sabato 17 febbraio 2018

VIAGGIO NELLA COSTITUZIONE: ARTICOLO 42

ARTICOLO 42

“La proprietà è pubblica e privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità”.

Per festeggiare i settanta anni dalla entrata in vigore della Costituzione Italiana, atto avvenuto il 1 gennaio 1948, "Racconto a mano libera" pubblica uno alla volta gli articoli della nostra carta fondamentale.

Il primo comma dell’articolo 42 della Costituzione italiana sancisce che la proprietà può essere sia privata che pubblica. Per “proprietà pubblica” si deve intendere non solo ciò che è direttamente nelle potestas di organi o enti dello stato. Si devono annoverare anche quei beni, materiali e immateriali, che sono patrimonio comune della collettività. Sono i cosiddetti beni comuni. In passato il bene comune principale di una piccola comunità dedita alla pastorizia era il pascolo. Ancor oggi i campi ove pascolano le greggi nelle zone montane sono proprietà dell’intero villaggio. Sulle Alpi vasti appezzamenti erbosi e boschi sono bene comune dell’intera collettività. Alla luce di questo il termine proprietà deve essere inteso come sinonimo di “diritto all’utilizzo”. Tutti hanno diritto ad utilizzare i beni comuni, quindi ne sono proprietari, ma allo stesso tempo hanno di il dovere di preservarli e di non danneggiarli per il rispetto che devono all’intera comunità. Oggi i “beni comuni” hanno i più svariati aspetti. “Bene comune” è un parco cittadino. Bene comune è l’acqua pubblica. Bene Comune è l’aria che respiriamo, che è inquinata dai gas industriali e urbani, e ciò non dovrebbe essere. Bene comune sono gli asili e i centri di aggregazione. Stefano Rodotà, illustre giurista, ha posto nei suoi scritti l’accento sull’importanza di questi beni non solo come risorsa delle famiglie per vivere meglio, ma anche come strumento di aggregazione e crescita sociale. Le sue battaglie per la difesa del beni collettivi sono uno dei suoi lasciti spirituali più importanti. Oggi che è morto, la sua battaglia per una società plurale, in cui vi siano beni proprietà di tutti e di nessuno, deve essere fatta nostra e portata avanti. Stefano Rodotà era consapevole che la proprietà non può essere solo limitata ai diritti comuni. Nel suo libro “Il terribile diritto” parla della proprietà privata. La proprietà che è negazione dell’utilizzo altrui. Un terreno è mio se costruisco muri e palizzate che impediscono l’ingresso agli altri. La proprietà è il luogo in cui chi possiede quel bene è signore incontrastato, come dicevano con enfasi i brocardi medievali. Per Rodotà la proprietà privata è terribile, proprio perché esclude, mette alla porta l’altro. Non bisogna nascondere che la proprietà privata, pur terribile, è necessaria. Nella stragrande maggioranza delle civiltà umane la proprietà ha avuto un ruolo centrale. Il proprietario terriero ha coltivato il suoi campi e li ha resi fertili. L’industriale ha trasformato i suoi beni in lavoro e guadagno per sé e l’intera collettività. Lo stato ha utilizzato i beni di sua proprietà per migliorare la vita e lo status economico dei suoi cittadini. Ha utilizzato i suoi beni per difendere, proteggere e curare gli interessi dell’intera nazione. La proprietà privata è una risorsa. La proprietà privata è anche la casa in cui una famiglia ha diritto a porvi il suo focolare. Troppo spesso questo diritto è negato. È difficile accedere a finanziamenti che facilitino l’acquisto di un bene primario come la prima casa. L’edilizia pubblica, popolare, quella che dovrebbe costruire dimore per i meno ricchi, è scarsamente presente nel nostro paese. Le cosiddette “case popolari”, le case costruite con finanziamenti pubblici o cooperativi e che dovrebbero essere date ai meno abbienti, sono poche. Spesso ha una casa popolare chi non ne ha diritto. Nel Sud addirittura i mafiosi e i delinquenti occupano case che dovrebbero essere affidate a famiglie morigerate. La politica, o meglio singoli politici, furfantemente, si appropriano di beni che dovrebbero essere dei più poveri. Insomma il termine proprietà si lega a una serie variegatissima di diritti giuridici su cose reali. Il diritto allo sfruttamento è uno dei principi legati alla proprietà. Il diritto ad utilizzare il bene fino a consumerlo. Faccio l’esempio del diritto del legittimo possessore-proprietario ad accendere una candela fino a sciogliere interamente la cera di cui è composta. La proprietà è determinata dalla legge. È la legge che definisce i negozi giuridici, gli atti unilaterali e tutte le altre modalità d’acquisto dei beni materiali e immateriali. Su questo la costituzione è chiara. Questo principio è proprio di ogni ordinamento statuale. Per evitare che vi siano conflitti legati agli interessi proprietari è lo stato che decide come si acquista un titolo di proprietà e/o possesso. È lo stato che garantisce che questo titolo sia effettivo. È lo stato che utilizza la forza, la polizia e tutte le forze dell’ordine, affinché nessuno possa usurpare il diritto di proprietà altrui. La proprietà privata può essere espropriata. L’esproprio è un atto dello stato. È un atto che solo la Repubblica, i suoi enti, possono compiere. Può avvenire solo per motivi di pubblica e stringente utilità. Chi ne subisce la perdita economica e la perdita del bene deve essere adeguatamente risarcito.Lo stato, per garantire il bene pubblico, può prendere possesso di terreni, fabbriche o edifici privati. Può costruire strade di pubblico utilizzo su luoghi di proprietà privata. Può espropriare interi poli industriali o singole fabbriche se questo è utile agli interessi nazionali. Fabbriche e proprietà pubbliche sono uno dei settori più importanti del tessuto industriale italiano. L’Istituto di Riconversione Industriale (IRI) è l’ente pubblico che gestisce la stragrande maggioranza delle industrie di proprietà pubblica. È nato per far fronte alle crisi industriali, è diventato un colosso industriale. Ecco è la lampante dimostrazione di come lo stato possa entrare nell’economia, non solo regolandola ma anche come protagonista. La proprietà non è un valore intoccabile. Deve essere finalizzata al bene pubblico. Ecco perché può essere limitata ed espropriata. Le successioni testamentarie sono regolamentate dallo stato. Per trovare un raccordo fra l’umanissimo bisogno di conservare i titoli giuridici e le proprietà dei defunti da parte dei loro prossimi parenti e l’esigenza statuale di garantire che ogni bene sia finalizzato all’utilità sociale. Per questo motivo è stata istituita la tassa di successione. Un modo per garantire che lo sforzo e l’impegno del defunto, profuso in tutta la sua vita, diventi una ricchezza collettiva. Un modo per affermare che il patrimonio personale deve diventare ricchezza della nazione, collettiva. L’ultimo comma dell’articolo 42, che regolamenta il diritto di successione, è la volontà del Costituente di conciliare gli interessi degli eredi e quelli della collettività. Lo Stato, è bene ricordarlo, è sempre l’erede ultimo di ciascuno di noi. Se non abbiamo eredi legittimi, se non abbiamo designato i nostri eredi attraverso testamento, è lo stato che fa proprio il nostro patrimonio. Proprio in virtù del principio che la proprietà è un bene sociale. Deve essere finalizzata all’utilità pubblica. Nessuna fonte di cespiti deve essere sprecata. È lo stato che si prende cura di beni e ricchezze se non c’è un soggetto privato che lo possa fare. La proprietà privata è un bene prezioso. È un diritto del legittimo proprietario. Chiunque ha il diritto di godere delle proprie ricchezze, frutto del duro lavoro e dell’impegno profuso da se stesso o dai propri cari, ma questo diritto deve conciliarsi con l’interesse nazionale. Non deve essere a danno del bene comune. Non deve portare nocumento alla collettività, anzi ne deve accrescere la ricchezza morale, materiale e spirituale. La proprietà privata deve avere un fine sociale. Cioè deve produrre uno specifico ed evidente beneficio all’intera collettività. Lo può fare nei più svariati modi. Il proprietario può contribuire a migliorare il benessere pubblico mettendo a buon frutto i suoi beni. Questo è il principio cardine sia dell’articolo 41 che dell’articolo 42: l’iniziativa e la proprietà privata devono essere garantite e protette, quali diritti inviolabili dell’uomo, ma allo stesso tempo devono essere utilizzate per produrre benefici all’intera collettività.


Scritto da Pellecchia Ginfranco

venerdì 16 febbraio 2018

VENTICINQUE ANNI DI BERLUSCONISMO



IL RITO
Chi è arrivato agli "anta" come me. Chi è anziano. E' cresciuto assistendo a quello che ormai è diventato un rito. In Italia sono due gli eventi televisivi che si ripetono, immutabili, nel tempo. Uno è il festival di san Remo. Quello appena concluso ha visto protagonista Claudio Baglioni. E l'altro evento. Sempre rigorosamente uguale a se stesso, è l'incontro fra Bruno Vespa e Silvio Berlusconi alla trasmissione televisiva "Porta a Porta". Il primo incontro era nel 1994, ero un giovane studente universitario, appena diplomato, chiamato al mio primo voto. Oggi sono un anziano, quasi ex lavoratore, vista non la pensione incipiente ma la prospettiva di disoccupazione. Sono cambiate molte cose nella mia vita. Le speranze sono diventate rimpianti. I sogni sono incubi. Il futuro è oscuro. la disoccupazione si fa vicina. Rimane solo il rito di "porta a porta", il solito faccione di Berlusconi che promette ottimismo, e il fare affabile di Vespa che ricorda l'arlecchino goldoniano. Le solite promesse, un milione di posti di lavoro che immancabilmente la vittoria dell'alleanza Forza Italia e Lega porteranno, In vent'anni nulla cambia. Il rito televisivo della "scesa in campo di Berlusconi", come il cavaliere ama chiamare le sue campagne elettorali, si ripete immancabilmente. Cambiano le marionette: nel 1994 c'era Bossi, Fini e Mastella a fare questa parte. Oggi ci sono: Meloni, Salvini l'unico che c'è sempre è Mastella. Il burattinaio è sempre lui: Silvio Berlusconi. Con il suo sorriso a tremila denti, riesce ad affascinare la platea degli spettatori, pardon, degli elettori italiani. i Sondaggi danno la sua coalizione in testa, in grado di raggiungere la maggioranza sia alla Camera che al Senato, grazie alla nuova legge elettorale che è un ibrido fra proporzionale e maggioritario che premia le alleanze elettorali tra movimenti. Allo stato delle cose l'univa vera alleanza fra partiti è proprio quella fra Lega, Forza Italia e Fratelli d'italia, l'alleanza comandata da Berlusconi. Il Movimento Cinque stelle, Liberi e uguali, Potere al popolo non hanno stretto alleanze con altri partiti. Vanno da soli al massacro, pardon, alle urne. Mentre il Partito Democratico, guidato da un sempre più confuso Matteo Renzi, ha messo in piedi un'alleanza elettorale ridicola, composta, oltre ai democratici, da formazioni politiche che ha stento supereranno 1%. Insomma l'Ottantenne Berlusconi, il vegliardo della politica italiana, pur essendo incandidabile per le note vicende legate al riciclaggio di denaro sporco, si avvia a diventare nuovamente il dominus di una coalizione di destra vincente. Nulla cambia. Berlusconi rimane il protagonista assoluto della vita politica italiana. Gli altri passano! La sinistra ha cambiato decine di nomi e di capi negli anni in cui a destra solo lui dominava. Ancor oggi il giovane quarantenne Renzi si accinge ad andarsene, perdendo le elezioni. Mentre l'ottantenne Berlusconi rimarrà sulla ribalta. Giovane e bello come era decenni fa. Insomma il rito di Porta a Porta, il rito televisivo di Vespa, è la prova assoluta che per gli altri, e anche per me, il tempo passa. Per tutti ci sono tramonti. Mentre per Silvio Berlusconi il sole è sempre allo zenit a brillare e a raccontare le fortune politiche e finanziarie del cavaliere. Sono sicuro che tra vent'anni altre persone prenderanno il porto di Meloni e Salvini, mentre lui rimarrà protagonista. Mi viene da pensare: tutti siamo mortali, tranne Silvio Berlusconi. L'unica novità rispetto al 1994 è il Movimento Cinque Stelle. Riuscirà Di Maio a cambiare gli equilibri politici che da sempre favoriscono l'immortale Berlusconi? Paradossalmente nella scorsa elezione il m5s ha favorito i giochi di potere di Berlusconi. Non volendo, il partito di Grillo ha reso Berlusconi il dominus della vita parlamentare almeno nella prima fase della legislatura, quando Berlusconi appoggiò il governo Letta e impose a Renzi il patto del Nazareno. Speriamo che a questo turno elettorale il m5s ostacoli Berlusconi e non l'aiuti. Ok mi sono scoperto. Sono uno che spererebbe che alle prossime elezioni non ci sia più il rito di Bruno Vespa e Silvio Berlusconi.
testo di Giovanni Falagario

VIAGGIO NELLA COSTITUZIONE: ARTICOLO 41

ARTICOLO 41

“L’iniziativa economica è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”

Per festeggiare i settanta anni dalla entrata in vigore della Costituzione Italiana, atto avvenuto il 1 gennaio 1948, "Racconto a mano libera" pubblica uno alla volta gli articoli della nostra carta fondamentale.

L’articolo 41 riconosce la libertà economica. Chiunque può agire liberamente al fine di creare o condurre attività a fini di lucro, purché non infrangano le leggi civili e panali dello stato. Questo è un principio proprio della cultura liberale che ha caratterizzato l’Europa fin dai primi secoli dell’età moderna. La borghesia, la classe imprenditrice, con la sua iniziativa ha contribuito alla crescita delle nazioni. Adam Smith, ritenuto il fondatore dell’economia politica liberale, dedica al tema il suo libro più famoso “La ricchezza delle nazioni”, siamo nell’America del 1776, fra pochi anni nasceranno gli Stati Uniti frutto della prima grande rivoluzione borghese. Insomma la libertà d’impresa e la libertà finanziaria è uno dei capisaldi del sistema produttivo moderno. La libertà economica è vista come strumento per l’emancipazione dei popoli a quelle servitù proprie del Medioevo. Nel cosiddetti “secoli bui” si doveva pagare dazi e balzelli al signorotto locale. Il lavoro si prestava al nobile locale, spesso gratuitamente, questo tipo di attività era detta corveè. Con la rivoluzione liberale le imposizioni feudali crollano. Non è un caso che sia stata l’America il luogo ove in primo luogo sono crollate queste imposizioni. Una terra nuova, una terra in cui non esistevano i millenari laccioli della cultura europea, ha visto nascere una nuova frontiera di libertà. Basta imposizioni, basta rigidi dettami, la libera iniziativa scavalca ogni ostacolo. Bisogna dire che la libertà economica non è libertà dell’essere umano. Negli Stati Uniti, nella terra della libera iniziativa, era consentita la schiavitù, gli uomini e le donne non erano uguali, ma discriminate secondo l’appartenenza etnica. Paradossalmente la libertà di contrattare aveva prodotto più catene non le aveva spezzate. Il liberalismo, se da un lato aveva sconfitto la forza prevaricatrice dello stato che impone dazi e gabelle a chi vuole svolgere attività economiche, dall’altro non aveva liberato l’uomo dalla logica della prevaricazione del più forte sul più debole. Chi era più bravo, sostanzialmente il bianco ricco, aveva diritto a porre sotto il suo giogo il povero, l’incapace, cioè l’uomo di colore. Questa logica della schiavitù è stata il motore della cultura liberale per secoli. La libera iniziativa vuol dire, ancor oggi, il soggiogare colui che non ce la fa a stare al passo. La Repubblica italiana è consapevole di questo dato di fatto. Sa che libertà economica non vuol dire necessariamente libertà dell’umanità. Per questo motivo, pur riconoscendo il diritto di ogni cittadino a svolgere un’attività lavorativa, mette dei paletti. L’attività economica non può essere tutelata se porta al degrado e al vilipendio della persona. La dignità umana, come afferma il secondo comma dell’articolo 41, deve essere un valore da tutelare prima di ogni libertà economico imprenditoriale. Un’industria di qualsiasi tipo non deve umiliare e degradare la persona umana. Pensiamo ai lavori usuranti, degradanti, che sviliscono la persona umana compiuti al fine di guadagnare. Questi sono incompatibili con i principi repubblicani. Non parliamo dello schiavismo, fortunatamente abolito in quasi tutti i paesi del mondo, la Costituzione lo ripudia come uno dei fenomeni più orrendi della storia umana. Insomma la libertà economica non deve essere svolta recando danno alla sicurezza e alla salute del singolo. Ora pensiamo a ciò che avviene oggi nel nostro paese. Quanti incidenti sul lavoro ci sono! Quante persone sono oggetto di scherno all’interno dell’ambito lavorativo. Quante persone vivono nei fatti una realtà aziendale in cui la voglia di prevaricare prevale sullo spirito solidale dei lavoratori. La dignità viene calpestata ogni giorno. Guardando i campi coltivati ove lavorano contadini super fruttati, guardando le fabbriche ove il lavoro umano è degradato dalle macchine, invece di essere fatto proprio dalla comunità, il concetto di dignità sembra lontanissimo. La cultura cattolica e socialdemocratica, che per secoli hanno predicato l’emancipazione del lavoratore e la sua tutela sociale, sembrano lettera morta. In nome del denaro tutto è lecito, perfino umiliare l’altro. “Se questo è un uomo..” diceva Primo Levi parlando della situazione degli ebrei nei lager tedeschi. “Se questo è un uomo” è la domanda che ci dobbiamo porre guardando lo status di molti lavoratori non solo italiani, ma di moltissime nazionalità. In Italia chi è disabile, chi è emarginato, non ha diritto alla dignità, è un dato oggettivo, anche se contrasta con i dettami costituzionali. Bisogna dirselo, bisogna essere chiari, l’Italia vive in uno stato di profonda contraddizione. Da un lato si dice latrice dei valori solidali propri incisi nella costituzione, frutto della cultura cattolica, dall’altra vive nel quotidiano una condizione in cui la prevaricazione. La cattiveria verso il più debole è normalità. Quello che succede nelle strade, nelle fabbriche, nel quotidiano contrattare i beni e servizi è in assoluto contrasto con i fini solidali della nostra Repubblica. Ecco perché è necessario l’ultimo comma dell’articolo 41. La legge, una norma dello stato, deve imporre controlli che scongiurino fenomeni di sfruttamento. Il lavoro nero, causa principale delle moti sul lavoro, deve essere debellato. Il lavoro sfruttato cancellato. Lo stato di degrado sociale e morale che produce lo sfruttamento deve essere vinto. L’economia pubblica, i grandi enti economici di proprietà dello stato, e l’economia privata deve tutelare chi è meno fortunato. Lo stato deve intervenire contro i soprusi. Lo stato deve operare in modo da garantire che la crescita economica produca effetti benefici per tutti, anche per i più deboli. Lo stato deve creare leggi che tutelino chi è oggetto di dileggio. Le leggi sul Mobbing, l’isolamento e la segregazione di alcuni soggetti sul posto di lavoro, le leggi sulle pari opportunità uomo /donna sono un passo avanti, ma non basta. Bisogna cambiare la logica economica. Basta giustificazione dello sfruttamento. Bisogna avviare tutele del lavoro e della dignità umana. Difendere la donna, difendere il disabile, difendere la libertà anche nell’economia  è un dovere. Molti cittadini che lo fanno sono oggetto di continui ricatti ed umiliazioni. La loro opera è meritevole e va supportata. Il ricordo è a Libero Grassi. L’imprenditore siciliano ucciso dalla mafia perché rivendicava i diritti e i valori repubblicani anche in ambito economico. Lo faceva in una realtà ove, ancor oggi, la prevaricazione, il potere criminale, l’omicidio detta legge anche e soprattutto in economia. Sono persone come lui che bisogna ammirare. Sono dei punti di riferimento che ci insegnano che bisogna perseguire un’economia eticamente compatibile. Un’economia fondata sui valori cristiani, sui valori solidali, sui valori costituzionali. L’iniziativa economica deve essere libera. L’economia controllata dallo stato, l’economia comunista, ha portato tanti orrori. Anch’essa ha portato alla mancanza di libertà di parola di pensiero, anch’essa ha ucciso milioni di persone, esattamente come il nazismo e il fascismo. Ma l’economia lasciata a se stessa, senza un’iniezione etica di solidarietà, crea anch’essa brutture. Lo vediamo nel passato, pensiamo al nazismo nato grazie all’appoggio dei grandi potentati industriali. Lo vediamo nel presente con un’economia che non si fa scrupoli di sfruttare e discriminare. Lo stato deve tutelare i cittadini, deve tutelare i più deboli, deve fare politiche che rendano la libertà economica non uno strumento di schiavitù, ma un mezzo di realizzazione delle aspirazioni umane. Semplificando e brutalizzando il concetto: arricchirsi attraverso il lavoro è bello e perfino giusto, chi ha delle capacità è giusto che sia compensato con guadagni adeguati. Allo stesso tempo l’economia non deve schiacciare il più debole. La giungla del mercato non deve giustificare lo sfruttamento. Lo stato deve vegliare affinché la dignità umana sia preservata e non svilita dalle logiche di sfruttamento mercantile ed industriale. Chi è disabile, chi è in stato di difficoltà deve essere aiutato, non abbandonato a se stesso in nome di una visione darwinista dell’economica che giustifica il soccombere, in alcuni casi anche fisico, del più debole.


Scritto da Pellecchia Gianfranco

giovedì 15 febbraio 2018

VIAGGIO NELLA COSTITUZIONE: ARTICOLO 40

ARTICOLO 40

“Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”

Per festeggiare i settanta anni dalla entrata in vigore della Costituzione Italiana, atto avvenuto il 1 gennaio 1948, "Racconto a mano libera" pubblica uno alla volta gli articoli della nostra carta fondamentale.
L’articolo 40 della Costituzione Italiana sancisce il diritto di sciopero. È un diritto del lavoratore, bisogna sottolinearlo. Nel codice penale fascista del 1926 veniva considerato reato. Veniva considerato un atto sedizioso contro l’economia nazionale. Un atto che preludeva atti ostili contro nazione. Il codice penale fascista aveva come fine il soffocare ogni iniziativa rivendicativa del lavoratore. Bisogna ricordare che il fascismo censurava con sanzioni penali anche la serrata. La serrata è l’atto unilaterale del proprietario d’azienda che chiude la propria attività momentaneamente al fine di far pressione sui lavoratori. E’ l’atto di chiudere le serrande aziendali per far sentire l’autorità padronale. Questo gesto è censurato anche dalla Repubblica italiana che vieta la serrata. La Repubblica invece considera lo sciopero un diritto. Il lavoratore, parte debole nella contrattazione, ha il diritto, secondo la nostra carta fondamentale, di far sentire le proprie istanze, astenendosi dal lavoro. Troppo spesso le esigenze e i bisogni di chi presta la propria manodopera vengono ignorati. Lo sciopero è lo strumento per dar voce a coloro che non l’hanno. Fermarsi, astenersi dalle proprie attività, è un modo per far sentire la centralità del mondo del lavoro all’interno degli equilibri sociali del nostro paese. Chi lavora ha diritto alla dignità. Ha diritto ad avere un salario proporzionale alla propria prestazione e comunque congruo a garantire il sostentamento di sé e della propria famiglia. Questi concetti sono esposti in maniera perentoria e solenne nell’articolo 36 della stessa Costituzione. Se volete, potete rileggere il commento che “Racconto a mano libera” ne ha fatto. Lo sciopero è lo strumento che il lavoratore ha per far valere questo sacrosanto principio. E’ utile sottolineare che mai come nel caso dello sciopero il valore dello sforzo collettivo nel rivendicare diritti è importantissimo. Uno sciopero non si fa mai da soli. Si sciopera insieme. Si sciopera aderendo a una piattaforma collettiva, a un pacchetto di rivendicazioni, che i lavoratori in assemblea elaborano e presentano alla controparte padronale. Se i datori di lavoro non accettano le istanze portate dai lavoratori, attraverso le rappresentanze sindacali, allora si sciopera. Questo è fondamentale. Lo sciopero è uno strumento di democrazia nelle fabbriche. E’ la più estrema e fulgida manifestazione della volontà dei lavoratori di partecipare attivamente alle decisioni dei vertici aziendali. Non si tratta di decidere soltanto della paga. Le richieste salariali sono giuste e sacrosante. Però lo sciopero può avere obbiettivi ulteriori. Può avere come fine lo scongiurare politiche aziendali che hanno come obbiettivo lo svilimento del ruolo del lavoratore. Può avere come obbiettivo lo scongiurare riduzioni del personale. Può avere come obbiettivo cercare di fermare i licenziamenti minacciati dall’azienda. Può avere come fin finalità esprimere solidarietà verso le persone più deboli. Papa Francesco in occasione del Giubileo della Misericordia ha ricordato l’impegno del cattolico verso le persone meno fortunate. Forse sarebbe il caso che questo monito fosse tenuto presente anche nelle realtà lavorative. La solidarietà dovrebbe essere messa al centro della realtà lavorativa. Il monito del papa a non lasciare da soli i più deboli, coloro che sono emarginati e quindi reietti anche all’interno del mondo del lavoro, non dovrebbe valere solo per i cristiani, ma per tutti, la solidarietà è un principio cardine della Repubblica che abbraccia tutti laici, cattolici e credenti in altre fedi. Lo sciopero quindi può essere gesto solidale, abbraccio ai meno fortunati. Ci sono scioperi che si compiono non per rivendicazioni economiche, ma per esprimere un valore. In passato, i nostri padri, hanno scioperato per la democrazia. Ricordiamo gli scioperi durante la seconda guerra mondiale a Torino. Quegli operai hanno incrociato le braccia sapendo di rischiare la morte. Hanno scelto di non continuare a contribuire, con il loro lavoro, alla follia nazifascista. Astenendosi dal lavoro si sono fatti partigiani. È d’obbligo ricordare il loro coraggio. Come è indispensabile ricordare la forza d’animo dei manovali genovesi, anch’essi in sciopero contro la barbarie nazista. Sono tanti i gesti eroici dei lavoratori durante la Resistenza. Insomma l’astensione dal lavoro è stata l’espressione alta di un impegno civico contro il male incarnato da Hitler. Durante la Repubblica è d’obbligo ricordare l’impegno sindacale contro ogni tipo di terrorismo. Guido Rossa è morto per combattere, da sindacalista, il male prodotto dal terrorismo comunista incarnato dalle Brigate Rosse. È necessario ricordare la strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974. In quel luogo una vile bomba fascista ha ucciso lavoratori scesi in piazza per i loro diritti e per la democrazia. Il diritto di sciopero insomma diventa uno strumento per prendere coscienza politica. I lavoratori divengono testimoni di una Repubblica che crede nei valori di libertà, uguaglianza e solidarietà sociale. Lo sciopero diviene strumento di emancipazione. Attraverso di esso si prende coscienza dei valori, dei diritti e dei doveri ce che sono alla base della convivenza civile. Lo sciopero non serve solamente a rinnovare il contratto, a chiedere un salario migliore. Lo sciopero è impegno e solidarietà sociale. Alla luce di questo dato di fatto è indispensabile ricordare che ogni azione rivendicativa deve essere assolutamente pacifica. Se scioperare vuol dire rivendicare i valori costituzionali, allora è assolutamente da censurare chi commette violenze all’interno dei cortei. E’ da considerare un criminale chi picchia e colpisce l’altro, chi assalta i poliziotti che sono chiamati semplicemente a compiere il loro dovere di tutori dell’ordine. Sia chiaro queste persone sono poche. Rimane il fatto che bisogna isolarle. Bisogna espellerle dal consesso delle persone che invece si impegnano, pacificamente, alla tutela dei diritti. Il diritto di sciopero è una conquista del nostro tempo. È uno strumento di libertà. È uno strumento di emancipazione sociale. Questo non vuol dire che non debba essere regolamentato. Le leggi dello stato devono tutelare l’intera collettività nazionale. Per questa ragione le norme che regolamentano il diritto di sciopero devono pensare anche ai bisogni degli utenti. Alcune categorie di lavoratori non possono esercitare pienamente il loro diritto di sciopero. I poliziotti, i magistrati devono sottostare a regole al fine di poter garantire che la giustizia in Italia possa e debba funzionare anche in caso di astensione dal lavoro. I carabinieri in quanto militari non possono scioperare. Chi serve la Repubblica in una qualsiasi forza armata rinuncia al diritto di sciopero in nome dell’alto servizio alla patria che è chiamato a compiere. I medici devono garantire, attraverso deroghe al diritto di sciopero, l’apertura diuturna di ospedali e presidi sanitari. Le sacrosante rivendicazioni del personale medico e paramedico non devono, comunque, lenire il diritto di chi soffre di essere curato e guarito. Insomma il diritto di sciopero ha, come giusto, dei limiti. Limiti che si manifestano al momento che appare palese che l’astensione dal lavoro provoca una gravissimo danno ad altri cittadini. Deroghe al diritto di sciopero valgono anche nei trasporti. Il personale delle aziende pubbliche e private che si occupano dei viaggi di persone o cose devono garantire sempre un servizio minimo. Insomma il diritto di sciopero è come tutti i diritti limitato solo da altri diritti di pari livello. Sono i diritti della persona che vanno tutelati. E’ solo se questi sono in gioco, si può affievolire il diritto di sciopero. Insomma lo sciopero è, come molti altre azioni di cui la Carta Costituzionale parla, uno strumento di democrazia e di progresso sociale, che, se usato con raziocinio e con senso dello stato e della comunità, può essere un validissimo strumento di progresso sociale, morale ed economico, come fulgidi casi hanno dimostrato in passato.


Scritto da Pellecchia Gianfranco

martedì 13 febbraio 2018

VIAGGIO NELLA COSTITUZIONE: ARTICOLO 39

ARTICOLO 39

“L’organizzazione sindacale  è libera
Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.
I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentanti unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”

"Racconto a mano libera" prosegue nella pubblicazione degli articoli della costituzione italiana in occasione dei settanta anni dalla sua promulgazione ed entrata in vigore, ricorreva il 1 gennaio 1948.

L’organizzazione sindacale è libera. Così sancisce il primo comma dell’articolo 39. I lavoratori hanno diritto ad autorganizzarsi liberamente. Possono formare sindacati all’interno dell’ambito lavorativo. Queste organizzazioni di lavoratori si ispirano ai più svariati afflati culturali. Ci sono sindacati cattolici, organizzazioni sindacali di ispirazione socialista e così via. Se hanno un vasto numero di tesserati possono, anzi devono, partecipare alla contrattazione nazionale del contratto lavorativo di categoria. La libertà e la partecipazione sono i punti fermi che la costituzione proclama nell’ambito dei rapporti sindacali. I sindacati sono liberi. Hanno un loro statuto. Non devono sottostare ai dettami del potere statuale e della politica. La loro libertà da ogni altro organo istituzionale garantisce che i diritti dei lavoratori siano tutelati e che i loro interessi siano posti al centro della politica repubblicana “fondata sul lavoro”, come afferma l’articolo uno della nostra carta fondamentale. Compito dei sindacato è proteggere le categorie sociali più deboli. Coloro che non possono far valere la propria voce, coloro che sono schiacciati dalle terribili logiche economiche e sociali, coloro che sono stritolati dalle logiche ciniche dell’economia, dovrebbero trovare nel sindacato la loro difesa. I disabili, i meno fortunati, gli indigenti, coloro che hanno un salario basso, dovrebbero trovare un supporto materiale e morale in queste organizzazioni. I sindacati spesso si impegnano strenuamente per difendere la dignità del lavoro e, soprattutto, dei lavoratori. Difendono coloro che rischiano di perdere il proprio posto. Difendono i disabili, che, soprattutto nel meridione, non riescono ad avere un’adeguata protezione essendo emarginati ed irrisi. Difendono i migranti, che troppo spesso vivono la loro condizione in stato di emarginazione e sono sfruttati nell’ambito lavorativo. Il lavoro sindacale è encomiabile. Tanto c’è da fare ancora. Tanto bisogna fare per superare gli ostacoli che ancora sussistono per raggiungere l’integrazione. Bisogna cambiare la mente delle persone. Ancor oggi sono i colleghi, i lavoratori, a denigrare il più debole. Siamo lontanissimi da quello spirito di solidarietà a cui ha invitato papa Francesco. I sindacati devono impegnarsi in questa opera di integrazione sociale. Bisogna che si operi per promuovere la democrazia all’interno degli ambiti lavorativi. Bisogna promuovere il diritto dei lavoratori alla reale partecipazione attiva alle scelte che li riguardano direttamente. Bisogna abolire quella cultura prevaricante che permette di soffocare le voci delle persone più deboli. Abbiamo sotto gli occhi i casi in cui coloro che non riescono a parlare, coloro che non riescono ad esprimere compiutamente le loro idee, vengono ridicolizzati e, cosa ben più grave, messi in condizioni tremende. Sono i più deboli che pagano lo scotto della crisi. Sono i più deboli che non solo scivolano verso il basso nella piramide sociale, ma anche subiscono le più degradanti angherie. Il sindacato, le organizzazioni dei lavoratori, dovrebbero operare per un cambiamento culturale. Si può essere la Svezia! E’ un’affermazione provocatoria questa. Ma si può aspirare ad avere una politica sociale di integrazione. Mi preme sottolineare che in Svezia non sono cattolici, quindi è falsa l’idea che il non essere cristiano autorizza all’emarginare socialmente. In Svezia non solo solidali, perché lo dice papa Francesco, ma perché hanno una cultura laica improntata alla solidarietà. Perché questa cultura non può arrivare anche in Italia? D’altronde questa cultura incarnerebbe i valori costituzionali, anch’essi  fondati sulla partecipazione solidale. Occorre notare che la costituzione prevede l’esistenza di un registro sindacale. Un archivio in cui le organizzazioni dei lavoratori debbano iscriversi per poter così partecipare di diritto alle contrattazioni con lo stato e le organizzazioni dei proprietari. Questo registro doveva nascere per legge. Una norma d’attuazione costituzionale doveva regolare la registrazioni delle confederazioni sindacali. Lo stato non ha mai provveduto all’emanazione di quest’atto. I sindacati non hanno avuto mai un registro nazionale o locale in cui registrarsi. Questo non è solo un ritardo istituzionale. I sindacati e la politica hanno sempre avuto remore nell’istituire un registro nazionale sindacale. C’è il rischio che questo possa diventare uno strumento di controllo sull’operato consociativo, c’è il rischio che questo possa portare un calo di democrazia. Gli statuti dei singoli sindacati devono essere basati su principi democratici. L’articolo 39 è chiarissimo. La democrazia e il pluralismo sono la base del movimento sindacale. Non avrebbe senso che un’istituzione nata per portare libertà nel mondo del lavoro, non avesse essa stessa libertà al suo interno. La volontà è quella di evitare gli orrori del fascismo. Evitare che un sindacato si stato sia meramente un organo di controllo sui lavoratori, come era ai tempi di Mussolini e del suo sindacato unico. La democrazia è principio cardine che deve entrare in ogni organizzazione, anche in quella sindacale. I sindacati hanno il compito storico di portare nel mondo del lavoro i valori repubblicani di libertà, uguaglianza e fraternità. Libertà vuol dire garantire che il lavoratore possa esprimere liberamente la propria personalità anche in quest’ambito, con l’espressione lessicale e con il lavoro. Uguaglianza è il moto solidale che spinge a farsi carico dei bisogni dei meno fortunati: dei disoccupati, degli emarginati in modo da superare le perequazioni sociali. Fraternità è l’idea che tutti gli esseri umani, donne e uomini, sono accomunati in un comune destino. Questo destino dovrebbe portarci a prenderci cura l’uno dell’altro. Dovrebbe spingerci alla solidarietà. Il sindacato dovrebbe fondarsi sula convinzione che l’unione, l’unità, è l’unica via per migliorare le sorti dei lavoratori e dell’intero paese. Nessuno deve rimanere indietro. Bisogna voltarsi indietro verso colui che è caduto. Porgergli una mano per alzarlo dalla terra e continuare insieme una marcia verso le mete progressive dell’umanità. Se si ragiona in quest’ottica si può comprendere l’importanza di cambiare mentalità. Basta con le derisioni e i soprusi verso i più deboli. Si può pensare a un progresso sociale inclusivo. Si deve avere la certezza che l’unica via possibile per avere una società migliore è non lasciare indietro nessuno. Per conseguire questo sogno di civiltà i sindacati devono impegnarsi profondamente. La costituzione li rende liberi, devono utilizzare questa libertà per liberare dalle incrostazioni culturali oppressive il mondo del lavoro. Crediamoci per li bene dei disoccupati, dei sottopagati, degli emarginati socialmente, dei soggetti alle angherie e alle derisioni e per tutti noi che abbiamo diritto a lavorare e a vivere in ambiti lavorativi migliori.

testo di Pellecchia Gianfranco 

VIAGGIO NELLA COSTITUZIONE: ARTICOLO 38

ARTICOLO 38

“Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e l’assistenza sociale.

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Gli inabili ed i minori hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.

L’assistenza privata è libera”

"Racconto a mano libera", per festeggiare i settanta anni della costituzione italiana, pubblica gli articolo della nostra carta fondamentale. L'articolo 38 della Costituzione garantisce il diritto alla vita dignitosa di coloro che sono inabilitati al lavoro a causa di una malattia cronica o momentanea. Chi non è nella possibilità di avere reddito a causa di una patologia ha diritto al mantenimento e all’assistenza. Ha diritto ad essere curato, assistito. È un principio basilare. Chi è in ambasce non deve rimanere solo. La Repubblica si impegna ad assisterlo. Questo è il moto solidale che ha spinto a scrivere questo articolo della Costituzione. La malattia e la disabilità può portare agli abissi della disperazione. Le difficoltà fisiche si accompagnano alla miseria sociale ed economica. La storia ci insegna che nei millenni passati il malato era spesse volte all’ultimo gradino della scala sociale. Basti pensare al lebbroso, scacciato e reietto dalla comunità, che Gesù di Nazareth monda dalla malattia e dal peccato nei Vangeli.  Questo stato di cose deve essere superato. La civiltà moderna ha scoperto il valore della solidarietà. Il prendersi cura dell’altro è il fondamento del vivere sociale della comunità statuale del XX e XXI secolo. Troppo spesso, però, lo stato non garantisce adeguatamente le persone in difficoltà. Troppo spesso il malato e il disabile è lasciato solo. Non gli sono garantite le cure necessarie, non gli è garantito il diritto alla dignità a causa di una legislazione e di un’amministrazione pubblica che troppo spesso latita. Lo stato non è riuscito a creare una struttura assistenziale adeguata alle esigenze della comunità. L’impegno della società civile, del volontariato, ha sopperito alle mancanze istituzionali. Troppo spesso medici, personale paramedico, familiari devono sopperire con il lavoro gratuito alle mancanze istituzionali. Questo dimostra lo straordinario afflato alla solidarietà che caratterizza molti. Allo stesso tempo è la lampante dimostrazione di come le storture del nostro sistema statuale siano da freno all’applicazione dei dettami costituzionali. Il Sistema Sanitario nazionale deve farsi carico dei bisogni del malato. È inaccettabile che, se si è affetti da una malattia cronica, non si possa avere un’adeguata assistenza. Lo stato deve impegnarsi a superare i suoi limiti. Le Regioni devono adempiere il loro compito costituzionale di gestire la sanità e tutelare la salute del cittadino. Il diritto alla salute, il diritto a vivere bene, è uno dei cardini del welfare. Chi sta male ha diritto a curarsi. Se un lavoratore è inabilitato, per una malattia o per il sopraggiungere del peso della vecchiaia, ha diritto ad avere una assistenza adeguata e ha diritto a non perdere il cespite economico. La malattia non deve essere motivo per perdere la paga. È uno dei capisaldi della solidarietà sociale. In caso di inabilità sopraggiunta al lavoro, il lavoratore ha diritto a continuare ad avere reddito. È lo stato, attraverso appositi enti, a sostenere le cure e a provvedere alla difesa del reddito del soggetto. L’INAIL è l’ente pubblico preposto a tale scopo. In passato chi cadeva in malattia, chi aveva un infortunio grave, era destinato a perdere il lavoro e cadere in povertà. Nei secoli la solidarietà popolare ha creato le casse di comune mutualità. Il principio era che chi stava in salute e lavorava si impegnava a dare una parte del proprio salario a un apposita associazione di lavoratori, la mutua, che distribuiva il denaro raccolto ai malati e agli inabili. Questa solidarietà sociale è stata il simbolo di una cultura popolare genuina, impegnata al prendersi cura dell’altro. Il socialismo si è fondato proprio su questo, sull’idea che l’esempio di mutuo soccorso dei lavoratori salariati possa poter costruire una società fondata non sul prevaricare l’altro, ma sul reciproco aiuto. Ora non chiediamoci la realizzabilità di questo progetto. Il sogno di una società fondata sulla comunanza ha prodotto dei mostri, come ad esempio il comunismo sovietico. Quello che ci interessa è notare come l’idea di mutuo soccorso, l’idea che chi ha un problema di salute debba essere supportato dalla collettività, si fondi sulle idee nate dal proletariato sfruttato e derelitto dei secoli XVIII , XIX e XX. Lo stato moderno ha fatto propri quei principi. Le democrazie europee hanno fatto propri i principi di mutualità. Quelle “casse di mutuo soccorso” non sono scomparse. Sono state integrate in un complesso sistema mutualistico che prevede la presenza dello stato assieme a quella delle associazioni dei lavoratori. Oggi il sistema di assistenza nazionale è un sistema complesso in cui la spesa pubblica e il contribuito dei singoli lavoratori interagiscono a garantire il reddito di coloro che non possono lavorare per motivi di varia natura. Anche i disoccupati involontari, cioè che non scelgono ma subiscono la mancanza di lavoro, hanno diritto a un assegno di sostentamento. È la costituzione che lo dice. Gli inabili e i minorati, brutta espressione frutto di un tempo lontano, hanno diritto ad essere avviati al lavoro. Insomma c’è un rovesciamento della cultura del passato. I disabili in passato erano reietti. Oggi la costituzione impone che abbiano un ruolo sociale. L’articolo 38 è chiaro. Chi ha una disabilità psicomotoria o di qualsiasi altro genere deve essere inserito nel mondo del lavoro. Ricordiamo la disabilità mentale, che ancor oggi non ha un adeguato riconoscimento sociale, chi vive questo problema è spesso relegato ed emarginato, invece di essere supportato e inserito nel tessuto sociale. Bisogna cambiare questo stato di cose con un adeguato investimento nei centri di riabilitazione dei soggetti che hanno patologie psicologiche e psichiatriche. La Repubblica si impegna a dare gli strumenti per superare i limiti fisici e psicologici che potrebbero impedire al disabile di inserirsi nel mondo del lavoro. È una rivoluzione copernicana. Dall’isolamento si giunge alla compartecipazione. Per mettere in atto questo principio costituzionale la Repubblica ha previsto che vi siano insegnati definiti di sostegno nella scuola pubblica e privata. Docenti che sostengano, attraverso un rapporto definito “uno a uno”, il processo di apprendimento di un bambino disabile che ha bisogno di attenzioni particolari per poter conseguire risultati scolastici eccellenti. Insomma la riforma della scuola, avvenuta a cavallo degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, è stata anche latrice di una nuova filosofia della formazione del soggetto disabile. Prima chi era disabile era indirizzato alle cosiddette “scuole speciali”con la riforma il bambino è inserito nel tessuto sociale della classe e compartecipa alla crescita collettiva in un fruttuoso interagire fra i ragazzi disabili e i “normodotati”. Tutto non questo sarebbe stato impossibile senza la nostra costituzione repubblicana. Al fine è giusto ricordare l’ultimo comma dell’articolo 38. Lo Stato si impegna a creare istituti pubblici di soccorso ai malati cronici e non. Allo stesso tempo riconosce e garantisce l’attività privata nell’ambito dell’assistenza. “L’assistenza privata è libera” dice l’ultimo comma dell’articolo. Che vuol dire? Che vi possono essere strutture di soccorso al malato fondate sulla mutualità e sull’impegno associazionistico, ma vi possono essere istituzioni private che curano ed assistono per fare profitto. Ci possono essere ospedali che chiedono un compenso per curare. Non bisogna dare un giudizio morale su tali istituzioni. Tanti istituti ospedalieri privati, tante strutture di accoglienza private, sono ottime e offrono aiuto al malato. È giusto che insieme alla mutualità, al volontariato e all’impegno del pubblico vi sia anche il privato nell’ambito sanitario. Il problema è riuscire a trovare un modo per evitare che questo connubio non depauperi il patrimonio di cultura, di solidarietà e di impegno come purtroppo spesso avviene. Leggiamo ogni giorno di scandali e tangenti legati allo strano connubio fra enti statuali e sanità privata.  L’articolo 38 è il monito a costruire una società a misura del malato. È l’impegno della Repubblica a supportare chi è in una fase spesso difficilissima della vita. Pensiamo a chi è affetto da malattia grandemente debilitante. È giusto che sia rispettato il suo afflato solidale. È giusto che lo stato, le istituzioni nazionali e locali, le associazioni di volontariato del settore, i singoli cittadini si impegnino quotidianamente ad attuarlo. Si impegno ad assistere chi è più debole e bisognoso.


Testo di Pellecchia Gianfranco

lunedì 12 febbraio 2018

VIAGGIO NELLA COSTITUZIONE: ARTICOLO 37



ARTICOLO 37
“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavori, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. 
La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione”
"Racconto a mano libera" per festeggiare i settanta anni dalla promulgazione della Costituzione Italiana pubblica, uno alla volta, gli articoli della carta fondamentale della repubblica. Oggi parliamo dell'articolo 37
La Costituzione intende garantire l’uguaglianza sostanziale delle persone. Le donne hanno gli stessi diritti dei colleghi maschi in ambito lavorativo. È un principio non scontato. Ancor oggi le donne, al pari dei disabili, e dei meno fortunati vivono nei fatti uno stato di subalternità verso gli altri colleghi, maschi. Se lo stato di frustrazione lavorativa dei soggetti meno fortunati appare scontata. Chi è disabile è inevitabilmente destinato all’emarginazione, come dicono le statistiche. La crisi economica ha principalmente colpito quelle che con ipocrita ironia si chiamano “categorie protette”, soprattutto al sud. Appare una follia che le donne, più scolarizzate, più preparate e con maggiori titoli rispetto ai colleghi maschi siano emarginate. L’evoluzione educativa di questi decenni di repubblica ha portato ad avere un maggior numero di laureate rispetto ai laureati. Perché allora la donna, pur preparata, ha un ruolo subalterno rispetto al maschio? La risposta può essere: lentamente la donna sta cambiando ruolo. Ci sono sempre più donne manager, le aziende cominciano ad avere nei loro vertici e nei loro consigli di amministrazioni rappresentati del genere femminile che svolgono ruoli apicali. Le istituzioni pubbliche hanno nel loro organico, anche ai massimi vertici dirigenziali, donne. Ci sono magistrati donne, ci sono medici del gentil sesso, ci sono signore ministri. Questo è un dato obbiettivo. Ma rimane costatabile che la percentuale di donne nei ruoli chiave è minore rispetto a quella maschile. Fenomeno ancor più grave è il fatto che a pari mansione lavorativa la donna riceve una paga inferiore rispetto all’uomo. Questo dato statistico contrasta evidentemente con i principi esposti nell’articolo 37 della Costituzione. Questi sancisce che la donna deve avere la stessa retribuzione del collega uomo a parità di mansione. Perché ciò non avviene? Perché l’uguaglianza economica è ancora lontana da pervenire? La risposta è nella molteplicità e nell’ambiguità della vita economica. In ambito lavorativo diviene oggettivamente difficile portare quei valori di eguaglianza, di solidarietà sociale e di collaborazione che sono il cardine della Costituzione. I rapporti di forza, anche i rapporti di genere, divengono gli elementi predominanti a discapito di un comportamento etico coerente. Ma allora la costituzione è solo una manciata di parole inutili? Allora i valori costituzionali di eguaglianza e solidarietà sono pie illusioni? No! E’ compito di noi cittadini, della politica, far camminare sulle nostre gambe quei valori solidali. Cambiare si deve e si può! Spetta alle donne farsi protagoniste del cambiamento. Sono loro che devono chiedere a gran voce parità ed uguaglianza. Lo devono fare per se stesse e per tutti i soggetti sociali svantaggiati. Una società migliore è possibile grazie all’impegno femminile che battendosi per i propri diritti può costruire una società migliore. Mi ricordo le mie amiche di scuola, vere guerriere della giustizia, che mi difendevano, disabile, dalle angherie dei maschi. Mi difendevano contrapponendo alla violenza verbale, e alcune volte fisica, i valori di solidarietà e comunanza, i valori etici che sono racchiusi nel cuore femminile e sbocciano dando grazia. L’emancipazione femminile è lo strumento per l’emancipazione dell’intero genere umano. Solo la donna può incarnare quei valori solidali che sono il fondamento del principio di eguaglianza. La lotta della donna coincide con la crescita della società umana. Proprio perché la donna è un essere straordinario lo stato deve garantire che la sua persona si compia nella sua totalità. Un aspetto importantissimo della vita di una donna è la maternità. Sia chiaro nessuna donna può essere costretta ad essere madre. Fare figli è una scelta personale, legata anche alle diverse vicende della vita, la maternità è una scelta libera. Ciò deve essere ritenuto scontato, un dato acquisito. Ma se la donna decide di essere madre, lo stato deve garantirgli tutti gli strumenti per svolgere il duplice ruolo di genitore e di lavoratore. Deve garantirgli che l’accudire dei bimbi non gli pregiudichi la sua giusta aspirazione di realizzarsi nell’ambito lavorativo. La repubblica deve garantire la presenza di strutture di supporto all’infanzia. Ci devono essere asili, scuole e centri formativi, che possano accogliere i piccoli mentre la donna è impegnata nel suo lavoro. Ci devono essere compensazioni economiche quando la donna sceglie di limitare il tempo dedicato al lavoro per curare i piccoli, con evidenti ripercussioni per il proprio reddito. Se una donna lavora part time, con la conseguente riduzione dello stipendio, per pensare alla famiglia ci devono essere strumenti compensativi. La Repubblica li prevede, ma non sono sufficienti, devono essere potenziati e aumentati per adempiere il dettame costituzionale. 
Per quanto riguarda il lavoro minorile, tutelato grazie alle splendide parole del secondo e terzo comma dell’articolo 37, è bene dire che in Italia dovrebbe sparire. L’età della fanciullezza coincide con quella della formazione culturale. La riforma della scuola impone che fino a diciotto anni una persona non debba lavorare, ma formarsi culturalmente. In passato non era così. Nei campi, nelle fabbriche, nei cantieri edilizi era facilissimo trovare giovanissimi al lavoro. Anche oggi il fenomeno esiste, ma prima era tollerato dalla legge, oggi chi sfrutta un minore anche over quattordicenne commette un reato penale. In passato la soglia minima per il lavoro era quattordici anni. Il lavoro minorile, il lavoro dei bambini è una piaga tremenda. Tante giovani vite sono andate perdute, tanti ragazzini sono morti nei luoghi di lavoro, mentre il loro ruolo doveva essere quello di studente. La Costituzione è stata scritta in anni terribili. Era un’epoca dove i diritti dell’infanzia venivano calpestati. Vittorio De Sica, grande regista, in quel periodo gira “Sciuscià” un film che denuncia la vita grama del mondo dell’infanzia. Ma non c’è bisogno di scomodare il cinema, chi ha una certa età, come me, può facilmente ricordare il lavoro nei campi dei bimbi e delle bimbe che avveniva solo qualche decennio fa. Insomma lo sfruttamento minorile è una piaga tremenda. Una piaga ancora insanata. Ancor oggi si vede al lavoro piccoli e piccole. Sono figli e figlie di immigrati che vengono sfruttati. Un fenomeno tremendo che risucchia questi pargoli anche nell’oscuro mondo della criminalità. Sono tremende le notizie di sfruttamento anche sessuale di questi minori. Allora appare chiaro che l’articolo 37 deve essere ancora applicato nella sua interezza. Ci si deve impegnare per dare parità alle donne. In questa materia diverse norme sulla parità di genere, cioè volte a garantire che ci sia una sostanziale parità in ambito lavorativo fra uomo e donna, sono state fatte, ma non bastano. Ci sono più donne negli uffici pubblici, più donne negli organi di polizia e dell’esercito, più donne in magistratura e in politica. Bisogna fare di più. Bisogna non solo arrivare alla parità, ma abbattere quelle barriere di violenza di prevaricazione maschile. La donna non deve essere molestata, la donna non deve essere sfruttata. Questi sono obbiettivi fondamentali da raggiungere. Bisogna costruire una società che abbatta le barriere, che vinca le ingiustizie. Lo ribadisco la battaglia delle donne è il motore per vincere tutte le altre battaglie sull’uguaglianza. I diritti delle dono sono il volano per difendere tutti gli altri soggetti. La donna è forte, riuscirà a vincere la sua battaglia di uguaglianza rivendicando anche i diritti dei disabili dei più deboli dei bambini anch’essi calpestati.

Scritto da Pellecchia Gianfranco