martedì 13 ottobre 2020

PARLANDO DI COSTITUZIONE

 


ARTICOLO 81 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

“Lo Stato assicura l’equilibrio fra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.

Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.

Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte.

Le Camere ogni anno approvano con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentato dal Governo.

L’esercizio provvisori del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.

Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio fra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito complesso delle Pubbliche Amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale”.

L’articolo 81 della Costituzione è stato modificato in maniera rilevante dalla legge costituzionale del 8 maggio 2012. Questa ha introdotto il cosiddetto “pareggio di bilancio”. L’articolo 81 tratta delle modalità in cui il parlamento autorizza entrate e spese pubbliche attraverso la legge di bilancio. A seguito della riforma la Costituzione impone che non vi possa essere un divario fra entrate e uscite annuali. In base all’articolo 81 della Costituzione novellato è vietato l’indebitamento per partite finanziarie. Insomma se vi sono spese, al netto degli interessi sul debito, debbono avere adeguata copertura. L’indebitamento è permesso alle regioni e agli enti locali solo per investimenti pluriennali soggetti ad ammortamento, cioè con garanzia che il debito venga estinto in un preciso arco di tempo. Insomma l’Italia intende avere un virtuoso rapporto con il proprio bilancio. Vuole che le spese siano adeguatamente coperte da entrate. È una scelta fatta dal ministro delle finanze del IV Governo Berlusconi, Giulio Tremonti. L’esponente politico volle riformare le leggi italiane adattandole alle normative europee di bilancio. Una scelta coraggiosa che non fu premiata dalle forze politiche che di lì a poco fecero cadere l’esecutivo. Giulio Tremonti ebbe l’appoggio morale e politico solo di Matteo Salvini, allora neosegretario della Lega, che lo volle candidare nelle fila del suo partito in segno di profonda stima verso una persona che aveva dimostrato la volontà di conformarsi ai dettami dell’Unione Europea. È importante notare che l’articolo 81 della Costituzione non impone una rigidità assoluta. Consente un incremento delle spese, ci pare, in caso di avverse fasi del ciclo economico. Almeno alla luce del primo comma, non appare azzardata tale interpretazione. La definizione generica di “avversità economiche” potrebbe indurre il parlamento e il governo a utilizzare la spesa pubblica come volano per la crescita, attuando le teorie keneisiane. Certo l’enorme debito pubblico che grava sulle nostre finanze inviterebbe alla prudenza. In questi anni, invece di diminuire, il nostro disavanzo pubblico si è accresciuto. Ciò è avvenuto malgrado le promesse dei governi a guida Partito Democratico di ridurre fortemente il debito. Insomma alla luce degli avvenimenti succedutisi dall’inizio del XXI secolo, i governi di destra e di sinistra hanno deluso sia le attese di crescita economica sia le prospettive di riduzione del debito. Un fallimento a cui hanno contribuito anche gli ingenti sprechi e gli scandali finanziari. Ricordiamo il crac di Bancaetruria, che ha coinvolto direttamente esponenti del PD, e il crac degli istituti di credito veneti e lombardi che hanno coinvolto direttamente la Lega. È ora di cambiare. È ora di pensare al bene dei cittadini, andando al di là degli interessi contingenti dei singoli partiti. È bene che non si sprechi denaro pubblico. È bene che il Parlamento ponderi con accuratezza i disegni di legge di Bilancio proposti dal governo, prima di approvarli. È il caso che non si utilizzino più le manovre finanziarie, le leggi dello stato che introducono nuove spese, per accontentare interessi di parte più o meno legittimi. È il tempo che l’Italia abbia una politica che pensi solo all’interesse generale. È difficile dire se la riforma che impone il pareggio di bilancio abbia effetti realmente benefici. Da una parte è necessario ridurre il debito pubblico che costringe il nostro paese a sottrarre risorse ingenti ad investimenti e a infrastrutture pubbliche per pagare interessi accumulati in decenni. Allo stesso tempo è opportuno pensare di dare la possibilità a Comuni, province e Regioni di compiere opere di ristrutturazione e mantenimento del territorio necessarie, ma che vengono bloccate dai vincoli imposti ai bilanci locali. La Legge di Bilancio è una fonte normativa fondamentale. Come fosse un’impresa lo stato deve dar conto del proprio stato finanziario. Deve guardarsi allo specchio, vedere quali sono le sue entrate e le sue uscite. Ogni settore della Pubblica Amministrazione deve rendicontare il suo operato finanziario. Fra i capitoli del bilancio ci sono le spese per la sanità, per le forze armate, per il funzionamento dei servizi pubblici. Sono settori dello stato che sono importantissimi per l’intera cittadinanza. È bene che il governo, come dice l’articolo 81, debba rendere conto alle Camere e al paese del proprio operato. La crisi economica che attanaglia l’Italia sembra un cappio al collo che soffoca il futuro di milioni di persone, è compito dello stato provare a dare risposte adeguate alle domande di coloro che non vedono nel domani prospettive migliori. La finanza Pubblica deve occuparsi di queste persone. Deve occuparsi di tutti i cittadini, garantendogli servizi adeguati, proteggendo il loro diritto alla salute, alla famiglia, alla sicurezza, in sostanza a vivere una vita dignitosa. I bilanci economici sono meri numeri, sterili diagrammi e partite doppie, che servono a celare inganni e ruberie, se non hanno in sé quella tensione politica al bene comune e al bene generale. I soldi dello stato devono servire a dare un posto a chi non l’ha, favorendo investimenti che incrementino il pil (Prodotto Interno Lordo). I soldi dello stato devono garantire la salute e il benessere generale, adempiendo ai dettami dell’articolo 32. I soldi dello stato devono garantire l’istruzione e la formazione dei piccoli come dice l’articolo 32. I soldi dello stato devono garantire la formazione professionale dei lavoratori, come dice l’articolo 35. Spulciando la Costituzione si può evincere che sono tantissimi gli ambiti in cui la spesa pubblica va fatta e porta beneficio. È invece sotto gli occhi di tutto quanto la Pubblica Amministrazione spreca in soldi ed energie. È tempo di cambiare. È tempo di far rinascere il paese con una finanza pubblica trasparente ed onesta. 

PREMIO NOBEL PER L'ECONOMIA

 


IL NOBEL ALL’ASTA

A vincere il premio Nobel per l’economia 2020 sono stati due professori americani, Robert Wilson e Paul Milgrom. Sono due docenti dell’università di Stanford in California. Wilson è stato prima maestro e poi collaboratore dell’altro, Milgron. Infatti Wilson è stato il relatore della tesi di laurea di Milgron. Poi hanno continuato negli studi affiancati, concentrandosi sullo studio delle aste, sia nei millenni trascorsi, sia nell’attualità. Hanno studiato i metodi di compravendita delle prime società, egizie e sumere ad esempio. Hanno costato che lo strumento principe per le interrelazioni commerciali è il confronto fra offerta e domanda, che se ha come protagonisti una pluralità di soggetti dalla parte dell’offerta o dalla parte della richiesta o da entrambe crea di fatto una asta. Volete del grano? Bene chi mi offre fra voi di più, perché io vi dia il mio? Volete vendermi del vino? Bene! Chi di voi è disposto a darmelo chiedendo in cambio di meno? Sono queste le domande, nate con il nascere della comunità umana, che hanno interessato gli studi dei due premi nobel.

Detto in questa maniera lo studio sembra banale. La colpa è di chi scrive questo pezzo che non conoscendo bene le regole fondamentali dello studio dell’economia, non riesce a mettere appiano a risalto l’importanza delle intuizioni dei due scienziati. Lo studio delle regole, sia statuali sia contrattuali,  delle aste ha in realtà una fondamentale valenza euristica per riuscire a comprendere quali siano i fondamenti che regolano le regole della contrattazione mercantile. Se è un asta lo strumento per comprare e vendere, si comprende che è fondamentale il ruolo del banditore, cioè di colui che indice e regolamenta l’asta stessa. L’economia non è più lasciata alla piena e assoluta libertà dell’individuo. Non esiste neanche teoricamente questo status per i due professori. Se si vuole vendere e comprare si deve fare i conti, necessariamente, con un’entità regolatrice che non è solamente il lasciarsi andare alle logiche del mercato, il cosiddetto lasciar fare economico, ma è regolato da un’entità soggettiva, cioè voluta dagli uomini e formata da uomini, che detta le regole del gioco. È il superamento del concetto di fondo su cui si basa la dottrina economica “neoliberista”, la libertà di mercato non esiste, è una finzione di una parte per poter raggiungere o incrementare il potere. Questa è la tesi che sottende lo studio di Wilson e Milgrom.

Detto questo sarebbe un distorcere il loro pensiero affermare che rigettino la libertà di mercato. Anzi i loro studi vogliono essere un superare le distorsioni che producono uno stato di soggezione di una parte e di dominio di un’altra nelle regole dell’economia. Esplicitare il ruolo di arbitro di un soggetto, che sia lo stato o un organo di borsa (pensiamo a Wall Steart), vuol dire cercare di capire quali siano gli strumenti giuridici e sociali per evitare che questo stato di supremazia non si trasformi in strumento per agevolare i propri e altrui bisogni di profitto a discapito di altri. Esempio classico sono le concessioni dell’etere per le trasmissioni televisive e per garantire il funzionamento dell’economia. In questo caso lo Stato è allo stesso tempo arbitro, fa le leggi di concessione attraverso il parlamento e giudica il corretto utilizzo di queste attraverso la magistratura, ma allo stesso tempo è soggetto nella transazione. Ad esempio la Repubblica Italiana offre in concessione a TIM, OMNITEl o quant’altro l’utilizzo dell’etere per permettere agli utenti di parlare col telefonino, in cambio di un congruo canone valutato in Euro. Lo stesso vale per le varie concessioni dell’etere alle TV analogiche. Allora si capisce che lo studio del baratto diviene strumento importante per conoscere e governare le dinamiche di fondo che sono a base di queste importantissime transazioni. Lo stato deve essere comunque un garante imparziale, anche se nei fatti è parte fondamentale nelle trattazioni. In Italia, ad esempio, abbiamo un lampante esempio di come le regole del “baratto” abbiano di fatto condizionato la vita politica. La destra è da vent’anni che lotta caparbiamente e con notevole successo, visto anche i dati elettorali, per difendere gli interessi di alcune aziende. Insomma la tesi di fondo della destra è che lo stato deve essere garante degli interessi particolari di alcuni, per garantirne il successo commerciale. Una tesi che forse farebbe storcere il naso ai due premi nobel, sostenitori della neutralità del soggetto “battitore d’asta”, ma che di fatto è difficile a compiersi in un’economia in cui lo stato la fa da padrone, e in cui i politici diventano padroni dello stato. Insomma i due premi nobel vorrebbero che l’asta abbia l’effetto virtuoso di calmierare i prezzi, di rendere la compravendita fruttuosa per le parti, ma anche per l’intera società. Vendere a giusto prezzo un bene vuol dire non solo risparmiare, ma utilizzare risorse per altre opere anch’esse meritorie. Lo hanno provato Milgrom e Wilson mettendo il loro sapere al servizio della comunità, così rendendo possibile l’efficace e fruttuoso svolgimento di aste, ad esempio in California hanno gestito la concessione in appalto di strade ed aeroporti.  Ma si sa troppo spesso la ricerca di regole vincenti per l’intera collettività non è sempre perseguita. Per guadagnare subito e bene il singolo pensa a farsi amico o a conquistare chi sovrintende le regole. Ma godiamoci questo Nobel all’economia che non pensa a far soldi, ma pensa a come i soldi possano portare benefici a tutti. Godiamoci questo Nobel che non crede che il denaro sia tutto, ma anzi crede che il bene del singolo e della collettività deve prevalere, infatti nelle aste quello che conta è il bene non è tanto il suo valore monetario. Nelle aste, si sa, un oggetto vale per quello che il cuore del compratore lo reputa.

lunedì 12 ottobre 2020

MA IL VIRUS VUOL DIRE COMPLOTTO?

 


NO MASCK

Sabato, 10/10/2020, si è tenuta manifestazione a Roma indetta da chi è convinto che le precauzioni contro la diffusione del Corona Virus siano sostanzialmente inutili. Chi, insomma, non crede che portare mascherine, tenere una distanza di sicurezza fra persone, lavarsi spesso le mani non è utile a difendersi dalla diffusione Corona Virus, anzi molti dei manifestanti sono convinti che il virus sia un’invenzione della o meglio dei poteri forti, per tenere la popolazione sotto controllo. A tale manifestazione dovevano partecipare persone note, del mondo dello spettacolo e della cultura, fra cui il noto attore Enrico Montesano, che ha deciso all’ultimo di declinare l’invito, non sappiamo se per ragioni personali o di lavoro, o perché abbia scelto di non sposare più la tesi degli organizzatori.

Quello che è successo Sabato è che diverse persone si sono viste fermare dalla polizia perché, manifestando, non portavano quelli che sono gli strumenti di protezione personale per fermare il morbo. Insomma molti partecipanti hanno infranto le normative dettate dal decreto del Presidente del Consiglio per fermare l’epidemia.

Ora quello che è successo a Roma pone molti interrogativi. È bene continuare a fare opera di profilassi? È bene temere il diffondersi dell’infezione? La risposta è necessariamente “si”. Bisogna essere certi che difendersi dal male è indispensabile. Bisogna essere sicuri che il Corona Virus è un pericolo che non guarda in faccia nessuno. Che colpisce chiunque non utilizzi adeguate misure protettive. È  successo a Silvio Berlusconi. È successo a Donald Trump. È successo al presidente del Brasile Borsolaro. È successo al presidente della regione Lazio e segretario del PD, Nicola Zingaretti. Io non so come fare a difedersi dal male. Non so se ci siano strumenti miracolosi per fermare la malattia. La cosa certa è che la prevenzione è al momento l’unico modo per fronteggiare ogni rischio. Allora è lungi da me criticare lo spirito partecipativo dei “no masck”. Tutti abbiamo diritto a professare le nostre idee, anche se non sono confutate dalla scienza e dalla medicina. Ma bisogna pensare, prima di tutto, alla salute di tutti e di ognuno. Appare veramente difficile affermare che il Corona Virus non esiste, è un’invenzione. Appare difficile sostenere che ci sia un complotto. I numeri dei malati, purtroppo i dati sui morti, provano che sono false tutte le tesi “complottiste”. Pensiamo al nostro bene, a quello personale, dei nostri parenti più cari e a quello dell’intera società. Utilizziamo le precauzioni necessarie per evitare la diffusione del morbo. Utilizziamo le elementari misure di profilassi. È in gioco non solo il nostro domani, ma anche e soprattutto il nostro oggi.

CITANDO IL PAPA



«legge santa non è fine a se stessa»: è un cammino, «è una pedagogia che ci porta a Gesù Cristo». Papa Francesco

PARLANDO DI COSTITUZIONE

 


ARTICOLO 80 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

“Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni di territorio od oneri alle finanze o modificazioni di legge”

I trattati internazionali sono una delle fonti del diritto internazionale. Assieme ai “principi generali del diritto” (internazionale) e alle “consuetudini” (interstatali) costituiscono l’ordinamento giuridico che regola i rapporti fra gli stati. Sono atti considerati esterni all’ordinamento giuridico italiano. Sono atti normativi che non sono formati secondo le procedure di formazione delle nostre leggi interne. Acquistano efficacia per la nostra Repubblica attraverso un apposito ordine di esecuzione, che normalmente è emanato da decreto del Presidente della Repubblica. Il procedimento di formazione dei trattati si avvia con le negoziazioni. Plenipotenziari, cioè inviati speciali dei governi coinvolti, discutono ed elaborano un testo di accordo. Questa trattativa non vincola giuridicamente le nazioni. Nel nostro ordinamento, in forza dell’articolo 87 della Costituzione, è la ratifica, l’approvazione dell’organo competente, il presidente della Repubblica, a rendere vincolante il trattato. Per altri stati l’organo che ratifica può essere, ovviamente, diverso, anche se in realtà in quasi tutte le nazioni è il Capo dello Stato a ratificare i trattati, esattamente come da noi. L’atto di ratifica, è d’obbligo dirlo, è solo formalmente presidenziale. Sostanzialmente è l’esecutivo che partecipa attivamente alla stesura del trattato ed elabora la ratifica, che il primo cittadino firmerà. Il Parlamento ha un ruolo fondamentale nella elaborazione di accordi internazionali. Come afferma l’articolo 80 della Costituzione è chiamato ad autorizzare il governo a ratificarli. L’esecutivo non è libero di trattare con gli stati stranieri come più gli aggrada. Sa che il proprio comportamento in sede internazionale sarà posto al vaglio delle Camere. Senato e Camera dei Deputati devono autorizzare con legge l’esecutivo a contrarre trattati che abbiano natura politica, prevedano arbitrati o regolamenti giudiziari, importino variazioni di territorio, oneri delle finanze o modificazioni di leggi. I trattati internazionali sono espressione dell’indirizzo politico della nazione. È bene, anzi è indispensabile, che l’organo supremo di rappresentanza popolare, il Parlamento, collabori attivamente alla elaborazione degli accordi. Lo fa in due fasi ben distinte nei tempi e nei modi. Prima dando l’input al governo a condurre accordi con altri stati. Indicando chiaramente le finalità e le prospettive che l’esecutivo deve raggiungere in scala internazionale. Il Governo non può e non deve esercitare una propria politica estera. Le sue relazioni internazionali devono essere frutto del lavoro sinergico con il parlamento. L’esecutivo deve agire in simbiosi con il potere legislativo. Il parlamento, o meglio la maggioranza parlamentare che sostiene il governo, deve determinare l’indirizzo politico dell’esecutivo. È opportuno precisare che la politica internazionale italiana non può essere lasciata alla assoluta discrezione del governo e della maggioranza parlamentare che lo sostiene. È bene, prima di tutto, che anche l’opposizione sia coinvolta nelle decisioni di grande rilevanza. Ma cosa ancor più importante è che la politica internazionale della nostra Repubblica non deve mai essere in contrasto con i valori e le norme incise nella nostra Carta Costituzionale. L’Italia non può e non deve compiere accordi con altri stati che siano in contrasto, ad esempio, con l’articolo 11 della nostra Carta Fondamentale. La pace, il quieto convivere delle nazioni, sono le finalità che i nostri padri costituenti hanno voluto fossero il fine teleologico di ogni accordo internazionale. Un accordo internazionale finalizzato a compiere atti di guerra, sarebbe da considerarsi incostituzionale, inammissibile, moralmente censurabile. È cosa giusta ricordare che l’Italia è una nazione di pace. Tutti i suoi gesti rivolti alle altre nazioni devono essere atti volti alla pacificazione delle genti. Le nostre missioni all’estero, compiute dall’esercito, sono volte a portare la pace.  Quindi sarebbe inammissibile un’alleanza militare con altri stati volta alla conquista e alla colonizzazione di terre e di genti.

Bisogna ricordare che l’atto di ratifica di accordi parlamentari è solitamente considerato un atto formalmente normativo, ma non materialmente. In quanto non suscita una innovazione, ma si limita ad accertare la legittimità di un accordo stipulato da un altro potere dello stato, il presidente della Repubblica. Al pari della Legge di Bilancio non avrebbe la capacità di novellare l’ordinamento giuridico dello stato, di conseguenza non avrebbe la vis della norma. In realtà la l’atto che solitamente viene normalmente votato in parlamento in questi casi è il trattato internazionale firmato dal governo con gli esponenti delle potenze straniere  anticipato da una succinta formula che ha questo tenore: piena ed intera esecuzione sia data al trattato. Questo non esclude, come abbiamo detto, che il Parlamento vegli sulle scelte di politica internazionale dell’esecutivo. In politica estera il governo non ha carta bianca, deve coinvolgere il potere legislativo, quest’ultimo ha il dovere e il potere di indirizzare la politica nazionale anche in campo internazionale.

 

domenica 11 ottobre 2020

VIA COL VENTO

 


SENZA “VIA COL VENTO”

La decisione della casa di distribuzione cinematografica americana “HBO” di non distribuire più il film “Via col vento”, perché razzista, mi fa pensare. Prima di tutto la reazione più umana, per citare il nostro italianissimo Fantozzi, è “finalmente”. Dopo aver visto centinaia di volte le avventure e disavventure di miss Rossella e del capitano Butler, adesso possiamo fare un po’ di pausa. Basta con le divise grigie che con orgoglio ed onore si offrono al destino di sconfitte per mano delle perfide (?) divise blu. Basta con il racconto dei balli dei bianchi nelle ville mentre i neri coltivano cotone. Basta con l’America dei grandi agricoltori, dei grandi commercianti e dei gradi industriali chiamati a dominare la storia dei secoli avvenire. Ma il motivo della messa a riposo del film, ricordiamolo, non è la sfinitezza di noi spettatori, ma l’accusa di razzismo che incalza sui produttori di un film ormai antico, girato negli anni Trenta del secolo scorso. Bisogna dirlo “Via col vento!” è razzista. E’ razzista perché rappresenta i neri servi e cameriere felici di avere un destino di inferiori. Li rappresenta grati di essere nutriti dalla civiltà bianca. Quanto è falsa questa immagine! Quanto è frutto di un racconto voluto per esaltare un pubblico “ariano”, scusate il termine nazista. Ma allora è giusto censurare “Via col vento”, è giusto cancellare dalla memoria film e libri razzisti esattamente come i Romani facevano per gli imperatori caduti in disgrazia? Credo che se non si tiene presente cosa è stata l’America nei decenni addietro, non riusciremo mai a cogliere la grandezza umana e intellettuale di Matin Luther King. Se non ricordiamo che il nero, per la comunità bianca, fino a qualche decennio fa era considerato poco più di una animale domestico, non potremmo mai capire l’importanza politica ed etica che ha avuto il fatto che Barak Obama sia diventato Presidente della Repubblica. Non riusciremo a capire il valore oltre che intellettuale, anche morale ed umano, dell’apporto di eminenti scrittori, musicisti, economisti e autori di colore. Insomma bisogna saper criticare il passato razzista, maschilista, omofobo e chi più ne ha più ne metta. Ma non nasconderlo, ma studiarlo. Penso ad alcuni, molti autori, che avevano idee censurabili. Luis Ferdinande Celine (autore francese che visse la dominazione della Germania sulla Francia nella seconda guerra mondiale) simpatizzava per il nazismo, le sue opere in alcuni aspetti fanno trasparire le sue idee discutibili, ma per questo motivo dovremmo privarci della bellezza del suo scrivere? Lo stesso vale per cantanti e poeti. Penso al nostro Gabriele D’Annunzio. Ma anche i films vanno preservati. I “Telefoni bianchi”, così vennero chiamate le produzioni cinematografiche  nell’epoca fascista, vanno censurati? I film storici, penso al grande film che racconta le gesta di Scipione l’Africano.  lo stesso? Credo di no. Bisogna avere la capacità di vedere e guardare opere artistiche che si fondano su un’ideologia sbagliata, sapendo sia cogliere il bello, che c’è, nel loro essere, ma anche sapendo individuare il messaggio di propaganda e negativo che celano. La stessa cosa vale per i films girati quando ancora c’era l’URRS nella attuale Russia. Insomma censurare è sempre sbagliato. E’ bene riuscire a leggere in ogni atto umano, il senso recondito delle cose. Ogni autore scrive, gira un film, recita sotto l’influsso di un’ideologia, sia propria sia imposta dal potere governativo od economico, è compito di chi guarda di chi legge di chi scruta l’arte riconoscerla. Ma aggiungo, con un po’ di benigna accondiscendenza. Perché oggi critichiamo i pregiudizi degli autori di “Via col vento”, il cui produttore è bene ricordarlo di discriminazioni subite ne conosceva essendo di origine ebraica, domani qualcun altro potrebbe criticare i nostri pregiudizi. Allora diciamolo “Via col vento” è un film razzista, ma questo non deve indurci a non vederlo e a non farlo vedere

TARANTO, 3000 ANNI DI STORIA

 


TARANTO

Oggi le cronache ricordano Taranto come la città dell’acciaieria più grande e controversa d’Europa. Il luogo ove sorge l’ex Ilva ormai in mano a una multinazionale il cui proprietario è di nazionalità indiana e che è legata alle fortune e, soprattutto, alle disavventure finanziarie e industriali del territorio. Ma Taranto è esplicitazione di tutta la fulgida storia del bacino del Mediterraneo. Un luogo geografico che ha visto nascere una civiltà che ha solcato il tempo e la storia. Secondo la tradizione Taranto è stata fondata da Taras figlio di Poseidone, il dio greco del mare, e di Satyra, una ninfa, il cui nome richiama la poesia, le satire sono scritti poetici di carattere bucolico utilizzate anche, se non principalmente, per indirizzare invettive spesso forti contro i potenti, da cui l’aggettivo che tuttora utilizziamo “satirico”. Insomma Taranto nasce sotto il segno da una parte del potere sul mare e dall’altra sulla capacità di utilizzare l’arte come strumento per osservare e cambiare la realtà. È un segno importante. È una caratteristica che la cittadina conserverà nei millenni. A prescindere dalle note mitologiche, quello che è certo: l’origine spartana del sito. Furono coloni della città del Peloponneso a porre i loro primi insediamenti nel golfo che si chiamerà “di  Taranto”. Sono loro a conformare l’aspetto geomorfologico del sito. Costruiscono templi, di cui ancora oggi si possono ammirare i resti, e costruisco un tessuto sociale in cui gli interscambi con la popolazione locale offrono benessere e ricchezza a tutti. Taranto fin dall’Ottavo secolo Avanti Cristo è il fulcro dei commerci in tutto il Mediterraneo Occidentale. Ha relazioni con la Sicilia, altra grande protagonista della colonizzazione greca di tutto il Mediterraneo. Ha rapporti, che si alternano fra pace e guerra, con Cartagine altra città del Mediterraneo occidentale fondata da un popolo orientale, i Fenici. Taranto è il luogo natale di filosofi, politici, strateghi e matematici di gran pregio. Questi sono rimasti nella memoria per la loro profondità di pensiero e la loro intelligenza. Ricordiamo il contributo fondamentale che hanno dato alla scuola pitagorica. Fatale, dobbiamo dire, per le sorti di Taranto, fu l’incontro con la potenza di Roma. Taranto cercò sempre di contrastarla. Si alleò con re dell’Epiro, Pirro, nel 281 Avanti Cristo nella speranza di prevalere sull’Oppido latino. Si alleò pochi decenni dopo addirittura con la nemica Cartagine e si mise al fianco del temibile condottiero cartaginese Annibale, ma anche in questo caso Roma prevalse, con la vittoria di Scipione l’Africano a Zama. Questo fu il tramonto del potere politico di Taranto, della sua egemonia sui territori dell’Italia Meridionale. Roma la mise in catene. Addirittura la soppianto come testa di ponte fra l’Italia e il mondo ellenico orientale, la Grecia e il Medio Oriente. Da allora il “Porto” per antonomasia della Puglia non sarà più Taranto ma la romana Brindisi. E’ la fine del simbolo stesso della grandezza della città del Golfo. Il suo porto, rifugio sicuro per tutte le navi che compivano i grandi viaggi, diventerà un approdo periferico e ininfluente, rispetto alla grandezza e la prosperità che assumerà quello di Brindisi. Ma Taranto non muore. Il suo bagaglio di ricchezza economica e culturale la continuerà a vedere come splendida luce che illumina il buio delle menti. Taranto rimarrà per sempre luogo di dialogo e di confronto fra prospettive e culture diverse. Non è un caso se dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, con incipiente scontro fra Bizantini, cioè le flotte imperiali dell’Impero Romano d’Oriente, e i nuovi padroni della Puglia, i Normanni, arrivati intorno all’anno 1000, Taranto ritorna ad essere centro politico fondamentale, fino al punto da essere una delle capitali dei territori meridionali  occupati dai Barbari normanni che diventerà testa di ponte per la conquista di Gerusalemme durante la prima crociata nel 1063. Ma la storia di Taranto attraversa i secoli. È stata uno dei fulcri del potere politico militare in Puglia per millenni. Non solo i Normanni vollero costruirvi roccaforti del loro potere militare, anche Federico II di Svevia, l’imperatore del Sacro Romano Impero che fu anche re di Sicilia e di tutta l’Italia Meridionale, costruì il suo potere su Taranto e vi lasciò il suo segno. Gli Aragonesi nel 1300, che istaurarono una secolare dominazione spagnola dell’Italia  Meridionale, posero in Taranto la loro potentissima flotta navale, ponendo le fondamenta della tradizione navale che rende ancor oggi la città pugliese fra le più importanti al mondo per quanto riguarda il controllo militare dei mari. Taranto, infatti, è stata e continua ad essere il porto di tutte le dominazioni che ha subito. E’ stata la culla della marina militare Borbonica ed oggi è, assieme a Genova e Trieste, l’elemento cardine della Marina Militare Italiana. Qui si trovano i quartieri generali delle truppe di marinai meglio addestrati nel nostro paese. Insomma Taranto è il fulcro, da sempre, della storia del Mediterraneo. All’indomani della fine della seconda guerra mondiale la nascente Repubblica Italiana decise di far sorgere nei suoi ambiti territoriali la più grande acciaieria mai pensata in Europa, proprio perché Taranto è collegata con ogni angolo del pianeta attraverso una infrastruttura portuale all’avanguardia sia dal punto di vista della logistica civile sia da quella militare, con cui divide con Brindisi il primato. Insomma la storia di Taranto è la storia di un popolo attaccato alla sua terra, ai suoi campi, alle sue produzioni (famosissimi e apprezzatissimi in tutto il mondo sono i suoi frutti agricoli dagli ulivi alle arance), che guarda al futuro attraverso il commercio e l’attività industriale. Oggi la grande acciaieria è in crisi. L’Ilva rischia di perdere molto del suo rilievo mondiale nella produzione di acciaio. La grande fabbrica che ha caratterizzato per decenni l’assetto industriale della città è in crisi. Sono a rischio tanti posti di lavoro. Ma la tradizione, la cultura, aperta all’altro che caratterizza il popolo di Taranto sarà capace di superare ogni ostacolo e barriera. Lo crediamo fortemente.