domenica 11 ottobre 2020

PARLANDO DI COSTITUZIONE

 


NOTE A MARGINE DELL’ARTICOLO 79 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

“L’amnistia e l’indulto sono concessi con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale.

La Legge che concede l’amnistia e l’indulto stabilisce il termine per la loro applicazione-

In ogni caso l’amnistia e l’indulto non possono applicarsi ai reati commessi successivamente alla presentazione del disegno di legge”.

Sia l’amnistia che l’indulto sono atti di clemenza. Lo Stato, la Repubblica, concede il perdono a persone colpevoli di reati che conducono alla prigione. È quindi una scelta di bontà verso persone che hanno avuto un comportamento tale da violare le leggi dello stato, soprattutto quelle di natura penale. L’amnistia estingue il reato, quasi che non fosse mai stato compiuto. L’indulto estingue solo la pena, cioè la punizione che l’ordinamento statuale infligge al reo.

Alla luce di queste considerazioni appare chiaro che concedere l’amnistia e l’indulto è un atto di estrema rilevanza politica e sociale. Vuol dire che la repubblica offre la possibilità di ritornare alla vita libera e pubblica a soggetti che non abbiano ancora scontato il fio della colpa che hanno commesso. È un atto che impone una scelta ponderata e, fondamentalmente, condivisa dall’intera comunità. Per questo motivo la Costituzione impone una  maggioranza qualificata, i due terzi dei componenti di ciascuna camera, per approvare la Legge che concede queste due forme di grazia.

Ricordiamo che perfino la Costituzione può essere modificata con un numero inferiore di consensi dei parlamentari. Le Leggi Costituzionali, lo ricordiamo, a norma dell’articolo 138 della Costituzione possono essere approvata con la maggioranza assoluta dei componenti delle Camere, nella seconda lettura del disegno di legge. Insomma un numero inferiore rispetto a quello necessario per approvare le leggi di amnistia ed indulto. Perché? La prima risposta è che in caso di approvazione di una riforma Costituzionale con la semplice maggioranza assoluta dei componenti delle camere, e non con i due terzi,  si concede a un numero qualificato di deputati, cittadini o istituzioni regionali di chiedere un referendum confermativo della riforma, invece per l’indulto e l’amnistia ciò non è previsto, in più, è d’uopo sottolinearlo, l’articolo 75 della Costituzione Italiana non ammette che il referendum abrogativo di leggi ordinarie sia strumento per abrogare l’indulto e l’amnistia. Come dire se la legge in questione è stata approvata dalle camere e firmata dal presidente della Repubblica, l’unico modo per fermare la sua vis giuridica sarebbe la sua, eventuale, dichiarazione di illegittimità costituzionale davanti alla Consulta. Cioè sarebbe l’alta camera dei giudici delle leggi l’unica sede atta a bloccare un provvedimento, fra l’altro con il problema, non certo trascurabile, che la sua eventuale sentenza danneggerebbe il diritto alla libertà dei cittadini, che i rei hanno conquistato, o meglio, ottenuto con un atto del potere legislativo dello stato. Insomma si aprirebbe un dibattito e, di fatto, uno scontro fra poteri dello stato con esiti destabilizzanti per l’ordine costituzionale. Ecco perche sarebbe bene che il parlamento ponderi affondo su una eventuale scelta di concessione di amnistia o / ed indulto. Nei precedenti storici ciò è avvenuto, ci sono state lunghe discussioni prima dell’approvazione della legge in questione. Ma occorre dirlo e ricordarlo, il dibattito prima dell’approvazione non ha impedito una successiva striscia di polemiche, all’indomani della promulgazione della legge da parte del Capo dello Stato.

Detto questo appare lampante che l’amnistia e l’indulto sono atti di liberalità che impongono una seria e ponderata valutazione. Molto spesso si sono giustificate come atto per “svuotare le carceri” notoriamente sovraffollate. Si è pensato un tale atto per concedere ai rei una conduzione di vita dignitosa, cosa che nel chiuso di una prigione gli era negata. La prima motivazione è discutibile, appare più razionale costruire strutture penitenziarie più capienti e in numero maggiore, se ci sono troppi rei, che liberarli. La seconda è condivisibile. Ricordiamo che l’articolo 27, terzo comma, della Costituzione Italiana ricorda che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari all’umanità. Appare chiaro quindi che l’amnistia e l’indulto possono, anzi devono, essere concesse nell’ottica di offrire ai condannati una strada di reinserimento sociale che non preveda sbarre e chiavistelli, ma un processo di rieducazione ad essere cittadino non solo ligio alle leggi, ma anche consapevole del proprio esser parte di un grande progetto collettivo. Per chiarire, non si commettono reati e non si è recidivi, se si è consapevoli che le leggi sono le pietre di inciampo, per dirla evangelicamente, che indicano la strada da seguire e fanno da monito a chi sceglie la strada sbagliata, ecco perché l’inserimento sociale, l’essere parte attiva nella società attraverso un ruolo lavorativo e di volontariato, aiuta i condannati a diventare uomini e donne nuove, capaci di rinnegare la strada sbagliata che hanno scelto in passato.

Bisogna essere chiari, lo è il terzo comma dell’articolo 79 della Costituzione Italiana, l’amnistia e l’indulto non cancellano il fatto che l’atto compiuto trasgredendo le leggi è un’azione antisociale. Il reato non è cancellato. Ne sono solo state evulse le sua applicazioni, e non a tutti, ma a solo coloro che hanno commesso tale colpa prima dell’approvazione della legge di amnistia ed indulto. Coloro che hanno commesso un reato amnistiato o posto in indulto dopo l’approvazione della legge non hanno alcun diritto di avere le agevolazioni e il perdono concesso alle persone che hanno commesso il reato prima dell’approvazione della legge medesima. Perché? La prima risposta è che se l’amnistia avesse anche potestà su atti posteriori alla sua approvazione, il cittadino, chiunque, sarebbe indotto a commettere reato, sapendo che c’è già una legge che “lo perdona”, insomma sarebbe di fatto una immunità generalizzata che il nostro ordinamento, e anche la logica umana, esclude categoricamente. Poi sarebbe un depotenziamento troppo forte del potere di censura e di punizione dello stato nei confronti di cittadini che hanno commesso reati gravissimi contro la collettività e contro diritti soggettivi di altre persone. Ricordiamo che l’amnistia e l’indulto è concessa a persone che hanno rubato, hanno frodato, hanno concesso omicidi colposi. Insomma sono persone che hanno danneggiato fortemente il proprio prossimo. È bene che la legge riesca a trovare un giusto equilibrio fra due principi entrambi lodevoli, il primo garantire il repentino reinserimento sociale del reo, il secondo, fondamentale, garantire che chi ha subito danno trovi giustizia dallo stato e veda colui che, soprattutto dolosamente l’ha danneggiato, punito e costretto a risarcirlo. Allora è bene che ci sia una ponderazione. È bene che si ragioni sul valore e il significato sociale, sul messaggio che si vuole dare al popolo (inteso come l’intera collettività della nazione), quando si delibera da parte delle camere e si promulga da Parte del Presidente della Repubblica un atto normativo che concede amnistia o indulto. Come in ogni cosa, un tale atto ha forti conseguenze sociali, fino al punto che potrebbe teoricamente destabilizzare il tessuto connettivo del paese. Per questo motivo deve essere lampante che l’amnistia e l’indulto sono parte dell’ordinamento giuridico che impone il rispetto delle regole, non sono strumento per inficiarlo. Allora è bene che ci sia grande consapevolezza del proprio ruolo di equilibrio da parte del Parlamento al momento dell’approvazione di tali leggi. La libertà è un dono bellissimo. È la cosa più bella che possiede l’umanità. Ma proprio per la sua importanza, va pensata e concessa con senso di giudizio.

PARLANDO DI COSTITUZIONE

 


ARTICOLO 79 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

“L’amnistia e l’indulto sono concessi con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale.

La legge che concede l’amnistia o l’indulto stabilisce il termine per la loro applicazione.

In ogni caso l’amnistia e l’indulto non possono applicarsi ai reati commessi successivamente alla presentazione del disegno di legge”

Per commentare l’articolo 79 della Costituzione è bene riprendere i concetti giuridici di “amnistia” ed “indulto”. Sono atti di clemenza compiuti dalla autorità statuale in favore di chi ha commesso dei reati. Nei tempi passati l’indulto e l’amnistia erano, al pari della grazia, atti propri del capo dello stato. La Repubblica ha modificato questo stato di cose. La grazia, che è la clemenza concessa a un singolo recluso per motivi umanitari, rimane prerogativa del Presidente della Repubblica. Gli altri istituti, che valgono per tutti coloro che hanno compiuto un certo tipo di reato o hanno infranto specifiche normative del codice penale, sono prerogativa del parlamento. Fino alla riforma del 1992 i provvedimenti di clemenza erano concessi dal presidente della Repubblica su delega del Parlamento. L’atto, nei fatti, assumeva la forma di un decreto legislativo. Il parlamento, con legge di delega, dava i criteri generali per la concessione degli atti di clemenza. Il Presidente della Repubblica concedeva l’amnistia e l’indulto, con decreto. La riforma ha eliminato il ruolo del Presidente della Repubblica e del Governo, che di fatto emanava l’atto di clemenza che il capo dello stato controfirmava. Ha inoltre introdotto una maggioranza qualificata per l’approvazione dell’amnistia e dell’indulto. È necessaria la maggioranza dei due terzi di ambedue le camere per l’approvazione dell’atto di magnanimità. Mentre prima era richiesta la semplice maggioranza per l’approvazione della legge di autorizzazione al Presidente della Repubblica. È una scelta voluta per provare a porre un freno allo sdegno dei cittadini che vedevano gli atti di liberalità succitati quasi come una complicità della politica verso i criminali. Infatti spesse volte in passato gli atti di amnistia ed indulto sono stati utilizzati per condonare gli atti dei cosiddetti “colletti bianchi”, cioè coloro che avevano compiuto reati finanziari e corruttivi  appartenevano alla classe dirigente. Il quorum più alto è stato voluto per porre un freno a questo costume e rendere l’amnistia e l’indulto veri e propri atti eccezionali. Oggi la legge di concessione dell’amnistia e dell’indulto richiede che non solo la votazione finale sia fatta dai due terzi dei componenti del parlamento, ma impone che la votazione di ogni articolo abbia eguale numero di votanti favorevoli.

Ricordiamo che l’amnistia è l’istituto giuridico che estingue una condanna, l’esecuzione della stessa e delle pene accessorie. Cioè dal momento della sua approvazione da parte delle camere gli imputati, che rientrano nella tipologia dei rei amnistiati, sono da considerarsi liberi dalla pena, come se avessero già estinto il loro debito con la società. L’indulto, invece condona la pena, senza estinguere il reato, o la commuta in altra minore. Insomma l’amnistia è la cessazione della pena, mentre l’indulto è la sua riduzione. Chi ha ricevuto l’indulto non vede estinguersi gli effetti civili del reato, mentre chi ha avuto l’amnistia è da considerarsi libero da ogni condanna, anche accessoria.

La legge che istituisce l’indulto e l’amnistia deve tassativamente indicare non solo i reati penali oggetto di clemenza, ma anche le eccezioni dovute a particolari condanne. Possono essere esclusi dalla liberalità coloro hanno visto riconosciuti aggravanti al loro reato, quale ad esempio la pervicacia e l’efferatezza, possono essere esclusi particolari tipologie di crimini: ad esempio quelle legate alla corruzione e alla concussione. Possono essere esclusi, cosa giustissima, coloro che sono stati condannati per associazione di tipo mafioso. La scelta degli esclusi non è imposta né dalla legge né dalla Costituzione. I miei esempi sono fatti in base alla lettura degli atti di clemenza emanati in passato dal Parlamento. È bene, però, che il criterio che esclude coloro che sono affiliati ad organizzazioni criminali sia sempre utilizzato. In caso di indulto la legge indica anche di quanto sia “lo sconto” della pena. Come abbiamo già detto infatti questo istituto non la estingue ma la diminuisce. Una questione delicatissima. Infatti sull’entità dello sconto, grande o piccolo che sia, si decide del destino dei reclusi. Insomma questi atti di clemenza sono di un’importanza estrema. Spesse volte avvengono in occasioni di eventi eccezionali, che sono da ritenersi di rilevanza storica. In occasione del Giubileo del 2000, evento religioso che ha coinvolto il nostro paese da sempre di cultura Cattolica, il parlamento decise di concedere un indulto generale. L’atto di clemenza fu voluto dall’intero arco parlamentare, con l’eccezione della Lega e di alcune altre forze politiche di estrema destra. Gli effetti dell’amnistia furono oggetto di campagna elettorale. La sinistra fu accusata di aver permesso l’aumento indiscriminato dei crimini. Berlusconi, leader di Forza Italia, si “dimenticò” di aver votato la clemenza, cavalcò la paura e vinse le elezioni. L’effetto fu deleterio. Da allora gli estremisti di destra videro nella Lega e in Forza Italia un punto di riferimento. Si legarono alla destra elementi come Massimo Carminati, ideologo del neofascismo, che faceva della violenza contro immigrati e deboli il suo credo. Entrarono nella lega e continuano ad entrare persone come Luca Traini, esponente leghista di Macerata che il 3 febbraio 2018 ha sparato su un gruppo di immigrati, considerati colpevoli di aver ucciso una ragazza solo perché di colore. Ora è bene dire che la violenza non è solo in Lega e Forza Italia. Anche i centri sociali usano la forza, come ha giustamente ricordat6o Silvio Berlusconi in una importante intervista politica a Bruno Vespa. È profondamente sbagliati non equiparare la violenza dell’estrema sinistra a quella di Lega e Forza Italia. Rimane il fatto che i violenti a sinistra non hanno consensi, mentre lega e Forza Italia uniti sono la prima coalizione del paese. Quanti Luca Traini ci sono in Parlamento, eletti nelle fila della destra? Ce lo dobbiamo chiedere! Come ci dobbiamo chiedere il perché l’elettorato che fino al 1994 si considerava moderato, da allora in poi vota le coalizioni di destra, di estrema destra. La risposta a queste domande potrebbe essere decisiva per i destini della nazione. È d’obbligo che l’istituto dell’amnistia e dell’indulto sia usato con estrema cautela. È bene che valga il principio dell’effettività della pena. Chi commette un reato deve pagare il fio. Deve essere perseguito e condannato. Gli atti di clemenza devono rimanere eccezionali. La certezza di vivere in un paese sicuro è strumento di progresso sociale e politico. I cittadini non devono sentirsi in pericolo. Se questo principio viene meno è inevitabile il decadimento ideologico verso posizioni estremiste. La politica, le forze democratiche, il Movimento Cinque Stelle, vero vincitore dell’ultima tornata elettorale, deve farsi carico di tutte le paure e trovare una risposta adeguata, cosa che non ha fatto il Partito Democratico nella scorsa legislatura, in caso contrario si rischia di cadere nell’estremismo propugnato da Silvio Berlusconi e Matteo Salvini.

L’ultimo comma dell’articolo 79 della Costituzione è strumento essenziale per garantire la certezza del diritto. Gli atti di clemenza possono valere solo per i reati commessi prima della presentazione del disegno di legge. Non prima dell’approvazione delle Camere, ma prima della presentazione in parlamento della proposta. Questo è importantissimo chi commette un reato non può farlo nella speranza di non pagare il fio. Se una persona commette una colpa, sapendo che in Parlamento si discute un atto di clemenza, agisce nella prospettiva di “farla franca”. Questo è inaccettabile. Lo stato perdona, ma non chi approfitta della sua “bontà”. Insomma l’amnistia e l’indulto sono atti volti a soccorrere coloro che, per proprie colpe, si trovano in uno stato di cattività. La prigione è bruttissima. La carcerazione è un atto disumano. Certo è necessaria per garantire l’ordine pubblico, ma è bene che si cerchino altri strumenti per evitare il proliferare di atti criminosi, quale l’inserimento sociale, l’utilizzo di pene alternative, il lavoro socialmente utile. Gli atti di clemenza possono essere efficaci per il miglioramento della società, se saggiamente inquadrati in una politica che scongiuri gli atti criminosi, operando nei quartieri e nelle località ove il degrado sociale favorisce il commettere reati. L’integrazione sociale, l’attuazione dell’articolo 3 della Costituzione, potrebbe essere un modo concreto per migliorare la società. È vero oggi tutto ciò è utopia. La crisi ha creato un solco sociale che sembra insanabile. I disabili, i più deboli sono esclusi e perfino oggetto di derisione, figuriamoci se in una società del genere ci può essere una politica inclusiva. La società italiana è a pezzi. È considerato normale deridere i più deboli, i meno fortunati, escluderli dal mondo del lavoro, negargli i necessari strumenti per vivere una vita dignitosa. Il disabile, soprattutto in un meridione sempre più degradato, è escluso dalla realtà sociale, lavorativa e culturale. Allora perché dare una possibilità al condannato? Perché una società migliore si costruisce attraverso l’inclusione. Bisogna dare la possibilità a tutti di rinascere, di avere un ruolo sociale, una dignità. Questo vale sia per i migranti sia per i disabili sia per coloro che hanno commesso reati. Coloro che sono affetti da dipendenza di alcool e droghe devono essere aiutati, con istituzioni e ambulatori attrezzati e supportati dalla politica e dalla società. Nel nostro paese si arriva al paradosso che si frequenta un delinquente quando opera per commettere reati e gli si volta le spalle quando viene “beccato”. Questa è una vergogna. È giunto il tempo di riscoprire il valore della socialità. Riscoprire che è bene porgere una mano a chi è caduto. È bene rifuggire l’ipocrisia, che ci fa complici dell’illegalità e ci porta ad isolare chi ha già pagato il conto alla giustizia. Fa rabbia vedere condannati, disabili, migranti abbandonati a se stessi e alla azione caritatevole di poche associazioni. La società italiana potrà rinascere solo partendo dall’inclusione.

martedì 6 ottobre 2020

UNA SALUTO ALLA PRESIDENTE DELL'ANPI

 


CIAO CARLA

Carla Nespolo era nata nel 1943. Era una bimba durante la seconda guerra mondiale. Era stata eletta nel 2007 presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani (ANPI). Non era stata una staffetta, non era stata una combattente durante la seconda guerra mondiale, non poteva esserlo. La sua ragione di vita era quella di contribuire a rendere conosciti e vissuti di tutti quei valori di libertà e giustizia che erano propri del movimento di liberazione partigiana. Se ne è andata ieri, 05/10/2020, dopo aver speso l’intera sua esistenza a difendere con la parola e con l’azione pacifica, quei principi che i nostri padri hanno difeso con le armi.

Difficile trovare le ragioni profonde che rendono ancora importante l’azione dell’AMPI. O meglio. È difficile non trovarle nel proprio cuore e cervello, ma esplicitarle. Troppo spesso i pregiudizi verso l’altro, l’avversione per il diverso, sono diventati il fondamento stesso dell’azione politica. Per questo motivo appare “difficile” spiegare le ragioni di un’associazione partigiani che in realtà vuole dimostrare l’opposto, cioè che è giusto lottare, e finanche uccidere, per difende il principio di eguaglianza fra tutti gli uomini. Per questi Carla spendeva il proprio tempo raccontando la storia. Il suo scopo era fare da monito, affinché gli incubi del passato non si presentassero. Bisogna essere capaci di discernere. Bisogna imparare a capire. Bisogna fare luce sui tempi trascorsi, affinché i mostri del passano non si manifestino ancora. È questo il senso dell’azione di Carla Nespolo, è questa la staffetta che ci passa ora che saluta il mondo.

Dobbiamo essere capaci di costruire una società plurale ed accogliente. Gli steccati, le barriere devono essere superate. Il dialogo, e non lo scontro, devono essere il fondamento del nostro vivere sociale. Non ci devono essere più divisioni per “razze”, orrendo termine che ha radici millenarie ma che è stato reso arma di oppressione tremenda dal fascismo e nazismo. Le paurose leggi razziali del 1936 non devono più esserci. I Lager, le deportazioni, i dolori inferti ai “diversi”, che in realtà erano solo i meno difesi, devono essere per noi motivo di orrore. Ecco cosa vuol dire oggi essere antifascisti. Vuol dire non credere nella nostra superiorità contrapposta alla loro inferiorità. Anzi vuol dire superare e cancellare il concetto dicotomico e dialettico di “Noi e Voi”, per costruire un “essere insieme” che ponga le basi per una società inclusiva e, vivaddio, felice.

Noi dobbiamo cambiare, noi dobbiamo essere meglio di ciò che siamo. L’esempio di Carla Nespolo, l’esempio di coloro, che pur nella dialettica del pensiero, riescono a costruire una base condivisa di costruzione sociale, ci deve essere da sprone. Ciao partigiana, non sui monti, ma sulle morbide colline delle idee di giustizia.

IL LIBRO DI ALDO CAZZULLO SULLA DIVINA COMMEDIA


 LEGGENDO DANTE

“L’Italia ha questo di straordinario, rispetto alle altre nazioni. Non è nata dalla politica o dalla guerra. Non da un matrimonio dinastico, non da un trattato diplomatico. È nata dalla cultura e dalla bellezza. Dai libri e dagli affreschi. È nata da Dante amante di una donna che non c’è più e di una patria che non c’è ancora”.

Questo è l’incipit del testo, un po’ saggio letterario e un po’ storiografico, del giornalista Aldo Cazzullo che si intitola “A riveder le Stelle”. Il testo è appena uscito dalle rotative del gruppo editoriale Mondadori. È un testo dedicato a Dante Alighieri e alla sua “Commedia”, così importante per la cultura italiana e mondiale da essere presto diventata “Divina”. Siamo a cavallo fra il 1200 e il 1300. Dante ambienta il suo viaggio, descritto nell’opera, nei tre luoghi dell’oltretomba cristiano, l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Immagina un suo viaggio nell’aldilà che inizia il Giovedì Santo per concludersi il giorno di Pasqua. Cazzullo, firma stimata e notissima de “Il Corriere della Sera” indaga sull’importanza e sul peso morale che l’opera dantesca ha avuto nei secoli seguenti a quello in cui è stata scritta. Ovviamente non è un’indagine nuova. Sono stati migliaia i critici, gli storici, i filologi che hanno indagato sui versi e sugli esiti sociali della Commedia dantesca. Ricordiamo gli studi di nostri altri illustri letterati: da Ugo Foscolo a Giacomo Leopardi, Da Alessandro Manzoni a Vittorio Alfieri. Ricordiamo l’apporto prezioso di illustri studiosi di filologia stranieri. Come non menzionare il tedesco Erich Auerbach, che ha dedicato tutta la sua esistenza alla analisi dettagliata dell’opera dantesca, citeremo solo uno dei suoi scritti: Studi su Dante. Alla luce dell’infinita bibliografia critica su Dante Alighieri, appare chiaro che l’ultima opera di Cazzullo vuole essere altro che un opera critica. Vuole essere un viaggio nell’animo degli italiani di oggi, quelli che si barcamenano fra crisi economica e coronavirus, attraverso la lente, la chiave di lettura, offerta dal sommo vate, per parafrasare un’apostrofazione di Gabriele D’Annunzio.

Perché, mi pare la tesi di Aldo Cazzullo, interrogarsi sulle vie poetiche di dante vuol dire chiederci quali siano le vere ragioni di unità nazionale. È il racconto della ricerca di emancipazione e redenzione dantesca che ci fa trovare le ragioni profonde del vivere assieme. Non sono le guerre, non sono i nemici da combattere, non sono le risse che ci fanno stare insieme, ma è la bellezza e la soavità del canto poetico, la magnificenza delle nostre chiese, la  bellezza che tocca il cuore dei resti dell’Impero Romano, struggente quanto pesante eredità lasciata a noi da nostri lontani progenitori. L’Italia è arte. Gli italiani ne debbono essere i custodi. Hanno un cammino comune se si riconoscono nel magnifico campanile di Giotto, a Firenze, nella Cappella degli Srovegni a Padova, ma anche nelle orme poetiche di Petrarca e nella prosa di Boccaccio. L’Italia è architettura, pittura, e letteratura. Noi italiani dobbiamo essere testimoni attivi di quel Bello che i nostri padri ci hanno lasciato. Allo stesso tempo è nostro dovere morale e impegno intellettuale  costruire una società più bella e più giusta partendo dall’insegnamento morale ed etico dei nostri grandi del passato.

Ma come riuscirci? La risposta è dura e difficile. Non ci sono strade già tracciate, ma ci sono sentieri da costruire e in cui bisogna mettere il selciato, ancor prima di porre su di essi i nostri incerti passi. Ma quello che abbiamo, e non è poco, è l’insegnamento dei grandi del nostro passato. Abbiamo Dante, che si offre di essere il nostro Virgilio. Come il poeta latino ha fatto da guida al fiorentino nel Purgatorio e nell’Inferno, Dante ci può essere punto di riferimento e conforto nel nostro indefesso belleggiare contro le difficoltà del vivere quotidiano e collettivo. Una società nuova deve nascere partendo dagli insegnamenti etici di Dante. Come per lui la Chiesa e l’Impero erano i due soli che illuminavano la vita degli uomini del suo tempo, oggi i nostri soli sono la libertà e l’eguaglianza, principi ispiratori della nostra Carta Costituzionale. Allora rileggere Dante, rileggere il suo sforzo etico di denunciare i vizi ed esaltare le virtù, non solo personali ma anche quelle civiche, deve esserci da sprone per rinnovare a fondo la nostra nazione. Ecco perché il testo “A riveder le Stelle”, che poi sarebbe una citazione l’ultimo verso dell’ultimo canto della cantica dell’Inferno, di Aldo Cazzullo può aiutarci a trovare nuove chiavi di lettura dell’opera dantesca e a farla diventare ancora di più uno strumento di emancipazione politica e sociale del nostro martoriato tessuto collettivo italiano. Buona lettura a tutti.

LEGGENDO DANTE

 

“L’Italia ha questo di straordinario, rispetto alle altre nazioni. Non è nata dalla politica o dalla guerra. Non da un matrimonio dinastico, non da un trattato diplomatico. È nata dalla cultura e dalla bellezza. Dai libri e dagli affreschi. È nata da Dante amante di una donna che non c’è più e di una patria che non c’è ancora”.

Questo è l’incipit del testo, un po’ saggio letterario e un po’ storiografico, del giornalista Aldo Cazzullo che si intitola “A riveder le Stelle”. Il testo è appena uscito dalle rotative del gruppo editoriale Mondadori. È un testo dedicato a Dante Alighieri e alla sua “Commedia”, così importante per la cultura italiana e mondiale da essere presto diventata “Divina”. Siamo a cavallo fra il 1200 e il 1300. Dante ambienta il suo viaggio, descritto nell’opera, nei tre luoghi dell’oltretomba cristiano, l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Immagina un suo viaggio nell’aldilà che inizia il Giovedì Santo per concludersi il giorno di Pasqua. Cazzullo, firma stimata e notissima de “Il Corriere della Sera” indaga sull’importanza e sul peso morale che l’opera dantesca ha avuto nei secoli seguenti a quello in cui è stata scritta. Ovviamente non è un’indagine nuova. Sono stati migliaia i critici, gli storici, i filologi che hanno indagato sui versi e sugli esiti sociali della Commedia dantesca. Ricordiamo gli studi di nostri altri illustri letterati: da Ugo Foscolo a Giacomo Leopardi, Da Alessandro Manzoni a Vittorio Alfieri. Ricordiamo l’apporto prezioso di illustri studiosi di filologia stranieri. Come non menzionare il tedesco Erich Auerbach, che ha dedicato tutta la sua esistenza alla analisi dettagliata dell’opera dantesca, citeremo solo uno dei suoi scritti: Studi su Dante. Alla luce dell’infinita bibliografia critica su Dante Alighieri, appare chiaro che l’ultima opera di Cazzullo vuole essere altro che un opera critica. Vuole essere un viaggio nell’animo degli italiani di oggi, quelli che si barcamenano fra crisi economica e coronavirus, attraverso la lente, la chiave di lettura, offerta dal sommo vate, per parafrasare un’apostrofazione di Gabriele D’Annunzio.

Perché, mi pare la tesi di Aldo Cazzullo, interrogarsi sulle vie poetiche di dante vuol dire chiederci quali siano le vere ragioni di unità nazionale. È il racconto della ricerca di emancipazione e redenzione dantesca che ci fa trovare le ragioni profonde del vivere assieme. Non sono le guerre, non sono i nemici da combattere, non sono le risse che ci fanno stare insieme, ma è la bellezza e la soavità del canto poetico, la magnificenza delle nostre chiese, la  bellezza che tocca il cuore dei resti dell’Impero Romano, struggente quanto pesante eredità lasciata a noi da nostri lontani progenitori. L’Italia è arte. Gli italiani ne debbono essere i custodi. Hanno un cammino comune se si riconoscono nel magnifico campanile di Giotto, a Firenze, nella Cappella degli Srovegni a Padova, ma anche nelle orme poetiche di Petrarca e nella prosa di Boccaccio. L’Italia è architettura, pittura, e letteratura. Noi italiani dobbiamo essere testimoni attivi di quel Bello che i nostri padri ci hanno lasciato. Allo stesso tempo è nostro dovere morale e impegno intellettuale  costruire una società più bella e più giusta partendo dall’insegnamento morale ed etico dei nostri grandi del passato.

Ma come riuscirci? La risposta è dura e difficile. Non ci sono strade già tracciate, ma ci sono sentieri da costruire e in cui bisogna mettere il selciato, ancor prima di porre su di essi i nostri incerti passi. Ma quello che abbiamo, e non è poco, è l’insegnamento dei grandi del nostro passato. Abbiamo Dante, che si offre di essere il nostro Virgilio. Come il poeta latino ha fatto da guida al fiorentino nel Purgatorio e nell’Inferno, Dante ci può essere punto di riferimento e conforto nel nostro indefesso belleggiare contro le difficoltà del vivere quotidiano e collettivo. Una società nuova deve nascere partendo dagli insegnamenti etici di Dante. Come per lui la Chiesa e l’Impero erano i due soli che illuminavano la vita degli uomini del suo tempo, oggi i nostri soli sono la libertà e l’eguaglianza, principi ispiratori della nostra Carta Costituzionale. Allora rileggere Dante, rileggere il suo sforzo etico di denunciare i vizi ed esaltare le virtù, non solo personali ma anche quelle civiche, deve esserci da sprone per rinnovare a fondo la nostra nazione. Ecco perché il testo “A riveder le Stelle”, che poi sarebbe una citazione l’ultimo verso dell’ultimo canto della cantica dell’Inferno, di Aldo Cazzullo può aiutarci a trovare nuove chiavi di lettura dell’opera dantesca e a farla diventare ancora di più uno strumento di emancipazione politica e sociale del nostro martoriato tessuto collettivo italiano. Buona lettura a tutti.

venerdì 2 ottobre 2020

PARLANDO DI COSTITUZIONE

 


NOTE A MARGINE SULL’ARTICOLO 78 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

“Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al governo i poteri necessari”

Questa piccola nota sull’articolo 78 della Costituzione Italiana vuole essere una riflessione su quel che sta avvenendo oggi, con l’Italia alle prese con il Corona Virus. Noi non siamo in guerra, stiamo affrontando una grave e perigliosa emergenza sanitaria. Le Camere non hanno deliberato lo stato di guerra. Il bacillo non ha armi da imbracciare, la sua invasione non è a causa dell’arrivo dei suoi carri armati. Non viene neanche sui barconi, come i migranti dell’Africa. Dico questo perché ormai rimarrà nella storia, forse solo del folclore politico oppure in quella con la S maiuscola, dipenderà dalle vicissitudini della Lega e della destra italiana, la dichiarazione di Matteo Salvini che davanti al tribunale dei ministri e al parlamento dichiarò che fermare i migranti era ottemperare al primo comma dell’articolo 52 della Costituzione Italiana: La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Oggi il pericolo non è donne, uomini e bambini provenienti dal mare, il pericolo è invisibile, ma uccide. Il pericolo è reale. Sono stati ammalati perfino politici: da noi il segretario del PD e presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, il molte volte presidente del Consiglio e grande imprenditore, Silvio Berlusconi, è ancora convalescente, il noto imprenditore Flavio Briatore. All’estero è ammalato addirittura il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, almeno secondo alcune voci. Il Presidente del Brasile, Bolsano, è stato ammalato ed è guarito. Sono tanti i cittadini comuni che purtroppo hanno addirittura perso la vita, ricordiamo i residenti dell’opera di ospitalità di Milano Pio Albergo Trivulzio, infettati l’inverno di questo dannato 2020.

Detto questo, ricordato le milioni di vittime del male, ci dobbiamo domandare: in questo frangete il governo deve utilizzare tutti i poteri necessari per sconfiggere il morbo e per dare sicurezza ai cittadini. Può utilizzare la legislazione d’urgenza e addirittura, in dati frangenti, debordare da quelli che sono i paletti costituzionali che delimitano la propria azione. Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, da quando è emersa concretamente l’irruenza del male ha utilizzato i Decreti del Presidente del Consiglio, atti che normalmente vengono derubricati come regolamenti e quindi sottomessi alla legge, per gestire l’emergenza. Di fatto ha tolto un potere parlamentare, quello di delineare l’azione generale dello stato attraverso gli atti normativi, è se le è arrogata. Lo ha fatto in forza dell’oggettiva eccezionalità ed emergenza della situazione. Bisogna dire che l’agire di Conte e del suo governo è più ispirato al secondo comma dell’articolo 77 della Costituzione Italiana (quando nei casi straordinari di necessità e d’urgenza il governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere), ma appare chiaro che il dettame della norma fondamentale citata non copre interamente l’agire repentino ed emergenziale dell’attuale governo. Il solo fatto che Conte non adoperi Decreti Legge, ma Decreti del Presidente del Consiglio lo mette in una situazione eccezionale, tali atti, ho già detto sono di natura meramente amministrativa e in più non vengono approvati dalla collegialità del gabinetto di governo come i decreti legge e i decreti legislativi. Allora che cosa succede? È giusto che il governi operi in questa maniera per fronteggiare la pandemia? È giusto che l’esecutivo nazionale entri in conflitto con i poteri sulla sanità che la costituzione dà alle Regioni? La risposta è di natura giuridica, ma anche politica. Il potere emergenziale ha dato un plus di forza al governo centrale, e un minus alle realtà locali. Già si contano in decine i conflitti fra stato e regione. L’esecutivo ha seguito lo spirito costituzionale quando ha utilizzato i suoi poteri per fermare la malattia? O doveva rispettare le competenze locali? La risposta è nel creare le sinergie fra istituzioni dello stato per fronteggiare l’emergenza. Il governo può e deve decretare d’urgenza, può e deve agire in fretta nell’emergenza, ma deve anche avere la capacità di dialogare con le altre istituzioni, non solo le regioni e i comuni, ma anche, e direi soprattutto, il Parlamento. C’è riuscito? È questa la domanda! I nostri politici sono riusciti a cooperare al meglio per difendere la nostra salute da un invasore invisibile, piccolissimo, ma non meno implacabile. La decretazione d’urgenza, i Decreti del Presidente del Consiglio, le leggi e le delibere regionali hanno realmente operato per fermare il male. L’Italia ha dati migliori di altri paesi.

La Nostra penisola è stata la prima nazione non asiatica colpita dal male, eppure è riuscita a contenere i numeri dei malati, pur piangendo i defunti. Ciò è un dato positivo. Il premier inglese, Alex Johnson, ha detto che ci siamo riusciti perché abbiamo un indole che ci porta a sottometterci a tirannie, pensando all’esperienza fascista, il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, gli ha risposto che è lo spirito di sacrificio e la dedizione al bene comune che ha ispirato noi italiani in questo frangente, sentimenti che ci rendono non schiavi ma cittadini. Risposta nobile e che ci rende fieri. Ma dobbiamo tenere gli occhi aperti. Giuseppe Conte non ha commesso reati contro la libertà di tutti e di ognuno, ci ha difesi dal male incombente, ma è bene ricordare che ogni azione di qualunque cittadino e, ancor di più, di chi ha in mano i destini di tutti, deve essere sottomessa ai principi fondamentali di democrazia e di giustizia libertaria scritti nella nostra Carta Costituzionale. La libertà non può essere soppressa in nome del diritto alla salute. Si possono compiere atti eccezionali e extragiuridici per fermare un’emergenza, ma non si deve mai giungere a negare la libertà di ognuno. Allora coraggio. Il Virus è un nemico. Il virus va sconfitto, ma senza negare i principi fondanti del nostro stato e della nostra democrazia.

PARLANDO DI COSTITUZIONE

 


ARTICOLO 78 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

“Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”

Caspita! L’articolo 11 della Costituzione Italiana dice di ripudiare la guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali. L’articolo 78 indica come un potere del parlamento il deliberare lo stato di guerra. Come mai? Perché questa contraddizione? Perché, la Repubblica contempla la possibilità di entrare in guerra. Una prima risposta è che il nostro stato potrebbe subire un invasione. È opportuno quindi che dichiari guerra all’oppressore e si prepari alla strenua difesa del suolo patrio. Non ci sono dubbi in proposito. È compito di ogni cittadino difendere la patria. È un dovere sacro, ricorda l’articolo 52 della nostra legge fondamentale. Allo stesso modo è chiaro che è alto compito dello stato predisporre adeguati strumenti di difesa per tutelare se stesso e i propri cittadini dalla violenza bellica di uno stato straniero. È dovere morale di una classe politica prevedere misure adeguate alla difesa nazionale, anche in stato di pace. È dovere avere un esercito pronto e capace di affrontare crisi internazionali e rispondere alle altrui aggressioni. È dovere quindi contemplare l’idea che l’Italia, suo malgrado, debba entrare in guerra. Bisogna che l’atto bellicoso sia legittimato da un atto parlamentare. Camera e Senato ricordiamo sono il tempio della rappresentanza. È in loro che la sovranità popolare si esplicita. È giusto che siano loro a deliberare un atto solenne e grave, quale una dichiarazione di guerra. Il Parlamento è il sommo custode della Democrazia anche nei momento tristi e gravi per la patria. Ricordiamo le drammatiche assemblee parlamentari, con la strenua battaglia politica del fronte pacifista, che portarono l’Italia monarchica nella Prima Guerra Mondiale. In quei drammatici anni, siamo nel secondo decennio del XX secolo, le forze politiche hanno grandemente dibattuto sull’opportunità di entrare in guerra e alla fine prevalse la scelta interventista. Oggi la costituzione repubblicana vieterebbe l’ingresso dell’Italia in guerra, se non invasa. Ricordiamo come, agli inizi del XXI secolo Forza Italia e lega, al governo, dovettero mascherare l’ingresso del nostro paese in guerra al fianco dell’America di Bush adducendo che fosse una missione di pace. Cosa ridicola. I tanti morti italiani a Nasseria, città irachena, ricordano che è stata una bugia. Fa impressione constatare che a quindici anni dal tremendo evento solo in Italia le forze politiche che hanno voluto la guerra in Iraq rimangono sulla scena elettorale. Bush, in America, Bleare, in  Inghilterra, sono stati bocciati elettoralmente mentre Lega e Forza Italia, ancor oggi, riscuotono consensi. Fa orrore, se si pensa che l’Italia e gli italiani dovrebbero ripudiare la guerra. Cosa è successo al nostro paese? Perché sono decaduti i valori di pace e solidarietà che dovrebbero essere il fulcro del nostro vivere sociale? Come è possibile che la Lega, che incita all’odio, sia diventato il baricentro della politica della nostra Penisola? Difficile trovare una risposta a questo interrogativo.

 In caso di guerra, assieme alla dichiarazione il parlamento deve dare i poteri necessari al governo. Questo è lampante. Il Governo spesso deve compiere atti che in condizioni normali richiederebbero la forma di leggi. I cosiddetti bandi militari, ad esempio, sono degli atti compiuti dai comandi militari che regolano la vita dei cittadini e normano il loro vivere sociale. Sono atti extra legem, atti che travalicano le normali procedure legislative contemplate dalla Costituzione. In Italia, grazie a Dio, non è mai sopraggiunta la necessità di adottarli da quando siamo Repubblica. Durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, però, il comando supremo li ha utilizzati, ha indetto proclami e novato gli ordinamenti giuridici al fronte. Appare non peregrino pensare che in caso di emergenza si possa fare lo stesso. Ma l’esercito non può e non deve agire senza l’assenso del potere governativo, non può, ad esempio, fucilare indiscriminatamente traditori o presunti tali, dopo un ridicolo processo militare, come fecero i generali della Grande Guerra.  Anche perché è stata abolita la pena di morte anche in caso di guerra in forza della legge de 13 ottobre 1994. Il governo deve guidare le scelte delle forze armate affiancato dal saggio aiuto del Presidente della Repubblica che rimane comunque capo dell’esercito, in forza dell’artico 87 della Costituzione.  Presiede il supremo consiglio di difesa (un istituto composto dal Capo dello stato, che lo coordina, dal presidente del consiglio e da alcuni ministri e l’alto comando delle forze armate), oltre che dichiarare lo stato di guerra in caso di delibera delle Camere. La Costituzione non muore in caso di guerra. I diritti inviolabili dell’uomo che contempla e difende permangono anche in caso di chiamata alle armi. Questo deve essere chiaro. La repubblica non si può snaturare. I principi di solidarietà, di rispetto verso l’altro, di difesa della dignità umana devono restare cardini della vita civile anche in caso di guerra. Ora è chiaro che bisogna saper utilizzare i precedenti storici per poter ipotizzare quello che potrebbe succedere se, malauguratamente, il nostro paese subisse l’ardua prova di una guerra combattuta all’interno dei propri confini. Il regime fascista, entrato in guerra nel 1940, aveva già esautorato il potere parlamentare. Con le leggi fascistissime, così le chiamò Benito Mussolini, era stato ridotto il parlamento ad un mero convitto di varie rappresentanza del lavoro, tutte legate al regime. Il potere legislativo era in mano all’esecutivo e al Gran Consiglio del Fascismo, organo di partito istituzionalizzato. Con la caduta del Regime nel 1943, i governi che seguirono durante la guerra continuarono a utilizzare la decretazione d’urgenza per legiferare. Non c’era la possibilità di indire elezioni e ripristinare il potere parlamentare. Forse non è azzardato pensare che anche in caso di futura guerra il governo potrebbe vedersi ampliati i suoi poteri di decretazione d’urgenza. In questo caso non per un arbitrio del Duce, di Mussolini, come avvenne nel secolo passato, ma per scelta del parlamento che potrebbe dare più ampi poteri all’esecutivo. Una scelta non censurabile, vista l’eccezionalità e la gravità del momento. Insomma potrebbe avere poteri simili a quelli che avevano i governi De Gasperi e Badoglio a cavallo fra la fine della guerra e l’inizio del dopoguerra. Poteri grandi, ma in questo caso controbilanciati dall’effettiva presenza di un potere parlamentare anche se privato di alcune prerogative. Un esempio di cosa potrebbe succedere è ricavabile esaminando il rapporto fra governo e Assemblea Costituente  dopo il 2 giugno del 1946. In quel caso la guerra era finita. Comunque, per poter dare all’assemblea popolare il tempo e il modo di redigere la Carta Costituente, l’esecutivo continuava ad avere un ampio potere di decretazione d’urgenza per iniziare la rinascita del paese prostrato dalla guerra. In quel caso la Costituente vegliava. Il Presidente del Consiglio non poteva cadere nell’arbitrio, i costituenti ponevano gli occhi su di lui ed erano pronti a censurarlo imponendo che si dimettesse, come è avvenuto in alcuni casi. La stessa cosa potrebbe succedere in caso di guerra. L’esecutivo avrebbe un grande potere certo, ma sarebbe comunque sottoposto alla Costituzione e alla rigida censura del Parlamento che potrebbe intervenire in caso di palesi atti illegali o di scelte sbagliate. È chiaro che la responsabilità politica dell’esecutivo davanti al senato, alla camera e all’intero paese rimarrebbe. In caso di gravi mancanze ed errori è giusto che rimetta la carica e lasci ad altri la guida della collettività, anche se la guerra infuria. Che dire? Speriamo che guerre non ci siano mai. Speriamo che l’Italia repubblicana non debba mai sperimentare situazioni di eccezionalità ed urgenza che giustifichino deroghe ai principi costituzionali. L’Italia ripudi la guerra. L’Italia deve essere un paese pacifico e di pace. Questo è l’unico articolo della costituzione che ci auguriamo rimanga lettera morta, che ci auguriamo che non debba mai essere utilizzato per modificare o adattare all’emergenza il nostro ordinamento repubblicano.