mercoledì 2 ottobre 2019

LA COSTITUZIONE ITALIANA: ARTICOLO 22



LA COSTITUZIONE ITALIANA: ARTICOLO 22

“Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”

L’articolo 22 della Costituzione Italiana sancisce che nessuna motivazione politica può privare l’uomo e la donna del proprio nome, della propria capacità di essere soggetti che possono compiere atti giuridici, della cittadinanza. Si sancisce il diritto ad avere e a mantenere la propria identità. Il nome è ciò che ci rende unici ed eccezionali. La dignità della persona si preserva soprattutto riconoscendo il suo diritto ad avere una personalità. Ogni persona, anche coloro che hanno problemi psichici, è un soggetto che ha una propria individualità. Ognuno la esprime diversamente. Lo stato deve fare in modo che nessuno possa essere ridotto allo stato subumano. I precedenti tragici della prima metà del XX secolo ci debbono servire da monito. I regimi nazisti, fascisti e comunisti si sono adoperati per negare la dignità di uomini ad oppositori, facenti parte di comunità religiose o culturali minoritarie, e a disabili. I campi di concentramento nazisti e i gulag staliniani sono stati la negazione del diritto alla dignità che ogni uomo ha. Stalin internava nei gulag oppositori politici, ma anche appartenenti a etnie considerate, follemente, pericolose per il regime comunista, tali erano considerati, ad esempio, gli ebrei che risiedevano in Ucraina. Hitler ha negato il diritto alla vita a milioni di Ebrei, zingari, oppositori del regime e disabili. Ha mandato tutte queste persone nei campi di sterminio, gli ha dato la morte manifestando il suo cinismo e la sua mancanza di umanità. Insomma ha reso possibile l’annullamento della persona umana. I soggetti invisi al regime erano carne, il termine pare appropriato, da mandare al macello. Non è un caso che Primo Levi, vittima e testimone a un tempo della follia concentrazionista del nazismo, si chiesa “se questo è un uomo?”, è il titolo di uno dei suoi libri che parlano di Auschwitz. Insomma l’articolo 22 sancisce a chiare lettere la sacralità della persona umana, è un corollario dell’articolo 2 che riconosce i diritti della persona, il diritto al nome è uno dei modi per tutelare l’integrità fisica e morale di tutti. Nessuno potrà mai finire nei campi se gli sarà riconosciuto il diritto al nome, il diritto ad essere unico e allo stesso tempo uguale agli altri. Un altro diritto è quello di mantenere la propria cittadinanza. Si sa i regimi politici hanno sempre visto come strumento di potere la possibilità di negare la cittadinanza a chi fosse visto come elemento di pericolo per il proprio potere. La costituzione nega tassativamente che possa essere applicato questo sopruso nel nostro regime repubblicano. Ci sono casi in cui un cittadino potrebbe perdere la cittadinanza, ma sono esplicitamente citati in costituzione e normati da una legge dello stato. Nel caso un cittadino italiano abbia lavorato per enti statali stranieri e abbia prestato servizio militare per una potenza straniera, potrebbe perdere la cittadinanza se l’autorità preposta lo ritenga necessario. Ma questi sono casi limite. La norma è che la cittadinanza è un bene prezioso che non si può perdere. Sul tema della cittadinanza si è aperto un dibattito ampio. Una proposta di legge, ormai senza speranza di essere approvata, estendeva ai bambini nati in Italia, ma figli di non cittadini italiani residenti, però, nel nostro paese, il diritto di cittadinanza. Il dibattito si è fatto intenso. E’ giusto lasciare il diritto di cittadinanza ai soli figli di cittadini italiani o sarebbe meglio dare anche a chi è nato, studia  e vive in Italia, pur essendo figlio di stranieri, la cittadinanza. La destra e il Movimento Cinque Stelle preferiscono che sia il “sangue”, cioè l’ascendenza, a determinare la cittadinanza. La sinistra vorrebbe che fosse la cultura a determinare la cittadinanza, che chi parla italiano vive in Italia studia nel nostro paese fosse italiano. E’ un dibattito ampio. Il candidato alla presidenza della Regione Lombardia della destra ha dichiarato che sua intenzione “è difendere la razza italiana”, questo è un moto che lo accomuna a tutti coloro che voteranno Lega e Forza Italia. L’elemento etnico è fondamentale per la destra di oggi esattamente come lo era per la destra mussoliniana che nel 1938 promulgò, con la complicità di casa Savoia, le leggi razziali. Noi che scriviamo crediamo che la razza sia solo quella umana, che non vi siano differenze etniche tale da fare discriminazioni. Rimane il fatto che milioni di miei concittadini, votando le forze politiche legate a Salvini, Berlusconi e Meloni, non la pensano così. Pensano che il cittadino italiano che ha diritto a una vita dignitosa sia solo bianco e di molte generazioni italiano. Esattamente come la pensavano Hitler e Mussolini, che sotto al loro regime imponevano che bisognasse dimostrare di avere sangue italiano o tedesco al 100%, certificando che i propri genitori e nonni non erano ebrei, oggi la destra pensa che solo chi è di sangue italiano abbia diritto alla cittadinanza. Questa convinzione deve essere vinta. Bisogna sottrarre consenso a una destra di tal fatta. Bisogna farlo con paziente opera di persuasione. Bisogna farlo facendo intendere che la solidarietà umana è un cardine fondante del vivere insieme. Bisogna farlo ricordando che il diritto a non essere privati del nome, della cittadinanza e della capacità giuridica è una conquista ottenuta grazie al sacrificio dei milioni di ebrei, dei milioni di zingari dei milioni di perseguitati morti per mano di un regime totalitario che negava la dignità umana a coloro che erano considerati di “razza” inferiore. Bandire il termine “razza” dal nostro vocabolario, non votare partiti che usano questo termine è un dovere morale che abbiamo in nome del rispetto e la pietà che dobbiamo ai milioni di morti dell’Olocausto.
Testo di Giovanni Falagario

CITTADINANZA


IUS CULTURAE
Il dibattito su chi abbia diritto alla cittadinanza italiana da qualche anno infiamma la comunità nazionale italiana. La domanda è: è giusto che un bimbo che nasce in Italia da genitori non italiani debba essere considerato straniero. Secondo l'attuale ordinamento la materia è così regolata. Si può acquistare la cittadinanza italiana, se si è nati in Italia, se si è stati stabilmente residenti nel nostro paese durante la fanciullezza, al compimento dei diciotto anni. In caso contrario se si è generati da stranieri, pur nascendo sul suolo italico, per lo stato italiano si è stranieri. Ci sono migliaia di ragazzini che vanno a scuola in città e paesi italiani, abitano in terre della nostra repubblica, hanno amici italiani, ma non sono italiani. E' giusto che sia così? Per una certa sinistra no. Per molti componenti del PD negare la cittadinanza a bimbi e bimbe, ragazzi e ragazze, vuol dire tradire lo spirito accogliente della costituzione. Infatti, secondo la loro valutazione, lo "ius sanguinis" , il principio che ha ispirato la legge sull'acquisto della cittadinanza italiana attualmente in vigore, non era esclusiva ma inclusiva. Quando entrò in vigore erano più gli italiani che emigravano dalla Penisola che le persone che giungevano nel nostro paese. Lo Ius sanguinis, il dare la cittadinanza a uomini e donne figli di Italiani ma nati in terre lontane, voleva dire accogliere nel nostro paese persone nate e cresciute in terre lontane. Oggi è questo che dovrebbe animare una riforma del processo di acquisto della cittadinanza italiana. Includere, aprire lo stato ad altre genti, oggi vuol dire dare la cittadinanza a figli di persone che hanno raggiunto il nostro paese per lavorare, per studiare e in generale per vivere meglio, garantiti dal nostro ordinamento costituzionale. Insomma sarebbe un modo per incarnare in una legge dello stato i principi di ricerca della pace, solidarietà, fraternità e rispetto reciproco propri dell'ordinamento costituzionale. E' inutile negare che sono molti i già cittadini, cioè noi elettori, che invece non gradiscono molto l'idea dello "ius Culturae", l'idea che il compagno di scuola di proprio figlio, nato da stranieri, possa essere considerato cittadino. Cambiare il modo di attribuire la cittadinanza. Decidere che chi è nato in Italia, pur da stranieri, sia italiano. Non è una decisione da poco. E' inevitabile che sia un argomento divisivo. Da un lato ci c'è i "diritti di avere diritti" che è di tutti, parafrasando Hanna Harendt, da un altro lato la legittima (? non so, decidete voi) paura del diverso. Da un punto di vita morale è indubbio che sia giusto dare la cittadinanza ai bimbi. Ma sarebbe auspicabile approvare una legge che cambia profondamente le basi su cui si fonda l'appartenenza al paese senza una vasto consenso popolare? Io vorrei rispondere: quello che è giusto è giusto, anche se il popolo non l'approva. Ma una democrazia per funzionare deve saper rallentare, deve sapere ascoltare anche chi non la pensa secondo giustizia, e provare insieme a cambiare prima di tutto la struttura statale, ma anche, se possibile, l'animo delle persone. Una democrazia deve saper agire secondo la volontà della maggioranza. Ma deve anche fare in modo che la maggioranza decida in base a sistemi valoriali positivi.

domenica 29 settembre 2019

LA COSTITUZIONE ITALIANA: ARTICOLO 21


ARTICOLO 21

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dall'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili. 

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle prime ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto.

La legge può stabilire con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. 

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume . La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.
Per ricordare i 70 della Costituzione Italiana non poteva mancare il ricordo dell'articolo 21. L'articolo della libertà di pensiero e di parola. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola con lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Questo è il primo comma dell'articolo. Niente censure, niente silenzi imposti. Ogni persona ha diritto di dire la propria idea, anche se in contrasto con il pensiero dei più. Ovviamente lo stato e la sua forza autoritaria non devono impedire il proferire del pensiero, a meno che questo non sia latore di un reato penale, quale ad esempio la calunnia. In questo caso occorre dire il nostro ordinamento democratico non prevede la censura, ma il perseguimento penale dell'eventuale calunniatore. Insomma la censura è preclusa nel nostro paese. Tanto è vero che i giornali possono essere sequestrati, ma mai si può impedirne la loro stampa. Insomma in Italia, almeno secondo la legge, ognuno può e deve dire la sua, in qualsiasi luogo. Difficile dire che questo articolo sia realmente applicato. L'Italia è agli ultimi posti nelle classifiche dei paesi occidentali per quanto riguarda la libertà di stampa. C'è di fatto un controllo sostanziale delle notizie. Il potere economico e politico esercita un vero e proprio controllo della stampa. Non è un caso che per vent'anni un editore abbia egemonizzato la vita politica. Questo dimostra come la stampa difficilmente sia libera, e che sia anzi asservita agli interessi economici e alla fame di potere di pochi. Ma la libertà di parola si esercita anche nel quotidiano. Si esercita grazie alla disponibilità all'ascolto dell'altro. Per esercitare la libertà di parola dovremmo imparare ad ascoltare. Quante volte un dialogo diventa un monologo. Quante volte riempiamo di insulti il nostro interlocutore senza renderci disponibili all'ascolto? Troppe! L'articolo 21 si esercita anche nel quotidiano, rispettando il proprio collega, rispettando il commesso del negozio che prova a spiegarci le motivazioni di un'attesa prolungata, rispettando colui che ci sembra dica cose poco interessanti e di conseguenza liquidiamo il suo interloquire con una sonora pernacchia, nella migliore delle ipotesi, o con improperi degni di tori ben più gravi che una semplice paralipomena poco gradita. Allora garantire la libertà di parola propria e altri è un esercizio di vita. Far proferire agli altri parola vuol dire prima di tutto imparare ad ascoltare. Vuol dire riuscire ad intuire che ogni parola detta da un altro è importantissima. Impariamo ad ascoltare gli altri. Impariamo a rispettare il loro pensiero. Impariamo ad esercitare la nostra libertà di parola, rispettando il verbo degli altri. Questo contribuirà a fare della nostra Italia un posto migliore. L'articolo 21, la libertà. non è solo il riconoscimento di un diritto, è anche un'indicazione su come vivere la vita assieme agli altri.

E' giusto ricordare che l'articolo 21 è anche uno prezioso strumento per il potere legislativo, l'autorità giudiziaria e di polizia per districarsi nel delicatissimo compito di bilanciare il diritto di parola con altri diritti della persona umana. Il costituente indica chiaramente come le autorità dello stato debbano comportarsi in caso di utilizzo della libertà di proferire parola per commettere reati penali, soprattutto contro la persona ma non solo. Il comma 3 del presente articolo dice che non esiste la censura preventiva nel nostro ordinamento,si può sequestrare un documento redatto con qualsiasi strumento di comunicazione soltanto forti di un atto dell'autorità giudiziaria che lo autorizza in base a tassative indicazioni prodotte dalla legge. In casi d'urgenza, precisa il IV comma, il sequestro può essere effettuato da ufficiali di polizia giudiziaria, ma il loro gesto deve essere immediatamente comunicato al magistrato competente che entro ventiquattrore lo deve legittimare con atto proprio, altrimenti il sequestro è come se non fosse stato fatto ed è dovere dello stato rimettere alla pubblica lettura il cartaceo illegittimamente tolto dal commercio. 
Il V comma dell'articolo 21 della Costituzione Italiana indica che i finanziamenti e i finanziatori dei giornali, o comunque dei mezzi di informazione, devono essere noti. Questo comma è di estrema e stringente attualità oggi, in cui le notizie si acquisiscono con strumenti di divulgazione rapidi e senza possibilità di un pronto controllo, quale è ad esempio la "rete", cioè internet. Molto spesso si diffondono notizie la cui fonte è sconosciuta. Sono ignote anche le finalità per cui una rete di informazioni si sia presa la briga di diffondere una informazione. Come fare a risolvere questo delicatissimo problema? La legge trova nell'azione della Polizia Postale lo strumento per vegliare sui prodotti mediatici. E' lei che ha il dovere di comunicare ai magistrati delle devianze e ove necessario provvedere al sequestro, lo spengimento del sito incriminato, e comunicarlo al giudice, che avallerà la decisione o ordinerà la riapertura del canale web. Ho fatto l'esempio della rete. Sono comunque variegati gli ambiti in cui opera lo stato per controllare che non sia utilizzato contro i canoni della legge il diritto di parola. Penso alla commissione bicamerale per la vigilanza della RAI, organo parlamentare che ha il controllo di vegliare sulla TV di stato. Il controllo sulle molte TV e radio private da parte delle autorità amministrative, ad esempio i dipartimenti del ministero delle Telecomunicazioni. Deve essere chiaro che questa opera delle autorità dello stato non deve mai mettere in dubbio il principio di libertà e di pluralità del pensiero espresso con qualsiasi mezzo di comunicazione. Nessuno è censurato o censurabile. Il compito statale è quello di comunicare alla autorità giudiziaria eventuali atti illeciti, alla fine dei conti sarà questo, solo questo, organo dello stato a rilevare eventuali reati, in forza della sua autorità super partes.

L'ultimo comma vieta la pubblicazione a stampa e spettacoli contrari al buon costume. Il concetto di "Buon costume" è mutato nel corso degli anni. Decenni fa per un giudice particolarmente probo poteva essere scandaloso mostrare anche solo che una donna mostrasse in pubblico le proprie gambe nude o le proprie braccia. C'è purtroppo poco da ridere. In alcuni paesi Africani o asiatici ancora oggi se una donna mostra in pubblico parti del proprio corpo, viene condannata anche alla pena di morte. E' doveroso condannare chi lede in questo modo il più elementare diritto ad essere libero della donna. Chi applica la cosiddetta Sharia, la legge islamica, non rispetta norme ma lede i diritti delle persone, della parte femminile dell'umanità, bisogna ricordarlo. Dopo questo inciso è giusto ricordare che oggi il concetto di "buon costume" nel nostro paese è fortunatamente molto diverso da quelli prima esposti. La donna può sentirsi libera in Italia di vestire come vuole, ovviamente non superando quei limiti di decenza che vietano di mostrare nelle pubbliche piazze le putenda. La cosa importante, decisiva per far capire lo spirito democratico ed egualitario del nostro stato, è che le stesse norme che l'Italia impone alla donna in materia di pubblico pudore, valgono per l'uomo. Questo concetto è valido e diffuso in ogni stato che, come il nostro, si definisce occidentale. Ecco la ragione per cui oggi sono autorizzati alla stampa i cosiddetti giornali Osé, ma con la possibilità di essere censurati, cioè sottratti alla pubblica lettura preventivamente, cosa invece non prevista per altre riviste e giornali, se le immagini e i contenuti che riportano sono talmente "forti" (passatemi questa parola) da non poter rimanere indifferenti al pubblico ludibrio. Speriamo che nessun giornale arrivi a questo. Occorre ricordare che film importantissimi nella filmografia mondiale e italiana furono posti sotto censura per scabrosità. Negli anni 70 del secolo scorso per mesi non poté uscire nelle sale "L'ultimo tanto a Parigi" di Bernardo Bertolucci. Che dire? La censura nella filmografia appare ancor oggi necessaria. E' bene che alcuni film siano proposti, ad esempio, solo a un pubblico adulto. Detto questo è bene che si utilizzi, come dicevano i latini, grano salis, cioè si sappia intuire quando certi contenuti e certe scene che il pubblico pensiero considera scabrose, siano in realtà strumento di espressione creativa di un artista. Comunque ottemperare a questo impegno di ponderata saggezza è compito difficilissimo, si è sbagliato in passato, è facile pensare che si continuerà a sbagliare in futuro.
testo scritto da Giovanni Falagario

sabato 28 settembre 2019

LA COSTITUZIONE ITALIANA:ARTICOLO 20


ARTICOLO 20 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

“Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività”

L’articolo 20 della costituzione appare come un corollario dell’artico diciannove. Come conseguenza del diritto a professare qualsiasi tipo di credo c’è il dovere da parte delle autorità pubbliche  di non discriminare alcuna associazione nata per accogliere coloro che professano una determinata fede. Non vi possono essere norme  volte a discriminare l’attività di enti ecclesiali, di associazioni e di istituzioni. La legislazione potrebbe attuare norme per dissuadere la popolazione ad organizzarsi per finalità religiose. Vi possono essere norme che istituiscono tassazioni speciali per gli enti religiosi. L’articolo 20 impone che lo stato non attui mai questa strada. Discriminare una qualsiasi attività religiosa è reso impossibile nel nostro paese grazie all’articolo venti della costituzione.  Insomma le istituzioni a carattere religiose possono avere norme di favore, cioè volte a facilitare la loro istituzione, ma non possono esservi norme che pongano ostacoli e difficoltà alla loro nascita. Questo principio è fondamentale per agevolare l’aggregazione di persone nella loro professione di fede. Il credente può liberamente manifestare il suo afflato religioso senza associarsi ad alcuno, senza aderire ad alcuna comunità ecclesiale. Se decide invece di far parte di una comunità religiosa lo stato deve agevolare l’attività istituzionale della comunità. La repubblica deve facilitare l’organizzarsi dei fedeli. L’autorità deve garantire che siano rispettati gli statuti. Non deve in alcun modo ostacolare l’attività religiosa. Questo è un principio basilare che la Costituzione esplicita nell’articolo 20. Insomma non vi possono essere aggravi di natura fiscale allo svolgimento dell’attività religiosa, che spesso impone forme di autofinanziamento da parte dei fedeli e anche di un finanziamento pubblico. Questo principio, occorre dirlo, ha prodotto effetti aberranti. In Italia ci sono esercizi commerciali che sono tassati poco e in maniera incostante, perché facenti capo ad un ente ecclesiastico. Sono vere e proprie attività commerciali che fanno concorrenza sleale ad altri esercenti. Siamo al paradosso che l’articolo 20, nato per non discriminare le associazioni religiose, diventato la giustificazione della nascita di privilegi fiscali e giuridici che la teleologia del commercio non dovrebbe giustificare. Ci sono attività economiche che non pagano le tasse sui beni immobili posseduti solo perché risultano facenti parte di enti ecclesiastici. E’ bene che la legge razionalizzi la tassazione. Non è certo finalità dell’articolo 20 agevolare alcune attività commerciali a discapito di altre. Non è volontà del costituente che alcuni negozi possano non pagare le tasse, perché formalmente sono attività religiose, ,ma  sostanzialmente sono imprese commerciali. E’ d’uopo una razionalizzazione della materia e un censimento accurato di tutte le proprietà e i beni catalogati come ecclesiastici al fine di tassare tutti i beni immobiliari e mobiliari che sono estranei all’attività religiosa e sono solo strumenti di attività economiche. Ovviamente non c’è alcun biasimo verso coloro che, pur facenti parte della comunità clericale, svolgono attività commerciali. La necessità è quella di riconoscere che tali attività sono equiparate ad ogni altra attività volta ad ottenere lucro e dal bisogno di tassarle adeguatamente. Lo stesso vale per le proprietà immobiliari, devono essere soggette alla tassazione, come qualsiasi altra casa e appartamento. Questo per garantire il principio di eguaglianza imposto dal dettato costituzionale.

testo di Giovanni Falagario

RIVOGLIONO IL LORO FUTURO


FRIDAY FOR FUTURE

Ieri, 27/09/2019, in milioni sono scesi in piazza. In ogni parte del mondo giovani studenti hanno manifestato per farsi latori di una concreta tutela ambientale. Erano decenni, dal 1968, che non avveniva una cosa del genere. Una intera generazione in ogni parte del mondo ha una visione comune di cosa non va e di cosa si dovrebbe fare nel mondo intero. Le temperature si alzano. I ghiacciai nei monti e ai poli si sciolgono. Le acque marine crescono. Il disastro ambientale, la crisi planetaria che potrebbe mettere a rischio la stessa esistenza del genere umano, sembra alle porte. Per questa ragione i giovani chiedono una presa di responsabilità da parte degli adulti. Ora basta! Fermatevi! Bisogna smetterla di sfruttare le risorse ambientali come se fossero merci qualsiasi, senza pensare che il trasformare in danaro acqua, cibo, piante e materie prime vuol dire accelerare la fine delle nostre esistenze. Guidare una macchina, costruire un'industria, addirittura anche mangiare un panino, cose tutte legali e benefiche sotto molti aspetti, se fatte con disordine ed ingordigia, senza moderazione, possono mettere in pericolo l'intero ecosistema. Questi sono i temi della discussione che ha infervorato e infervora i cuori dei ragazzi. Il futuro è loro, i "grandi" lo stanno rubando. Come fare a cambiare questo stato di cose? Greta Tunberg, la giovanissima svedese che nell'agosto 2018 manifestò davanti al parlamento del proprio paese iniziando così un processo che oggi coinvolge milioni di suoi coetanei, ha posto delle priorità ai potenti. E' andata in questi giorni di torrido agosto - settembre 2019 a parlare alla politica mondiale nel Palazzo dell'ONU a New York, ha gridato forte la sua indignazione, ha invitato i capi di stato ad impegnarsi per ridurre i gas inquinanti nell'atmosfera terreste. Ha chiesto di pensare al bene comune, di pensare a non gettare via le risorse naturali al fine di preservare la vita umana. Il grido di dolore della terra sembra essere stato raccolto da Greta e dagli altri ragazzi, non da una classe politica mondiale che appare insensibile davanti alle tragedie umane causate dal moltiplicarsi di incendi, uragani e altri eventi direttamente correlati all'aumento della temperatura terrestre. Greta non è sola. Non lo è mai stata. Neanche quando da piccolina andava davanti al parlamento svedese. Aveva con sé milioni di giovani che avevano le sue stesse paure, nel cuore pulsavano le stesse speranze, nella mente gli stessi propositi. Ora che comune sentire ha prodotto una manifestazione mondiale, magari domani una politica concreta e attiva di cambiamento. Greta è affetta dalla sindrome di Asperger, è continuamente insultata sui social network soprattutto in Italia, per gli effetti che ha sul suo viso questa patologia. La migliore risposta a queste prese in giro sono i ragazzi e le ragazze che hanno un sogno comune con lei, un sogno di tutela ambientale, un progetto che frantuma ogni pregiudizio coadiuvato dalla vivacità prorompente della giovane età. Questo afflato di bene che accomuna la generazione dei "nativi del XXI secolo" da una nuova forza, offre un nuovo obbiettivo da raggiungere: il superamento di ogni pregiudizio verso ogni di diversità. Il cammino in Italia è ancora lungo per costruire una comunità inclusiva, gli insulti verso i meno fortunati su internet sono solo il dato più evidente e il meno deleterio, in una società in cui il primo partito nei sondaggi è un movimento xenofobo, in una società in cui i disabili, gli omosessuali, le donne sono di fatto esclusi dal mondo attivo e dal sociale. Cambiare non solo è possibile, è indispensabile, speriamo che lo faranno i ragazzi di Friday for Future.

Testo di Giovanni Falagario

giovedì 26 settembre 2019

LA COSTITUZIONE ITALIANA: ARTICOLO 18



LA COSTITUZIONE ITALIANA:ARTICOLO 18

“i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per i fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.

Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare”

L’articolo 18 dà a tutti i cittadini  il diritto di associarsi. Che cosa sono le associazioni? Sono formazioni sociali stabilmente organizzate e costituite su base volontaria al fine di soddisfare determinati interessi comuni a tutti coloro che ne fanno parte. Da questa definizione scaturiscono due diritti del singolo. Il primo è quello di associarsi, di aderire a una determinata organizzazione. Il secondo, all’opposto, è quello di scegliere di non farvi parte. Non vi è un obbligo assoluto di associarsi, si può scegliere di non aderire a quel progetto comune che ha dato vita a una determinata associazione. La caratteristica della volontarietà rende libera la persona di non fare parte dell’organizzazione. La Costituzione garantisce un’altra libertà fondamentale del singolo. La libertà nella associazione consiste nel diritto di poter esprimere il proprio pensiero, di poter agire secondo coscienza, all’interno dell’associazione. Questa libertà, è bene sottolinearlo, va bilanciata con il diritto dell’associazione di dotarsi di una finalità collettiva e un regolamento interno propri. Il singolo non può considerarsi libero di operare all’interno di una associazione compiendo azioni che sono contrarie alle finalità e agli statuti sociali. Essendo l’organizzazione libera, libero è l’aderirvi o meno. Se il singolo non ritiene di riconoscersi nella teleologia dell’associazione è libero di non aderirvi o di dimettersi, ma non di ledere la stessa struttura sociale contestandone i fondamenti. Qui viene posta una questione fondamentale, la cui risposta è molto complessa. In un’associazione di liberi cittadini quali sono i fondamenti incontestabili?  Quali sono i limiti che intercorrono fra il normale confronto dialettico fra associati, che hanno punti di vista diversi su come perseguire un obbiettivo comune, e invece lo scontro radicale che mette in discussione i principi fondamentali dello stare insieme? Non vi può essere una risposta assoluta a tale domanda. Certo ci sono casi in cui il singolo associato mette in discussione la ragione sociale, il motivi per i quali si sta insieme, allora è lampante che il suo dibattere lo mette fuori dalla comunità, giustifica un’eventuale espulsione. Ma ci sono dei dibattiti che non hanno una chiara soluzione. Spesso vi sono dei dissidi fra i singoli partecipanti, che non possono essere risolti con un’analisi obbiettiva delle regole che gli associati si sono date e la conseguente espulsione di chi le trasgredisce. I contenuti del contendere possono essere frutto di una visione diversa dell’agire concreto. Allora inevitabile che a prevalere sono le ragioni di “forza”, cioè i numeri, i numeri di associati che appoggiano una tesi rispetto a quelli che sostengono quella avversa. In caso di controversie lecite legalmente e nelle quali tutte le parti agiscono nel quadro comune delle norme fondamentali dell’associazione, iscritte nello statuto e nel regolamento, razionale sarebbe mettere tutto nelle mani dell’assemblea degli associati, che esprimono con il voto la scelta collettiva. La libertà d’associazione è uno dei più importanti strumenti per la crescita collettiva della nazione. Le associazioni, con il loro impegno in tutti gli ambiti dello scibile umano, accrescono il livello culturale, le conoscenze scientifiche di tutto il paese. Ci sono molte associazioni nel nostro paese che si distinguono nel loro impegno verso l’aiuto e il soccorso dei soggetti di in difficoltà. Le associazioni di volontariato che hanno come scopo l’aiuto delle persone anziane, dei disabili, dei meno fortunati in generale, sono una ricchezza assoluta per la nazione. La libertà di associazione permette di fatto la nascita di realtà di comunanza eccezionali. Come non ricordare l’associazionismo cattolico. Le associazioni animate dalla fede in Cristo e nella Chiesa hanno contribuito in maniera eccezionale al miglioramento del paese. Animate da un comune ideale di vita queste società di persone si sono messe in cammino nel mondo con la loro opera di testimonianza. E’ d’obbligo ricordare anche altre associazioni, animate dallo stesso spirito di solidarietà, ma laiche e che hanno diversi orientamenti culturali, le associazioni liberali, socialiste o comuniste. Tutte queste associazioni, a prescindere dal loro orientamento ideale, hanno donato un prezioso contributo alla crescita culturale del paese.  E’ comunque sbagliato pensare che la formazione culturale crei steccati. Vi sono in Italia persone che, pur essendo di credo diverso, operano insieme in associazioni, persone che sono riuscite a trasformare i diversi punti di vista delle persone in ricchezza collettiva, che si manifesta nell’associazione. Sono splendidi esempi di come il dialogo, la cooperazione, la volontà di raggiungere obbiettivi benefici possa superare ogni tipo di barriera. L’associazionismo è una miniera d’oro da cui ogni giorno scaturiscono pepite che sono fonte di ricchezza per tutta la comunità nazionale. Sbagliato non rendersene conto, sbagliato non utilizzare queste grandissima risorsa per superare i limiti che il nostro apparato statuale contiene. La Repubblica deve mettere a frutto questo straordinario patrimonio. Le associazioni possono e devono operare insieme agli apparati pubblici al fine di superare tutte le barriere che impediscono il raggiungimento dell’uguaglianza formale e sostanziale di tutti. L’articolo 18 della costituzione vieta le associazioni che hanno fini vietati dalla legge penale.  A questo proposito è d’obbligo pensare alla mafia. La terribile organizzazione criminale che ogni giorno uccide, spaccia droga, corrompe politici e cittadini, fa opera di strozzinaggio. Contro questi enti terribili la nostra Costituzione di staglia come strenuo baluardo di legalità. Il fenomeno delle associazioni criminali va assolutamente debellato. Il nostro paese non può crescere se avrà ancora nel suo ventre tale tremenda serpe. Lo stesso vale per le associazioni segrete. La costituzione e la repubblica, come saggiamente dichiara il secondo comma dell’articolo 18, non deve permettere l’esistenza di associazioni segrete. Ognuno è libero di associarsi, ma non può farlo celando i suoi scopi e le sue finalità, non può avere un obbiettivo volto a ledere l’ordinamento statale e i principi democratici. L’esempio è la Loggia Massonica P2 che ha tramato contro l’ordinamento dello stato e che è stata debellata con estrema fatica e impegno da parte di tutte le istituzioni, La magistratura, in primis, e poi il parlamento, con la costituzione della commissione parlamentare presieduta dalla compianta Tina Anselmi nel 1981. Le associazioni segrete sono un pericolo non solo per lo stato, ma per tutti i cittadini. La P2 voleva sovvertire l’ordinamento democratico del paese, portando grave nocumento all’intera collettività e rovesciando lo stesso ordinamento costituzionale. Altro punto da sottolineare è l’assoluto divieto di costituire organizzazioni di carattere militare. La forza deve rimanere prerogativa dello Stato. Nessun cittadino deve farsi giustizia da sé. Ma in questo articolo si vuole stigmatizzare la pratica del fascismo e, in alcuni casi, del comunismo, che in passato si sono armati e hanno portato il terrore nel nostro paese. Le organizzazioni paramilitari sono assolutamente bandite. Nessuno può circolare liberamente armato nelle nostre strade per raggiungere finalità politiche e di cambiamento sociale. La prigione è l’unico luogo per persone del genere. Ogni tipo di organizzazione lecita deve farlo sen’armi. Insomma l’articolo 18 è uno dei fondamenti del nostro vivere insieme. L’associazionismo è un universo prezioso. Lo stare insieme, dandosi regole comuni, è un modo per essere persone migliori, per vivere la vita in comune, per sentirsi partecipe di un progetto collettivo che apra le strade a un futuro migliore.       

Testo di Giovanni Falagario                                                                          

COSTITUZIONE ITALIANA: ARTICOLO 19


LA COSTITUZIONE ITALIANA: ARTICOLO 19

“Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associativa, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”

L’articolo 19 della costituzione fonda la propria ragion d’essere nell’articolo 3 della stessa carta. Il principio di uguaglianza, iscritto nel terzo articolo costituzionale, dà il diritto a tutti i cittadini di professare il proprio credo religioso. Nessuno deve essere discriminato in base alle sue credenze sull’aldilà. L’articolo 19 offre a ogni cittadino una libertà personale, un diritto universale e inviolabile di libertà religiosa che non può essere intaccato da nessuno, né da altre persone né dall’autorità statuale. Questo articolo è legato all’articolo 8 della stessa carta che afferma che tutte le religioni sono egualmente libere davanti alla legge. Il 19 dice qualcosa di più e di diverso. Afferma che il singolo uomo e la singola donna sono libere di credere o di non credere. Afferma la libertà del singolo di professare una fede religiosa, una libertà che spezza ogni catena e costrizione causata da un’entità esterna che sia statuale o abbia le sembianze di un’autorità religiosa. Quindi dà la libertà di professare una fede religiosa. Offre la possibilità di professare il suo agnosticismo e il suo ateismo. Insomma l’uomo è nella piena potestà di manifestare il suo rifiuto assoluto del divino (ateismo) o la sua indifferenza verso tutte le credenze metafisiche (agnosticismo) esattamente come è libero di professare qualsiasi forma di credo e di venerare qualsiasi divinità. Non c’è più la religione di stato. Nel periodo della Monarchia Sabauda lo stato riconosceva la religione cattolica come religione di stato. Alla luce di questo i cattolici avevano nei fatti privilegi, rispetto a coloro che avevano altre credenze. La religione del papa e i suoi segni liturgici erano presenti nella vita pubblica dello stato, le manifestazioni istituzionali erano accompagnati da riti cristiani. Oggi la sensibilità verso le diverse credenze ha portato lo stato a considerare ogni rito religioso degno di essere rispettato e inserito nel protocollo istituzionale. La Repubblica non ha scelto di essere atea, cioè di considerare ininfluente la religione, ma ha scelto di rispettare ogni forma religiosa. E’ un importante cambiamento di prospettiva. Malgrado l’oggettivo riconoscimento della Chiesa Cattolica come interlocutore religioso meglio radicato nel territorio italiano, la Repubblica dà pari dignità ad ogni religione presente nel territorio. Il patti lateranensi, che regolamentano i rapporti fra stato e chiesa, sono la naturale conseguenza del fatto che il cattolicesimo è la religione della maggioranza dei cittadini italiani. Ma questo dato non deve comportare uno svilimento del ruolo degli altri credi che sono rispettati egualmente alla quello cristiano. Infatti lo stato sta conducendo da decenni una politica di dialogo con tutte le istituzioni religiose di ogni credo al fine di definire i rapporti istituzionali con esse e di rendere possibile la libertà di fede dei singoli aderenti a queste fedi in forza dell’ultimo comma dell’articolo 8 della stessa costituzione. La libertà di culto è un diritto universale. Non è riservato a una parte del genere umano, i cittadini italiani ad esempio, ma all’intero genere umano. La Repubblica non fa discriminazioni di alcun genere chi vive nel nostro paese può e deve professare la propria fede. A questo proposito è da citare la disputa del crocifisso, come la stampa l’ha chiamata. Il tema era se fosse opportuno appendere il simbolo cristiano nei luoghi pubblici, soprattutto nelle aule scolastiche. La questione è stata sollevata da alcune famiglie con bambini in età scolare non di religione cattolica. Le madri di questi pargoli hanno espresso la loro perplessità davanti all’imposizione di un simbolo cristiano, appeso nel luogo ove si insegna, al propri bambini. La questione  è stata risolta dalla corte europea dei diritti dell’uomo, a cui si sono appellate le parti, che ha invitato tutti a una maggiore tolleranza. Da una parte ha invitato le autorità scolastiche a rispettare le singole diverse sensibilità. Dall’altro ha riconosciuto che i simboli del cattolicesimo e del cristianesimo sono parti integranti della cultura secolare della nazione, non possono essere rimossi senza un grave nocumento per la formazione personale del singolo bambino che vive in una realtà in cui la religione di Gesù è fondamento del vivere culturale e collettivo. I segni religiosi cristiani fanno parte dellostile di vita che si segue nel nostro paese, la loro derubricazione a semplici moti dell’anima personale che non devono manifestarsi in simboli esterni è praticamente impossibile. Alla luce del diritto di appendere simboli cattolici in luoghi pubblici in nome del rispetto della sensibilità religiosa della maggioranza, c’è il pari diritto di tutti a professare liberamente il proprio credo. Questa libertà offe il diritto a tutti di indossare simboli della propria religione e di avere costumi consoni ai dettami dei testi sacri a loro cari, tranne che non siano contrari al buon costume, che non siano pericolosi o che non siano perturbatori dell’ordine pubblico. I mussulmani hanno diritto di vestire come credono. Le donne che credono in Allah hanno il diritto di coprirsi il viso e il corpo, se lo credono opportuno. Urge sottolineare che la Costituzione è chiara e precisa. Una persona può essere libera di indossare ciò che vuole, può essere libera di coprire interamente il proprio corpo, indossando il Burka. Quello che è vietato tassativamente è l’imposizione. Nessuna comunità religiosa, nessuna famiglia, nessuna istituzione può imporre al singolo una particolare condotta pubblica. Nel nostro paese una mussulmana è libera di vivere, come si dice volgarmente, all’occidentale, nessuno può imporgli nulla. Ciò in nome dei diritti universali della persona. Diritti che devono essere portati anche in regioni della terra in cui la donna è oggetto di discriminazione e di pregiudizi. Il principio di uguaglianza impone che la donna debba essere considerata libera anche di professare la propria fede superando i dettami maschilisti che caratterizzano la stragrande maggioranza delle religioni. La dignità umana è un bene prezioso che non può essere sacrificato sull’altare di nessun dio. Vorrei citare un episodio. In Italia appartenenti alla religione sikh hanno chiesto di poter circolare nelle nostre strade con il Kirpan il coltello rituale che ogni sikh deve portare sempre con sé. Il kirpan è un’arma estremamente pericolosa. Ha una lama affilata di diversi centimetri, chi professa la religione asiatica lo indossa per sconfiggere allegoricamente il male, ma rimane uno strumento di morte che potrebbe infliggere gravi lesioni in caso di litigi o zuffe. La corte di cassazione, interrogata sulla questione, ha invitato i credenti a indossare coltelli di plastica, così da rispettare il loro credo e i valori allegorici di cui è latore, ma allo stesso tempo di evitare che si vada in giro per strada con armi pericolose. La comunità sikh in Italia ha reagito con malumore. Per loro è necessario circolare con coltelli veri per adempiere il volere delle proprie divinità. La questione è complessa e lungi dall’essere pienamente risolata. Fortunatamente però i casi in questione sono sporadici, è raro vedere persone armate di coltello in giro nelle nostre città. Ma è il caso di proporre questi casi quali rilevatori delle enormi questioni che il principio di libertà religiosa può sollevare, questioni risolvibili solo con la pazienza e la tolleranza reciproca. La libertà religiosa, però, è un bene prezioso. Dare a tutti la libertà di credere nel proprio dio è un modo per accrescere culturalmente l’intera collettività. La Repubblica diviene più grande se è in grado di accogliere tutte le filosofie e le religioni del mondo. La crescita avviene nella sincretica convergenza di più fedi. E’ bene ricordarlo: la pluralità è ricchezza. Per questo motivo è fondamentale l’articolo 19 che dà la possibilità ad ogni cittadino di esprimere il proprio credo e la propria fede.

Testo di Giovanni Falagario