sabato 12 giugno 2021

GHIBELLIN FUGGIASCO

 


IL GHIBELLIN FUGGIASCO

Io ho sempre creduto che la definizione fatta da Ugo Foscolo su Dante Alighieri quale “Gibellin fuggiasco”, fosse una forzatura poetica. Mi spiego per me il poeta ottocentesco, Foscolo, aveva fatto un trasfer, forse direbbe la scienza psicologica. Cioè avesse trasferito sul pensiero di Dante, la propria avversione per il potere papale. Per me Dante Alighieri era un guelfo, Bianco certo, ma un guelfo, quindi sostenitore della legittimità del potere papale. Vi ricordate la teoria dei due soli, il papa e l’imperatore, secondo Dante, brillano ambedue per illuminare i cuori e la mente delle genti, quindi come “illuminano” anche “comandano”. Di conseguenza Dante, secondo il mio modesto parere, considera legittimo il potere temporale del papa, pur biasimando con forza le manifestazioni estreme di potenza e di ricchezza della reggia romana del Pontefice.

Il professor Alessandro Barbero, docente di Storia Medievale presso l’università del Piemonte Orientale sita a Vercelli, ha recentemente scritto un interessante biografia su Dante alighieri, in occasione dei 700 anni dalla morte del sommo poeta fiorentino, che scoccheranno la notte fra il 13 e il 14 settembre. Il professore oltre che stimato docente e anche bravissimo divulgatore. Spiega che Dante, appena esiliato dalla città de Giglio, siamo nel 1303, tenta di rifugiarsi ad Arezzo, città Ghibellina, quindi per lui nemica. Lì ci sono già Scarpetta degli Ordelaffi, noto e formidabile condottiero  ghibellino, e un figlio, il cui nome e rimasto non noto alle cronache, di Farinata  degli Uberti, quest’ultimo, ricordiamolo, protagonista assoluto dell’epica battaglia di Montaperti, che segno la storia della rivalità fra guelfi e ghibellini della generazione precedente a quella di Dante. Ora alla luce di questi incontri “proibiti” per un guelfo, sembrerebbe che Dante almeno per un frangente della sua vita, sarebbe diventato convintamente ghibellino, abiurando la sua precedente affiliazione al guelfismo. Secondo il professor Barbero questo avrebbe segnato profondamente non solo la sua vita politica di esiliato, ma anche i suoi scritti successivi. Ricordiamo che scritto successivo a qul fatidico 1303 sarebbe anche gran parte del Poema, della Divina Commedia.

Cavolo Dante non guelfo, ma ghibellino? Avrebbe ragione allora Ugo Foscolo a definirlo Ghibellin fuggiasco? Da allora Dante avrebbe sposato le tesi che furono di Federico II e di suo figlio Manfredi? A suggerirlo sarebbero anche le frasi benevoli riservate ad entrambi nella Commedia, per Manfredi ci sarebbe perfino il Purgatorio, quindi la prospettiva di salvezza. E ricordiamo che Manfredi, come il padre Federico, fu scomunicato dal papa. Dante salva un re di Sicilia che si è messo contro il papa, che ha fatto guerra contro la sua città, Firenze, che è stato accusato di brutalità verso le parti avverse.

Ora francamente non mi sento di definire Dante un ghibellino. Mi permetto di non essere d’accordo con il professor Barbero e con tutta una serie di ricerche biografiche che asseriscono tale tesi. Per me, umile e ignorante lettore dantesco, la appartenenza di Dante alla parte guelfa non può essere discussa. Per me l’affermazione di Ugo Foscolo, ghibellin fuggiasco, rimane una forzatura legata alle istanze di emancipazioni risorgimentale che vivono forti nel cuore del poeta nato a Zante. Cioè per me, come è tradizione storico letteraria, Foscolo ha definito Dante Ghibellino per polemizzare fortemente con il papato della sua epoca che avversava l’unità d’Italia. Insomma voleva “portare dalla sua parte” il poeta dei poeti, il padre della lingua italiana, che invece rimase sempre guelfo, pur sopportando le vessazioni e l’esilio voluto contro di lui dalla parte politica in cui credeva. Insomma Dante era un Bianco, si scagliava fortemente contro i Neri, l’altra formazione guelfa che aveva il potere allora a Firenze, ma rimaneva convitamente Guelfo. Potrei sbagliarmi. Ma secondo me è così. L’esaltazione di Federico II e di Manfredi? Era il frutto del profondo rispetto che il poeta aveva per il potere costituito, l’impero che doveva però rimanere affiancato nell’esercizio della possanza politica a quello pontificio. Ghibellino? No grazie!

CALCIO E SPERANZA

 


LA MAGIA DEL CALCIO

Ieri si è giocata la prima partita del campionato europeo di calcio. Ha giocato la nostra nazionale contro quella della Turchia. La nostra squadra ha vinto, dando tre reti a quella avversaria. È stato un momento di festa e di felicità per tutti noi.

Il torneo europeo era stato rimandato. Doveva svolgersi nel 2020 ma si gioca in queste giornate, tutto a causa del coronavirus che l’anno scorso aveva di fatto congelato ogni attività pubblica. Festeggiare la vittoria della squadra di calcio guidata da Roberto Mancini è stato un vero momento di liberazione dall’angoscia .

Io vi parlo della mia esperienza personale. Sono disabile. Vivo in un periodo difficile per tutti, figuriamoci per quelli come me. Ma guardare la partita della nazionale è stato un momento di catarsi, un momento di per dimenticare tutto e sentirsi come gli altri, armato di una passione collettiva che ci fa sentire un collettivo unico, un cuore solo che vibra.

Certo la partita di calcio è solo una partita di calcio. Ma proprio perché l’esito finale non cambia la vita concreta di ciascuno, può cambiare l’animo di tutti almeno per qualche istante. Poi ci sarà la normalità. Ci sarà chi ti chiede il conto, i soldi per continuare a vivere. Come se il diritto a vivere per un disabile costasse non solo il pagare le spese mediche, le spese per vivere, le bollette, ma anche il di più che impone la cultura polare. Il disabile deve dare, deve pagare. Deve dare a colui che incontra per strada.

Ma oggi si perdono le differenze di status e le condizioni di salute e mentali. Anche noi disabili possiamo essere felici di evento collettivo comune: la vittoria dell’Italia. Per un attimo, forse illusorio, si perdono le differenze, si abbattono le barriere, culturali e in qualche caso anche architettoniche, visto che gli stadi dovrebbero essere a misura anche dei diversamente abili che sono “virus free”. La magia del calcio non rende tutti uguali, le differenze restano, ma, non cosa di poco conto, rende tutti felici.

La squadra di Mancini ieri, 11/06/2021, ha vinto, ha battuto la Turchia. Ma quello che conta è che tutti noi riusciamo a vincere per sempre l’angoscia che ci attanaglia a causa del virus ma non solo. Camminare insieme nel futuro è il modo per risolvere i problemi. Vivere collettivamente una gioia per una vittoria di calcio deve essere lo sprone per pensare che si costruisce un futuro migliore per ciascuno pensando a un domani per tutti. Un domani e un oggi in cui nessuno deve rimanere indietro.

Una partita è solo una partita. Ma questo momento di gioia collettiva deve farci ricordare le parole di Papa Francesco “Siamo sulla stessa barca, tutti noi, abbiamo il Signore che ha cura di noi”. Buon calcio, buona rinascita.

FORZA ITALIA

 


LA MAGIA DEL CALCIO

Ieri si è giocata la prima partita del campionato europeo di calcio. Ha giocato la nostra nazionale contro quella della Turchia. La nostra squadra ha vinto, dando tre reti a quella avversaria. È stato un momento di festa e di felicità per tutti noi.

Il torneo europeo era stato rimandato. Doveva svolgersi nel 2020 ma si gioca in queste giornate, tutto a causa del coronavirus che l’anno scorso aveva di fatto congelato ogni attività pubblica. Festeggiare la vittoria della squadra di calcio guidata da Roberto Mancini è stato un vero momento di liberazione dall’angoscia .

Io vi parlo della mia esperienza personale. Sono disabile. Vivo in un periodo difficile per tutti, figuriamoci per quelli come me. Ma guardare la partita della nazionale è stato un momento di catarsi, un momento di per dimenticare tutto e sentirsi come gli altri, armato di una passione collettiva che ci fa sentire un collettivo unico, un cuore solo che vibra.

Certo la partita di calcio è solo una partita di calcio. Ma proprio perché l’esito finale non cambia la vita concreta di ciascuno, può cambiare l’animo di tutti almeno per qualche istante. Poi ci sarà la normalità. Ci sarà chi ti chiede il conto, i soldi per continuare a vivere. Come se il diritto a vivere per un disabile costasse non solo il pagare le spese mediche, le spese per vivere, le bollette, ma anche il di più che impone la cultura polare. Il disabile deve dare, deve pagare. Deve dare a colui che incontra per strada.

Ma oggi si perdono le differenze di status e le condizioni di salute e mentali. Anche noi disabili possiamo essere felici di evento collettivo comune: la vittoria dell’Italia. Per un attimo, forse illusorio, si perdono le differenze, si abbattono le barriere, culturali e in qualche caso anche architettoniche, visto che gli stadi dovrebbero essere a misura anche dei diversamente abili che sono “virus free”. La magia del calcio non rende tutti uguali, le differenze restano, ma, non cosa di poco conto, rende tutti felici.

La squadra di Mancini ieri, 11/06/2021, ha vinto, ha battuto la Turchia. Ma quello che conta è che tutti noi riusciamo a vincere per sempre l’angoscia che ci attanaglia a causa del virus ma non solo. Camminare insieme nel futuro è il modo per risolvere i problemi. Vivere collettivamente una gioia per una vittoria di calcio deve essere lo sprone per pensare che si costruisce un futuro migliore per ciascuno pensando a un domani per tutti. Un domani e un oggi in cui nessuno deve rimanere indietro.

Una partita è solo una partita. Ma questo momento di gioia collettiva deve farci ricordare le parole di Papa Francesco “Siamo sulla stessa barca, tutti noi, abbiamo il Signore che ha cura di noi”. Buon calcio, buona rinascita.

martedì 1 giugno 2021

2 GIUGNO: REPUBBLICA

 


REPUBBLICA

Il 2 giugno 1946 tutti i cittadini italiani furono chiamati a votare. Per la prima volta nella storia dello stato italiano furono chiamati ad esprimersi sia le donne che gli uomini, a prescindere dal ceto, dallo loro condizione economica  e dalla loro professione. Furono chiamati a scegliere se l’Italia dovesse continuare ad essere un sistema statuale monarchico oppure diventare repubblica.

Fu un momento collettivo di estrema importanza. Ne offre testimonianza, tra gli altri, lo splendido libro della compianta giornalista Rossana Rossanda: La ragazza del secolo scorso. L’autrice, che purtroppo ci ha lasciati il 20 settembre 2020, racconta le sue emozioni di fronte a una competizione elettorale in cui lei, donna giovanissima, era chiamata ad essere protagonista. Una esperienza comune alle tante ragazze e donne di allora.

Insomma il 2 giugno 1946 fu una data determinante per i destini italiani. Si doveva scegliere l’ordinamento dello stato e si dovevano individuare coloro che dovevano scrivere le regole fondamentali dello stato. Infatti il due giugno si compì il referendum che imponeva la scelta fra “Repubblica” e “Monarchia” e in più si elessero i membri dell’assemblea costituente che doveva scrivere le leggi fondamentali dello stato alla luce del pronunciamento popolare.

Il referendum non si può leggere come atto a sé stante. Appare difficilmente interpretabile l’esito di quel pronunciamento, se non si ricorda cosa è stata l’Italia, quale guerra terribile ha affrontato. È chiarificatrice la frase di Piero Calamandrei, importantissimo giurista e membro dell’assemblea costituente, cioè uno dei votati dal popolo in quel 2 giugno 1946. Disse: se volete andare a vedere dove è nata la Costituzione, andate, o giovani (parlava a studenti universitari), sulle montagne ove caddero i partigiani. Insomma la nostra Repubblica e la Costituzione su cui si fonda ha le sue radici sul dolore dell’Italia vittima della dittatura, sul pianto dei condannati a morte dal regime nazi fascista, perché ebrei o diversi, sull’anelito di libertà che fu la scintilla che accese il fuoco della Resistenza.

La Repubblica è dolore, è stata portata dal sangue, dal patimento. Ma quel nugolo di sofferenza ha portato un qualcosa che è fondamentalmente gioia e speranza. Chi ha vissuto la guerra, il terribile secondo conflitto mondiale, ha visto nella Repubblica la speranza di una nuova ripartenza. Con senno di poi dobbiamo dire che quei 12717923 cittadini che hanno scelto “Repubblica” ci hanno visto bene. Il nostro stato è diventato un faro del mondo in questi complessi anni fra la seconda metà del XX secolo e l’inizio del XXI. Quella giornata di consultazione elettorale non fu soltanto un importante atto di partecipazione collettiva alla vita pubblica, cosa che già di per sé sarebbe stata sufficiente per rimanere nella storia collettiva del paese in eterno. Ma fu anche un primo, importantissimo, passo verso un cammino di emancipazione collettiva che è ancora in corso oggi. Noi, ora adesso, siamo chiamati a continuare l’opera dei nostri padri, nonni e bisnonni. Siamo chiamati ha costruire e ad edificare una Repubblica Democratica Fondata sul lavoro, come dice l’incipit del 1 articolo della nostra Costituzione. Bisogna farlo con l’impegno etico che è connaturato alla nostra cultura. Dobbiamo costruire uno stato giusto e in cui tutti sono liberi e felici. Lo dobbiamo a coloro che sono morti per la libertà. Lo dobbiamo a chi si è speso nel lavoro per costruire un futuro più giusto. Lo dobbiamo a noi stessi, perché abbiamo il diritto e il dovere di costruire una società e uno stato fondato sui valori di eguaglianza, libertà e democrazia tracciati dai padri costituenti del nostro stato Repubblicano.

Buona festa della Repubblica a tutti. Io posso dire una cosa? Sono francamente felice che a causa della pandemia non si faccia domani la parata militare. Non ho nulla contro le nostre forze militari, anzi ringrazio i miei concittadini che in divisa si impegnano per tutelare la mia sicurezza e quella di tutti. So che il personale militare, assieme a quello medico, si è operato indefessamente in questi mesi di pandemia per tutelare tutti noi. Di questo lo ringrazio. Ma è questa la Repubblica che amo, quella composta da membri dello stato, in divisa o in borghese poco importa, che si dannano per garantire salute benessere dignità a tutti e non per fare la guerra. L’esercito è bello se salva le persone, non se va in guerra.

sabato 29 maggio 2021

DANZA DEL CIELO

 


UNA FARVALLA IN CIELO

Il 27 maggio 2021 si è spenta Carla Fracci. È morta nella sua Milano ove era nata il 20 agosto 1936.

Si è spenta una delle più importante e note ballerine della storia della danza.

La sua bravura e notorietà avevano fatto risplendere la sua stella in ogni parte del mondo. Formatasi nella grande scuola di danza del teatro Alla Scala di Milano, la sua bravura l’aveva portata ad esibirsi nei più importanti teatri del mondo, fin dalla sua fanciullezza che è stata negli anni difficili della ricostruzione post bellica.

La danza, grazie a lei ed ad altri suoi colleghi, come non citare Roudol’f Nureev, forse il più grande ballerino di sempre,è stata ed è popolare. Carla assieme al danzatore russo ha incantato le platee di tutto il mondo. Tutti volevano vederla, tutti volevano rimanere affascinati davanti al suo magnifico volteggiare. Le bimbe volevano diventare danzatrici per seguire il suo esempio. Le mamme portavano e portano le proprie creatura a scuola di danza sperando di vederle calcare le scene come la Fracci. Insomma Carla Fracci è stata un’icona. Carla Fracci è stata un esempio. Carla Fracci è stata la quintessenza dell’arte come massima espressione dell’animo umano.

Bisogna dirlo. Carla non nascondeva che danzare era dolore, fatica, sudore, impegno. Sono famosissime le sue interviste in camerino, dopo un suo spettacolo, quando, giustamente, senza alcun pudore mostrava i propri piedi insanguinati e doloranti a causa della danza che appariva allo sguardo del pubblico leggiadra e immune da ogni senso di dolore. Un modo per raccontare che la bellezza si raggiunge solo con lo studio, la dedizione, il lavoro e in ultima analisi con il sacrificio.

La poesia, la danza, il teatro, qualsiasi opera di ingegno e di arte, si compie attraverso il lavoro e l’impegno senza sosta. Ecco l’ammonimento di Carla. Lei era Milanese, e come ogni suo concittadino, spendeva se stessa per il proprio lavoro. Come l’operaio lavora indefessamente in fabbrica, lei lavorava instancabilmente sugli spalti ed in palestra. La danza era per lei lavoro e, soprattutto, vita. Era un esempio per tutti, come, oggi affranto, ricorda Roberto Bolle, uno dei suoi ultimi partner nella danza.

Come non citare le sue magnifiche interpretazioni. È stata Francesca da Rimini, sofferente donna segnata dal suo amore tragico per il cognato Paolo che li porterà alla morte, nel balletto scritto e ideato da Pëtr Il'ič Čajkovskij e tratto dal racconto di Dante Alighieri tratto dal V canto della Divina Commedia. Una interpretazione struggente. Come non ricordarla in Giulietta e Romeo. Come non citare Giselle, questa danza rimarrà legata a lei. Carla Fracci ormai per sempre è stata individuata come la “Giselle” per antonomasia. Insomma la danza se non può identificarsi nella sua totalità con Carla Fracci, sono veramente tanti gli artisti che hanno dato alla quarta musa la propria dedizione, certamente ha visto in lei una eterna interprete, la donna che si fa strumento dell’arte.

Non possiamo che essere grati a Carla Fracci. Grati perché è riuscita a raccontare la danza anche a persone che erano totalmente all’oscuro della sua bellezza e sono riuscite a scoprirla grazie a lei. Memorabili sono le sue partecipazioni televisive, in cui ha saputo raccontare il bello anche in trasmissioni che si definirebbero, con linguaggio aglofono di oggi, trash. Chissà forse oggi volteggerebbe in tante trasmissioni che fanno del turpiloquio la loro caratteristica principale, sanandole dalla loro volgarità.

Addio Carla Fracci. Anzi arrivederci Farfalla delle nuvole, chiamata a danzare per le divinità superiori, dei cieli, chiamata a ballare al cospetto di Dio.

domenica 23 maggio 2021

QUASI TRENTA

 


LO SPARTIACQUE           

Il 23 Maggio 1992 sulla autostrada che collega Palermo con l’aeroporto di Punta Raisi un attentato mafioso metteva la fine alla vita del giudice Giovanni Falcone. Il magistrato tornava da Roma, ove svolgeva la funzione di magistrato aggiunto al ministero di Grazia e Giustizia per la lotta alla criminalità organizzata.  Con lui c’era la moglie, il magistrato Francesca Morvillo, la scorta gli agenti Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Il famigerato e spietato capo mafia Totò Reina aveva deciso di ucciderlo. La “Cupola”, la cabina di regia della mafia, che presiedeva aveva ordinato a Giovanni Brusca e ai suoi scagnozzi di mettere una bomba sotto il manto stradale dell’autostrada che collega l’aeroporto siciliano con il capoluogo.

Il potere mafioso è morte. La mafia vuol dire illegalità e prevaricazione. Falcone, assieme ai suoi colleghi, ha speso la sua vita per ridare la libertà alla sua terra, la Sicilia e l’Italia intera, dal giogo mafioso. Ecco perché è stato ucciso. Voleva portare libertà e giustizia. È stato condannato da coloro che si facevano fautori della schiavitù e del gioco della sottomissione.

Una bomba doveva fermare tutto. Una bomba doveva uccidere il fautore della redenzione della nostra terra dal gioco mafioso. Invece da lì è ripartito tutto. Da lì è nato un sommovimento popolare che chiede la fine del giogo mafioso. Milioni di persone sono scese in piazza per chiedere libertà e giustizia. La mafia è la logica del terrore. Lo stato deve essere la cultura della rinascita sociale. Lo stato sono i milioni, le decine di milioni, di cittadini che in nome di Giovanni Falcone, di Paolo Bosellino (morto solo un mese dopo del collega) e di tutte le altre vittime del regime oppressivo mafioso (stato crudele nello Stato) sono scese in piazza, hanno continuato a fare il loro lavoro e il loro dovere civico e morale. L’eredità di Falcone è loro. Quando si dice no alle prevaricazioni criminali, quando si segue il diritto e le regole, quando si prova a rispondere alla violenza con il ragionamento allora può avvenire che la vittoria sarà la nostra. La mafia sarà sconfitta.

È giunto il tempo che i criminali siano in galera. È giunto il tempo che chi compie violenza sia condannato. È giunto il tempo che la cultura della prevaricazione finisca. È giunto il tempo che le regole, le leggi siano rispettate. È giunto il tempo che il lavoro nero, l’illegalità diffusa, che dà ossigeno al potere mafioso sia messo in definitiva a riposo. Basta con l’illegalità, è questo l’insegnamento eterno di Giovanni Falcone. Noi a 29 anni dalla sua morte, vogliamo ricordarlo. La sua morte è spartiacque. Dal suo esempio dobbiamo sapere che la legalità è bene, il “mondo di mezzo” (quello che guarda dall’altra parte o addirittura è in combutta con il crimine) è complicità con il mondo mafioso.

sabato 22 maggio 2021

23 maggio 1992, la strage di CAPACI

 


EVENTO COSCIENZIALE

Il 23 maggio 1992, sulla autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi con Palermo persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie, il giudice Francesca Morvillo,  e gli uomini della scorta. I mafiosi misero del tritolo sotto il manto autostradale e al momento del passaggio della macchina del giudice fecero esplodere l’ordigno da loro stessi confezionato. A spingere il bottone fu Giovanni Brusca su comando della “cupola” mafiosa dominata dal perfido criminale Totò, Salvatore, Riina.

Quell’attentato fu l’inizio della cosiddetta “stagione stragista” della mafia. Dopo quel volgare e orrendo attentato, molti altri vi furono. Non scordiamo che di li a un messe, sarebbe stato ucciso un altro magistrato, collega e amico di Falcone, Paolo Borsellino. Ma furono veramente tanti gli attentati di mafia che si susseguirono.

Chiariamo. La mafia ha sempre ucciso. Ha sempre seminato morte e terrore, anche prima dell’Attentatuni, così si chiamerà per sempre la strage di Capaci. Brusca, colui che ha fatto detonare l’ordigno che ha ucciso Falcone e la sua scorta, aveva già sciolto nell’acido, orrore, i figli di un pentito di mafia. Ma quello che cambia è i modo di interloquire, con la violenza, della mafia nei confronti dello stato italiano. Falcone è ucciso non solo perché ha allestito il Maxi Processo, è stato il Pubblico Ministero che ha messo alla sbarra centinaia miglia di mafiosi, è stato ucciso perché rappresenta un simbolo di legalità in un mondo di corruzione. Reina voleva dimostrare che il potere appartiene a lui, non alla Repubblica Italiana e ai suoi cittadini. Voleva mandare un preciso messaggio di imposizione della volontà criminale su chi vi si oppone. Chi è contro la mafia è un uomo morto. In questa logica, purtroppo, è da leggere il susseguente attentato al giornalista, Maurizio Costanzo, fortunatamente fallito.

Ma da allora qualcosa è cambiato. Fin da subito la società civile, le donne, i bambini e le bimbe, i ragazzi e le ragazze, gli uomini, prima di Palermo e poi di tutta Italia hanno cominciato a riempire le piazze prima per esprimere il dolore per la dipartita del magistrato e degli uomini della polizia e poi per gridare la loro convinta adesione a una visione di legalità e rispetto delle norme radicalmente diverso da quello che è la visione quotidiana della vita prona ai compromessi. Una intera generazione, i giovani dall’allora, ha detto “no” a tutto ciò che illegale e immorale. Basta al lavoro nero. Basta alla cultura della prevaricazione, che se la prende con il più debole. Vincere la mafie si può, come insegna Falcone, lanciando un messaggio di rispetto profondo verso la legge e il prossimo.

Bisogna essere chiari. Per vincere il male, la criminalità, bisogna fare proprio il messaggio teleologico, la finalità, del diritto, che è, in forza della Costituzione, fondata sulla solidarietà, la solidarietà civile non quella si affraternamento mafioso. Allora questo deve essere il messaggio che batte i terroristi mafiosi. La costruzione di una società civile legale, che aiuta i deboli e punisce chi commette reati, è l’unica via da perseguire.