro, cioè il valore assoluto della reciproca solidarietà, che si manifesta nella carità. Dice San Paolo: se ho la carità nulla mi manca. Ci regala l’incenso, il bisogno di adorare e di comunicare con Dio. Ci regala la Mirra: la scoperta del valore assoluto dell’amore vicendevole fra le persone, oserei dire anche la scoperta dell’amore fra uomo e donna come la manifestazione dell’amore di Dio, Allora pensiamo a questo 6 gennaio come un momento importante per riflettere. Come possiamo trasformare questi doni (l’oro, l’incenso e la mirra) in strumenti per migliorare la vita di tutti e di ognuno? Imparando a donarci vicendevolmente, a metterci in ascolto e a servizio del nostro prossimo, di chi ci sta vicino. Impariamo il valore della serenità. Impariamo a scoprire l’altro non come un mezzo, ma un fratello da amare. Anche in questi mesi in cui il Corona Virus ci ha indotti a ridurre i rapporti interpersonali, ci ha costretti a rinunciare a toccarci, a stringerci le mani, a darci un bacio, riscopriamo il valore assoluto che ha l’altro per la nostra crescita personale e della nostra anima. Scopriamoci pastori, andati a portare doni e cibo a un bambino che era nato negli stenti, che invece sono stati loro sfamati di fede e di speranza, andando alla grotta di Betlemme. Ecco cosa vuol dire venerare il nascituro, ritrovare la speranza.