sabato 10 marzo 2018

VIAGGIO NELLA COSTITUZIONE: ARTICOLO 63


ARTICOLO 63

“Ciascuna Camera elegge fra i suoi componenti il Presidente e l’Ufficio di presidenza.
Quando il parlamento si riunisce in seduta comune, il Presidente e l’Ufficio di presidenza sono quelli della Camera dei deputati”.

Per festeggiare i settanta anni dalla entrata in vigore della Costituzione Italiana, atto avvenuto il 1 gennaio 1948, "Racconto a mano libera" pubblica uno alla volta gli articoli della nostra carta fondamentale.
L’autonomia, il diritto di autogestire l’attività interna di un’assemblea,  e l’autodichia, il diritto a giudicare autonomamente se i singoli componenti abbiano i titoli atti a far parte dell’assemblea stessa,  sono attributi fondamentali che spettano sia alla Camera che al Senato. Per svolgere queste funzioni e per organizzare i lavori interni del parlamento, la Costituzione prevede che i due rami parlamentari si dotino di una presidenza e di un ufficio di presidenza.  La prima seduta delle Camere, dopo la tornata elettorale, è utilizzata per eleggere i presidenti delle due assemblee. Il giorno della convocazione delle due camere, dopo le consultazioni  elettorali, è deciso dal decreto presidenziale che scioglie le precedenti e indice i comizi elettorali. La prima seduta del senato è presieduta dal membro più anziano dell’assemblea. Alla Camera, invece, il compito di presiedere la prima seduta è affidato al primo vicepresidente della camera Uscente eletto alla nuova. In questa legislatura spetterà al Candidato Premier dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio, che nella precedente svolgeva appunto il ruolo di sostituto dell’onorevole Laura Boldrini. La prima attività delle nuove camere sarà quella di eleggere i nuovi presidenti e l’ufficio di presidenza. Il Senato e la Camera devono avere gli uffici preposti al funzionamento quotidiano dei due organi costituzionali. Il Consiglio di Presidenza del senato è composto dal Presidente del Senato, da quattro vicepresidenti, eletti in modo da rappresentare l’intero arco assembleare, da tre senatori questori, atti a coordinare il funzionamento dell’aula assieme al personale amministrativo, e da quattro segretari, senatori che hanno il compito di vegliare che le sedute del senato siano registrate da verbali e registri. I segretari hanno il compito, importantissimo, di vegliare sulla regolarità delle votazioni. Devono assicurare al popolo italiano che le modalità di voto e l’approvazione di leggi e atti parlamentari si svolga con correttezza. Simile è la struttura della Camera. Anche in quest’organo parlamentare c’è un ufficio di presidenza e un presidente, nominato durante la prima seduta dopo le elezioni nazionali. Anche in questo ramo del parlamento ci sono quattro vicepresidenti, vi sono questori e segretari, eletti in numero variabile secondo le esigenze della nascente nuova legislatura e degli equilibri politici interni. Ricordiamo che l’ufficio di presidenza di entrambe le camere deve garantire la rappresentatività di tutti i gruppi politici, le minoranze devono avere un ruolo nella conduzione della presidenza. Le due Camere sono assemblee, sono la massima esplicitazione del potere popolare che si affida ai suoi rappresentanti per essere esercitato, è bene che nella direzione dei lavori ci sia un impronta collegiale e il più possibile volta a un sereno confronto democratico. Compito del Presidente dell’assemblea e del suo ufficio è proprio garantire la serenità dei lavori. È d’uopo ricordare che il presidente del Senato e della Camera sono rispettivamente la seconda e la terza carica dello stato, dopo il presidente della Repubblica sono le due cariche rappresentative più importanti della Repubblica, il loro ruolo nell’equilibrio politico è fondamentale. Sarebbe opportuno che almeno uno di loro fosse eletto fra i membri dell’opposizione, cioè fra coloro che non faranno parte della maggioranza che darà vita al governo. Questa prassi, deprecabilmente, non è stata quasi mai rispettata in questi due decenni denominati “seconda Repubblica”. Nel 1994 la coalizione formata da Lega e Forza, vincitrice delle elezioni, scelse entrambi i presidenti delle camere da persone aderenti al proprio schieramento. Lo stesso, purtroppo, fece la sinistra quando vinse. Sono passati vent’anni, Berlusconi è ancora leader indiscusso della destra, la logica di prevaricazione ancora anima coloro che votano lega e Forza Italia che vorrebbero vedere gli avversari in ginocchio. Questa logica violenta che spinge un attivista della lega a sparare contro persone innocenti, ree di essere migranti. È una logica prevaricante che bisogna sconfiggere. Bisogna convincere sia gli attivisti dei centri sociali (l’estrema sinistra) sia i seguaci di Lega e Forza Italia (estrema destra) a non usare la violenza. Come si può fare? Dando l’esempio! Facendo si che le due Camere siano luogo di confronto civile e democratico. Speriamo che l’ingresso in parlamento di Matteo Salvini sia prodromo di un cambiamento. L’attuale leader della lega deve la sua popolarità al fatto che quotidianamente insulta donne di sinistra, famosissimi i suoi insulti a Laura Boldrini (i suoi gesti osceni l’hanno reso popolare nel mondo, salvini è stato assimilato a Trump e considerato degno erede di Sivio Berlusconi, anche lui popolare nel globo per le sue affermazioni osé verso l’universo femminile), e migranti, i suoi modi di dire e di fare volgari l’hanno reso famosissimo. Sembra uno di noi, uno che è appena uscito da un buon ristorante dopo aver bevuto un bel po’, per questo motivo riscuote tanta simpatia da nord a sud. Il suo dire volgare l’ha reso popolare, speriamo che le regole del parlamento lo inducano a cambiare ed ad usare la temperanza, anche se rinunciare a portare le ruspe per distruggere donne e bambini nei campi rom, potrebbe fargli perdere voti.
Il secondo comma dell’articolo 63 indica che l’ufficio di presidenza delle camere in seduta comune è quello della Camera. Si è scelto di indicare l’ufficio dell’assemblea più ampia, 630 deputati, contro i 315 senatori, per gestire il delicato momento in cui i due rami del parlamento si riuniscono in assemblea plenaria. È d’uopo ricordare che è stata una scelta anche di avvedutezza politica. Le due camere si riuniscono per le elezione di cinque membri della Corte Costituzionale, per la designazione dei membri aggiunti della consulta in caso di giudizio penale ai danni del Presidente della repubblica, per l’elezione dei membri non togati del Consiglio Superiore della Magistratura, ma soprattutto si riuniscono per eleggere il Presidente della Repubblica. Questa votazione potrebbe avvenire in situazione di vacanza della carica del Quirinale, o perché il primo cittadino dello stato si è anticipatamente dimesso, come è successo nel caso dei presidenti Cossiga e Segni, oppure, caso mai avvenuto, per ragioni legati alla sua morte. In tal caso è il presidente del Senato, in quanto seconda carica dello stato, ad assumere le funzioni di presidente della repubblica, fino a quando il parlamento non ne elegga un altro. Alla luce di ciò sarebbe disdicevole e organizzativamente complesso che il presidente del senato assumesse la duplice carica di presidente della repubblica e di presidente dell’assemblea parlamentare. Allora la Costituzione ha preferito designare il presidente della Camera quale titolare della presidenza del parlamento assiso in seduta comune, per motivi di opportunità anche l’ufficio di presidenza è quello della Camera. Una curiosità anche il luogo è lo stesso, il parlamento in seduta comune si riunisce a Montecitorio, lo stesso palazzo dove si riunisce la camera dei deputati.
Scritto da Pellcchia Gianfranco



CITTADINANZA ATTIVA

CITTADINANZA: PARTECIPAZIONE

Martedì 6 marzo 2018 si è tenuto un interessante seminario presso la sala consiliare del Consiglio regionale della Puglia. Il tema è stato: Cittadinanza e identità nel territorio. L'incontro è stato organizzato dalla presidenza del consiglio regionale, dalla Teca del Mediterraneo (la biblioteca del consiglio regionale) e dall'Associazione di Volontariato "Angeli della vita". l'iniziativa è stata sostenuta fortemente dal benemerito Centro di Servizio al Volontariato San Nicola di Bari, da sempre sensibilissimo ai temi sociali e di aiuto al più debole.Un plauso va tributato alla passione e alla dedizione della coordinatrice del progetto la dottoressa Daniela Attolini. Al dibattito sono intervenuti il presidente dell'Associazione Angeli della Vita, professoressa Maria Antonia Lo Giudice, il dirigente della sezione biblioteca e Comunicazione Istituzionale del Consiglio Regionale , la dottoressa Anna Vita Perrone. La dottoressa Paola Sivestri, funzionario P.O. della regione, ha tenuto una interessante lezione sul tema della "sussidiarietà" come è stato concepito nell'articolo 118 della Carta Costituzionale. Il professor Francesco Perchinunno - Docente di Diritto Costituzionale dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” ha fatto un intervento dal tema “Lo Statuto della Regione Puglia e gli istituti di partecipazione attiva” L'avvocato. Domenica Gattulli , Segretario Generale del Consiglio Regionale della Puglia, ha tenuto una dissertazione dal titolo:“Le politiche di cittadinanza attiva della Regione Puglia”. Hanno partecipato all'iniziativa coloro che hanno fatto parte negli anni scorsi del progetto "Onda", un'iniziativa voluta dal consiglio regionale, dalla biblioteca regionale "teca del Mediterraneo" e dall'associazione Angeli della Vita per garantire una formazione postscolare a persone adulte con disabilita psicomotorie. Un'iniziativa di inclusione sociale degna di lode, volta a far diventare cittadini consapevoli anche coloro che sono affetti da invalidità. Un modo per far sentire le istituzioni vicino alla gente. Non è un caso che si è voluto far partecipare questi ragazzi a un convegno che ha come tema la tutela dei diritti attraverso forme di partecipazione. Un modo per far sentire la vicinanza delle istituzioni a queste persone. Al convegno c'è stato il prezioso apporto degli studenti delle Scuole Superiori "Romanazzi" di Bari, Liceo Classico "Spinelli" di Giovinazzo, "Salvemini - Fornari" di Molfetta e parte della classe II A del Liceo Classico "Oriani" che sta svolgendo il progetto di Alternanza Scuola Lavoro presso le strutture del Consiglio Regionale. Il contributo prezioso degli studenti, le loro curiose domande, sono state fonte di stimolo prezioso al dibattito. I giovani si stanno impegnando in una serie di incontri seminari legati alla lettura dello Statuto Regionale della Regione Puglia e della Costituzione Italiana, progetto di studio in cui il seminario tenuto il 6 marzo è stata l'apoteosi. Un plauso va ai professori di questi ragazzi che si sono impegnati per dare un validissimo supporto didattico a questo progetto. Il lavoro sinergico delle istituzioni può produrre un effetto benefico nella vita interrelazione. Il convegno "cittadinanza attiva" è stato un felice incontro fra realtà diverse, quali studenti di scuola media superiore, università, istituzioni politiche, disabili. Un mondo del volontariato che dimostra che parlare di temi importanti, quali i diritti, con parole semplici e alla portata di tutti è possibile. Formare, formare i giovani e le persone mature, formare i disabili, cioè di coloro che hanno bisogno di un amico in più per poter comprendere, è la finalità che si pone la teca del Mediterraneo, il Consiglio Regionale Pugliese e l'associazione Angeli della Vita, L'incontro "cittadinanza e identità nel territorio" è stato un'occasione per farlo. Non possiamo che ringraziare gli organizzatori della lodevole iniziativa e plaudire le istituzioni che l'hanno patrocinata.

Gianfranco Pellecchia

giovedì 8 marzo 2018

VIAGGIO NELLA COSTITUZIONE: ARTICOLO 62


ARTICOLO 62

“Le Camere si riuniscono di diritto il primo giorno non festivo di febbraio e di ottobre.
Ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti.
Quando si riunisce in via straordinaria una Camera, è convocata di diritto anche l’altra.”

Per festeggiare i settanta anni dalla entrata in vigore della Costituzione Italiana, atto avvenuto il 1 gennaio 1948, "Racconto a mano libera" pubblica uno alla volta gli articoli della nostra carta fondamentale.
La Costituzione regolamenta lo svolgimento dei lavori delle Camere. Nelle sue pagine sono fissati anche i tempi e i modi di convocazione delle assemblee elettive nazionali. Impone che Camera e Senato si riuniscano di diritto almeno due volte all’anno. I due rami del parlamento sono convocati di imperio e in forza della Costituzione il primo giorno feriale di febbraio e di Ottobre. In realtà oggi le camere svolgono i loro lavori ininterrottamente. Quasi tutto l’anno si svolgono attività. In ogni settimana dell’anno, tranne quelle dedicate alle ferie, il Parlamento è attivo. La scelta di imporre almeno due riunioni all’anno è dovuta ad evitare che il potere esecutivo possa orchestrare atti di imperio che impediscano il regolare svolgimento dei lavori parlamentari. Il primo comma è voluto per evitare che ci sia un vero e proprio colpo di stato che impedisca nei fatti l’attività parlamentare. Se, per motivi che esulano i regolari equilibri democratici, fosse intenzione dei vertici dello stato defenestrare il parlamento dalle sue prerogative, la Costituzione interviene imponendo la riunione delle Camere e il conseguente ripristino delle prerogative costituzionali proprie delle Camere. Le Camere infatti, convocate vis costitutionis, dovrebbero imporre il loro potere, ripristinare l’ordine democratico, imponendo l’immediata cessazione dell’azione prevaricante del potere esecutivo. Il pensiero va al regime fascista. Mussolini è stato in grado di indebolire il potere del parlamento, attraverso un costante depauperamento delle prerogative assembleari. Quello che è successo nella prima metà del XX secolo, non dove mai più accadere, almeno questo pensavano i padri costituenti. In questi ultimi tre decenni due partiti, Forza Italia e Lega, hanno pensato di ridurre l’autonomia del Parlamento. Silvio Berlusconi, più volte presidente del Consiglio, ha visto nell’autonomia parlamentare un limite. Sono entrati negli annali della politica le sue dichiarazioni di apprezzamento verso Benito Mussolini, da lui definito un grande statista, proprio perché era riuscito ad imbavagliare i deputati e senatori. Il fatto che milioni di italiani, ancor oggi, votino per Lega e Forza Italia manifesta un diffuso disprezzo per le istituzioni della Repubblica e soprattutto per il Parlamento, che sarebbe ingiusto non tenere in considerazione. È il tempo che in Italia si apra un dibattito serio. Non bisogna nascondersi. Una parte consistente dell’elettorato si riconosce in concetti che esulano i principi democratici e parlamentari del nostro stato. Luca Traini, l’esponente leghista di Macerata, che ha usato la violenza per portare avanti le sue idee non è un caso isolato. È giusto che si provi a rivendicare con forza il valore della democrazia parlamentare. Si provi a ricordare che il rispetto delle altrui idee, manifestate in assemblea, è fondamento della Costituzione. Bisogna evitare la deriva estremista. È nel Parlamento che si possono ricreare gli equilibri dialettici necessari per ripristinare un sano dibattito democratico. La politica non deve scadere nell’estremismo. La centralità del Parlamento quale organo democratico e palestra di dialogo è fondamentale. Bisogna convincere partiti come la lega ha mutare pelle. A rifiutare lo scontro politico, lo scontro dialettico, le parole. è la scelta migliore. Le camere possono essere convocate anche per iniziativa del Presidente della Repubblica, che chiama i parlamentari a discutere dei problemi del paese. La convocazione del Quirinale può essere sollecitata dall’esecutivo, che ha a cuore che il parlamento discuta di problemi di rilevanza nazionale che coinvolgono direttamente il governo. Insomma la convocazione delle camere da parte del primo cittadino dello stato ha una duplice natura. Una sostanzialmente presidenziale, se l’inquilino del Quirinale convoca le Camere di sua iniziativa, alla luce di gravi questioni nazionali da risolvere. Una sostanzialmente governativa, se l’atto di convocazione delle Camere è voluto dal governo e solo firmato dal presidente della repubblica come atto formale. Le Camere possono essere convocate dai presidenti degli organi collegiali. Il presidente della camera e quello del senato può convocare il consesso che presiede a sua discrezione. Un terzo dei membri di una delle camere possono decidere di chiedere la convocazione del proprio consesso. La convocazione deve essere motivata. Deve essere presentata al consiglio di presidenza, che la calendarizzerà con il supporto fondamentale dell’assemblea dei capigruppo, che hanno una funzione fondamentale per definire e periodizzare le attività del parlamento. L’ultimo comma dell’articolo 62 ricorda che in caso di riunione straordinaria di una delle due camere, automaticamente viene convocata l’altra. Questa è la logica conseguenza del bicameralismo perfetto. Se nella nostra democrazia ogni atto parlamentare è il frutto dell’unisono lavoro di Camera e Senato, è giusto che ogni volta che si riunisca una delle due camere venga convocata l’altra. Questo comma doveva essere abrogato dalla riforma costituzionale voluta dal ministro Maria Elena Boschi. Si doveva superare il bicameralismo perfetto. Le due Camere non dovevano avere, secondo il disegno della riforma, gli stessi poteri e le stesse funzioni. Il potere legislativo ordinario era sostanzialmente affidato alla sola Camera dei deputati. Il senato partecipava alla formazione delle leggi che riguardavano le autonomie locali, le riforme di natura costituzionale e poco altro. Non avrebbe avuto senso in questo quadro la convocazione di entrambi gli organo assembleari. Il popolo ha voluto che l’Italia avesse un parlamento composto da Camera e senato, un organo complesso le cui decisioni fossero il frutto delle votazioni di entrambi i consessi legislativi. La riforma è naufragata con il “no” degli italiani al bicameralismo differenziato.

Scritto da Pellecchia Gianfranco


AUGURI A TUTTE LE DONNE

8 MARZO: EVENTI CHE SI ACCAVALLANO
Corinne Brown durante la conferenza del partito socialista americano a Chicago, il 3 maggio 1908, propose di celebrare la "festa della donna". Doveva essere un giorno dedicato alla discussione della situazione femminile, un giorno di mobilitazione contro lo sfruttamento del genere femminile e contro le vessazioni di quotidianamente  subiva. La sua proposta fu approvata per acclamazione. Ma gli eventi storici che susseguirono cambiarono non solo la data della festa, ma anche il suo significato profondo. Il 25 marzo 1911 ci fu un terribile incendio alla fabbrica "Triangle Shirtwaist Company" di New York uccise 146 persone che vi lavoravano, fra cui 129 lavoratrici. Un vero omicidio padronale, i titolari della fabbrica hanno sbarrato le porte, impedendo alle donne e agli uomini che stavano svolgendo le loro mansioni lavorative di scappare dal fuoco che divampava all'interno della fabbrica. L'azienda aveva come addette principalmente donne, che perirono combuste dalle fiamme. Si vuole che questo evento sia commemorato oggi. Alcuni storici sono convinti che un errore da parte dell'Onu, che ha indetto nel dopoguerra la giornata mondiale della donna. Un errore voluto, dobbiamo dire. La vera ricorrenza storica che si ricorda l'8 marzo, è quella che avvenne a Mosca l'otto marzo 1917. Le donne russe vicine al partito comunista di Lenin in quel giorno indissero una grande manifestazione per chiedere la fine della guerra, e pane per tutti, denunciando la condizione femminile nella Russia di allora. Da quel momento tutti i partiti di estrazione marxista in tutto il mondo scelsero quella data per celebrare la donna. L'Onu, probabilmente, ha voluto mantenere l'otto marzo come data in onore della donna, togliendogli quella connotazione di propaganda filo sovietica che aveva. Ha quindi volutamente preferito collegarla al tragico evento nella fabbrica di Chicago, invece di collegarla alle sollevazioni comuniste di Mosca. Dobbiamo dire che questa scelta, pur essendo un falso storico, è stata una scelta moralmente ed eticamente giusta, a nostro modesto avviso. Ha deideologizzato la festa. L'ha resa non un evento di parte, ma un momento in cui collettivamente si ricorda la precarietà della situazione femminile. E' un giorno in cui si piange operaie che hanno perso la vita sul posto di lavoro. L'Otto marzo è una festa che celebra l'umanità, l'umanità più bella, più sensibile, più delicata e più rivolta all'amore verso gli altri, l'umanità connotata al femminile. A Chicago dopo il tagico incendio, ci fu una sollevazione popolare. Tutta la città si mosse in solidarietà verso le famiglie delle donne uccise. Si scese in piazza per chiedere dignità. Le forze dell'ordine che si mobilitarono per fermare gli enormi cortei che nacquero spontaneamente, causando anche feriti e morti, soprattutto donne, furono sommerse dalla riprovazione generale. Alcuni giornali, per la prima volta nella storia americana, si mossero a favore degli scioperanti, contro gli interessi padronali. I titolari della Triangle Shirtwaist Company, la fabbrica incendiata dove morirono le 129 lavoratrici, furono processati e condannati. Insomma quel 25 marzo del 1911 fu un giorno in cui l'umanità si destò dal torpore e si rese conto del brutale giogo in cui l'universo femminile era incatenato. Da lì prese forza quel movimento per i diritti civili delle donne, "le suffraggette", che dai paesi anglosassoni si diffuse in tutto quello che è l'Occidente democratico. Un moto di liberazione femminile che porto al femminismo degli anni 70 del secolo scorso. Il modo di concepire la donna cambiò per quel maledetto rogo di Chicago.
comunque stiano le cose: auguri a tutte le donne!
pezzo scritto da Giovanni falagario


mercoledì 7 marzo 2018

VIAGGIO NELLA COSTITUZIONE: ARTICOLO 61


ARTICOLO 61

“Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno delle elezioni.

Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti.”

Per festeggiare i settanta anni dalla entrata in vigore della Costituzione Italiana, atto avvenuto il 1 gennaio 1948, "Racconto a mano libera" pubblica uno alla volta gli articoli della nostra carta fondamentale.
L’articolo 61 della Costituzione pone dei rigidi paletti alla tempistica elettorale e alla dinamica fra la legislazione conclusa e quella successiva. La motivazione è lampante. Lo stato teme il vuoto istituzionale. Non vi deve essere mai un momento storico in cui il Parlamento non riveste il suo ruolo di controllo politico dell’esecutivo, di indirizzo istituzionale e di punto di riferimento per la gestione della cosa pubblica italiana. La repubblica è Parlamentare. Le Assemblee Nazionali svolgono un ruolo centrale nella gestione della vita sociale del paese. Quando Il Presidente della Repubblica scioglie le Camere per indire nuove elezioni, lo stato non si ferma. La vita istituzionale del paese deve continuare. Il parlamento uscente continua ad avere un ruolo di coordinamento della cosa pubblica, anche se i comizi elettorali sono in corso può essere al limite convocato per ragioni di estrema emergenza. I suoi uffici, anche quelli elettivi, rimangono in carica fino alla prima riunione del nuovo parlamento. In quel caso Camera e Senato rinnoveranno ed eleggeranno nuovi gabinetti di coordinamento espressione della nuova fase politico istituzionale. Per fare in modo che la fase di transizione fra le due legislature duri il meno possibile la Costituzione impone che tassativamente le nuove Camere si riuniscano non oltre il ventesimo giorno dallo svolgimento della consultazione elettorale. I cittadini si sono espressi. Hanno definito, con il loro voto, i nuovi equilibri di Camera e Senato. È tempo che i rappresentanti parlamentari ,neo eletti, comincino a lavorare. Riassumiamo: le elezioni delle nuove Camere hanno luogo settanta giorni dopo lo scioglimento delle Camere precedenti, la prima riunione delle nuove assemblee popolari deve tenersi non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni. I poteri delle Camere precedenti rimangono finché non avviene la riunione delle nuove. È d’obbligo sottolineare che l’elemento fondamentale è nel legame che vi è fra potere delle assemblee legislative ed elezioni. Le Camere hanno la loro legittimazione dal consenso dei cittadini. Coloro che fanno parte dei consessi nazionali assumono tale carica perché è il popolo che li ha voluti. Le elezioni sono l’espressione della volontà popolare. Chi si fregia di titolo di onorevole è servo dei cittadini. Deve svolgere il suo compito con il rispetto verso gli elettori che gli hanno attribuito un compito di estrema delicatezza ed importanza. I senatori e i deputati devono compiere con disciplina ed onore il loro lavoro. Il mandato elettorale, che hanno ricevuto, è la manifestazione di un attestazione di stima, ma anche un indirizzo politico che gli impone di servire lo stato e di lavorare all’interno delle istituzioni con serietà e con abnegazione. È d’obbligo sottolineare che, come abbiamo detto in precedenza, la politica dello stato non ammette pause, l’opera delle Camere deve continuare senza soluzione di continuità. Ecco il motivo per cui il secondo comma dell’articolo 61 ricorda che finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti. Appare comunque lampante e confermato dalla prassi, che le camere sciolte non possono e non devono eleggere il presidente della Repubblica. Se il mandato del primo cittadino dello Stato dello stato dovesse terminare durante l’apertura dei comizi elettorali, rimarrebbe in carica in prorogatio fin quando le nuove camere non si riuniscono in seduta comune per eleggere il nuovo presidente. I poteri delle Camere in fase di elezioni sono in realtà delicatissimi. È chiaro che se i presidenti dei due rami del parlamento dovessero essere costretti a indire riunioni collegiali in fase elettorale, mentre i deputati e senatori sono chiamati alla campagna elettorale, sarebbe per motivi di gravissimo pericolo e difficoltà per l’intera nazione. Alla luce di questo appare chiaro che le Camere uscenti potrebbero prendere decisioni gravissimi e importantissime per i destini dell’intero paese. In nome del principio della continuità istituzionale, l’Italia non può fermarsi neanche davanti al rinnovamento politico, ciò non può essere escluso. Sarebbe opportuno, come sempre è avvenuto, che ciò sia fatto con parsimonia. Tutto ciò che può essere affidato al nuovo parlamento, senza che ciò comporti la paralisi istituzionale e lo sfaldamento del tessuto sociale, deve essere rimandato ed affidato alle nuove Camere elette da popolo sovrano. La Repubblica si fonda sul legame fra Popolo e Istituzioni. Il Popolo è organo costituzionale chiamato a scegliere e a decidere la composizione del parlamento. I deputati e senatori devono inchinarsi al suo volere. Devono rispettare il suo dettato e devono attendere che si pronunci, attraverso il voto. In conclusione vogliamo ricordare che La riforma costituzionale del 2016, bocciata dagli italiani con referendum, intendeva eliminare il rapporto diretto fra una camera, il senato, e il voto dei cittadini. La sola Camera dei deputati  doveva essere eletta a suffragio universale, mentre il senato doveva essere composto da membri dei consigli regionali appositamente designati dalle assemblee locali. Il senato così composto non si rinnovava più con elezioni nazionali, la carica di senatore cessava al momento della decadenza di quella di consigliere regionale. In questo modo non era prevista una legislatura, non vi era un momento in cui tutto il senato si rinnovava, la camera alta subiva, nel disegno del novellatore costituzionale, una continua rigenerazione anche se parziale. I senatori erano sostanzialmente rappresentanti delle loro regioni e dei cittadini regionali, seduti in sessione comune per decidere dei rapporti fra stato e comunità locali. Questo disegno è stato bocciato. Le due camere hanno pari funzioni e rappresentano entrambe l’intero elettorato nazionale, il senato designa i suoi membri a base regionale, cioè le circoscrizioni elettorali coincidono con le regioni, ma questo non lo rende diverso dalla Camera nel rappresentare e difendere gli interessi dell’intero corpo elettorale nazionale.

Testo di Pellecchia Gianfranco


VIAGGIO NELLA COSTITUZIONE: ARTICOLO 60


ARTICOLO 60

“La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sono eletti per cinque anni.
La durata di ciascuna Camera non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra”

Per festeggiare i settanta anni dalla entrata in vigore della Costituzione Italiana, atto avvenuto il 1 gennaio 1948, "Racconto a mano libera" pubblica uno alla volta gli articoli della nostra carta fondamentale.
Il parlamento, organo complesso composto da Camera dei Deputati e Senato, è il luogo ove massimamente si manifesta la sovranità popolare. I componenti delle due camere sono eletti da tutti i cittadini aventi diritto al voto e rappresentano la nazione. Ricordiamo che per essere elettori ala Camera bisogna avere diciotto anni, mentre per essere elettori al senato venticinque. L’articolo 60 stabilisce che l’elezioni per il rinnovamento delle due camere legislative deve avvenire ogni cinque anni. L’arco temporale che intercorre fra un’elezione e la successiva si chiama legislatura. Fino alla legge Costituzionale introdotta il 9 settembre 1963, le legislature delle due camere avevano una durata diversa. Il senato si rinnovava ogni sette anni. La Camera, invece, ogni cinque. Fu una scelta del costituente volta a differenziare le due camere e a dare una diversa caratura al Senato. La scelta però si rivelò subito non gradita alle forze politiche. Negli anni che seguirono alla nascita della Repubblica, alla scadenza della legislatura della camera si chiedeva al capo dello stato di sciogliere anticipatamente anche il senato, questo per rendere possibile la formazione di un assetto politico omogeneo in entrambe le camere. Quindi la riforma costituzionale del 1963 fu vista come un semplice adeguamento della Costituzione Formale alla Costituzione Materiale. Di fatto era solo un sancire su carta quello che era una prassi politica. Sono passati decenni da quella scelta. Difficile dire se fu sbagliata o meno. Difficile dire se è giusto che il senato abbia la stessa durata temporale della Camera. Una cosa è certa, uno sbalzo temporale nell’elezioni delle due Camere può certamente determinare la composizione di maggioranze politiche non omogenee, favorendo così l’ingovernabilità. Il bicameralismo perfetto, cioè il fatto che ambedue le camere debbano approvare proposte di leggi e dare la fiducia all’esecutivo, dovrebbe consigliare che i due rami del parlamento siano rinnovati contemporaneamente per poter favorire sia la governabilità sia il rispetto della volontà popolare espressa dalle urne. È raro che il parlamento duri per cinque anni. La stragrande maggioranza delle legislature passate hanno visto lo scioglimento anticipato delle due Camere. Questo avviene per scelta e volontà del Presidente della Repubblica, è una prerogativa propria, uno degli atti più importanti, politicamente e istituzionalmente, del primo cittadino della repubblica. L’inquilino del Quirinale, se constata l’impossibilità politica che si formi una maggioranza che appoggi il governo, deve sciogliere le camere. Nella legislatura aperta con le elezioni del 1994, l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfari, costatando che il governo presieduto dall’Onorevole Silvio Berlusconi avesse perso l’appoggio delle Camere, nominò un altro presidente del consiglio che invece ebbe l’appoggio del parlamento e formò un nuovo governo. Questo mandò su tutte le furie Berlusconi che chiedeva lo scioglimento del parlamento. Per lui il vero mandato a governare lo aveva dato il popolo che lo amava, bisogna tornare a votare e quindi far nascere un nuovo parlamento pronto a rimandarlo al governo. Questa interpretazione della Costituzione è apparsa forzata. Appariva ai giuristi bizzarro chiedere al presidente della Repubblica di disobbedire al dettame costituzionale, che gli imponeva di non sciogliere le camere in presenza di una maggioranza disposta a dare la fiducia al governo Dini, in virtù del presunto e al momento non appurabile amore della gente per Silvio Berlusconi. Quello che è certo il grande valore del bicameralismo perfetto. Il fatto che i cuori e le passioni delle due camere debbano battere all’unisono per far funzionare la macchina dello stato è fonte di garanzia che le scelte e le leggi approvate siano frutto di ponderazione. Sono due le assemblee che devono approvare i disegni e le proposte di legge per essere approvate. Due organi dello stato devono dare la fiducia al governo. Una garanzia per il buon andamento dello stato. Il secondo comma dell’articolo 60 prevede che le camere possano essere prorogate per legge in caso di guerra. Fortunatamente non ci sono casi e precedenti in cui si sia applicato il secondo comma dell’articolo 60. L’Italia da quando è repubblica non è mai stata in guerra, il suo esercito ha solo compiuto operazioni militari all’estero di peace Keaping sotto l’egida dell’Onu. Anche l’infastua scelta del governo di Forza Italia e Lega di mandare soldati in Iraq non fu una scelta di guerra. Si voleva supportare l’America di Bush che Berlusconi considerava già vincente. Poi questa scelta si rivelò tragica, l’Italia si trovò coinvolta in una guerra non sua, i sogni di potenza del cavaliere di Arcore produssero le vittime italiane cadute nella cittadina irachena di Nassyria.  Comunque non c’è mai stata la necessità di prorogare la durata delle camere. Probabilmente, a norma dell’articolo 78 della Costituzione, al momento in cui le camere deliberano lo stato di guerra, assieme a dare poteri speciali all’esecutivo e/o ad altri organi dello stato, dovrebbero anche indicare il prolungamento sine die della legislazione in corso. In caso di guerra nuove elezioni dovrebbero aversi al momento del ritorno della pace. Speriamo, ovviamente, che non ci sia mai la necessità di applicare questo comma d’articolo, d’altronde l’articolo 11 della costituzione tuona che l’Italia ripudia la guerra. Una guerra può essere concepita come difesa da un esercito invasore. L’Italia non entrerà mai in un conflitto quale soggetto che attacca, almeno fino a quando la nostra cara Costituzione sarà vigente. Il Parlamento, in caso di guerra, dovrebbe darsi delle norme al fine di garantire allo stesso tempo la sicurezza nazionale e la democrazia, che può essere condizionata dal pericolo ma non soppressa, anche in un momento gravido di lutti. Spetterà alla saggezza dei parlamentari e del governo sapersi districare una situazione così complessa.

Scritto da Pellecchia Gianfranco


VIAGGIO NELLA COSTITUZIONE: ARTICOLO 59

ARTICOLO 59

“È senatore di diritto a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica.

Il presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”

Per festeggiare i settanta anni dalla entrata in vigore della Costituzione Italiana, atto avvenuto il 1 gennaio 1948, "Racconto a mano libera" pubblica uno alla volta gli articoli della nostra carta fondamentale.
L’articolo 59 prevede la nomina presidenziale di alcuni senatori, come in passato era prerogativa regia nominare l’alta camera, la nostra costituzione prevede che cinque membri di Palazzo Madama debbano essere nominati dal primo cittadino dello stato. Infatti non tutti i membri del senato sono eletti dai cittadini. Alcuni assumono la carica di diritto, sono i Presidenti della Repubblica emeriti. Quando il primo cittadino della Repubblica cessa il suo mandato è automaticamente Senatore a vita della Repubblica, salvo rinuncia. Questo è un titolo tributato a colui che per sette anni è stato il sommo garante dell’ordinamento dello stato e della Costituzione. La Carta Fondamentale prevede che i presidenti emeriti siano senatori a vita. Non c’è scadenza al loro mandato. Il loro scranno a palazzo madama è un tributo alla carica importantissima che hanno ricoperto. Il presidente della Repubblica, che ha terminato il suo mandato, è chiamato a svolgere il ruolo di saggio consigliere degli organi costituzionali. È chiamato a sedere nella Camera Alta del nostro ordinamento. Ha un ruolo di grande importanza politica. L’azione di consiglio e di raccomandazione svolta in passato e ancor oggi dagli ex presidenti della Repubblica è preziosa. Certo molte polemiche ha suscitato il ruolo, ad esempio, di Giorgio Napolitano, questi, appena dismesse le vesti di presidente della Repubblica, si è trovato ad assumere un ruolo di consigliere e di garante di una difficile situazione politica. Rimane il fatto che il ruolo del presidente emerito e di senatore a vita è talmente decisivo da spingere la prassi costituzionale a coinvolgere nelle consultazioni per la formazione del nuovo governo gli ex capi dello Stato. Il Presidente della Repubblica può nominare cinque cittadini alla carica di senatore. La Carta Costituzionale è chiarissima. La sua scelta è vincolata a persone che hanno reso lustro alla patri per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. Insomma queste persone si devono essere distinte nelle loro attività professionali. Sono stati senatori a vita personalità quali: Edoardo De Filippo, Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia, Renzo Piano e moltissimi altri. Tutte persone che hanno realmente contribuito alla crescita sociale, culturale e ideale del paese. Persone come Rita Levi Montalcini, grazie ai suoi studi sulle malattie neurologiche, hanno dato un contributo fondamentale a migliorare la vita dell’intera umanità. È giusto che tali persone siano considerate onorabili e degne di sedere in senato. Un ampio dibattito costituzionale si è sviluppato durante tutta la storia della repubblica. Alcuni presidenti della Repubblica hanno interpretato il potere di nominare senatori legato alla carica presidenziale. Cioè hanno reputato che in senato ci potessero essere solo cinque senatori di nomina presidenziale. Se in senato ci sono cinque senatori a vita il presidente si deve astenere da nominarne altri. Questa tesi è stata fatta propria da Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. Altri presidenti della repubblica, fra cui Sandro Pertini e Cossiga, hanno interpretato il limite di cinque senatori quale divieto rivolto non all’istituzione presidenziale, ma al singolo presidente in carica. Provo a spiegarmi: secondo la loro interprestazione dell’articolo 59 secondo comma, ogni singolo presidente potrebbe nominare cinque senatori a vita. Insomma non ci sarebbe un limite alla presenza di senatori nominati, in teoria, se non morisse alcun senatore di nomina presidenziale, ci potrebbe essere un plotone di decine di senatori voluti dal Quirinale. Su questa interpretazione la dottrina si è divisa. Si è comunque preferito lasciare il giudizio su tale materia al singolo presidente, che si è sempre comportato secondo coscienza. Appare comunque più opportuna la scelta dell’attuale inquilino del colle di limitare il numero dei senatori a vita a cinque, astenendosi dal nominarne altri se ciò volesse dire superare il numero previsto. Carlo Azeglio Ciampi si astenne da nominare senatori proprio in attesa che, per cause naturali, si riducessero il numero degli occupanti palazzo Madama per nomina presidenziale. Polemiche ha suscitato la nomina di Mario Monti a senatore a vita. Quella non fu vista come un’onorificenza. Fu una scelta politica dell’allora presidente della repubblica Giorgio Napolitano, per dare una copertura istituzionale a un uomo, un professore universitario e funzionario europeo, che di lì a poche ore sarebbe stato chiamato a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio. Questa elezione appare discutibile. Non spetta a noi sindacare sull’integrità morale e sulla levatura culturale di Mario Monti, indiscutibile uomo di pregio. Quello che lascia perplessi è la strumentalità della norma. Il titolo di senatore a vita non può essere trampolino per accedere ad altre cariche dello stato. Non si può sopperire alla non elezione popolare con una nomina presidenziale. La nomina a senatore deve essere solo finalizzata a riconoscere gli alti meriti del prescelto, non ad aprirgli la strada ad una carriera politica, seppur animata da alte finalità morali e sociali. Il presidente Napolitano poteva nominare Mario Monti presidente del consiglio, come le norme costituzionali dicono, senza questo passaggio, che nei fatti degrada la carica di senatore a mero fattore strumentale. Altro valore morale e ideale ha portato alla nomina di Liliana Segre, avvenuta quest’anno. Il presidente Sergio Mattarella ha voluto nominare senatrice una donna che aveva visto l’orrore dell’Olocausto. Testimone, bambina, dell’orrore del nazismo ha speso tutta la sua vita per fare in modo che il razzismo e la xenofobia. Questa nomina è stata un riconoscimento a chi è stata oggetto di violenza solo a causa del proprio credo religioso. È una nomina fatta a ottanta anni dalle leggi razziali volute da Mussolini. È una nomina voluta in concomitanza con delle elezioni che hanno visto l’estrema destra raggiungere il 35% in Italia. Mentre Attilio Fontana, attuale presidente della Lombardia, a nome di salvini e Berlusconi richiamava il dovere di difendere la razza italiana, Mattarella condannava quella filosofia che ottanta anni fa aveva ridotto a subumani nostri connazionali rei soltanto di credere nella religione di Abramo. È stata una scelta politica quella di Mattarella, al pari di quella di Napolitano quando nominò Monti. Ma a mio parere è stata una scelta moralmente condivisibile. È rispettabile e da rispettare l’opinione di chi vota Lega e Forza Italia, anche sul tema della razza c’è diritto di parola. Ma allo stesso tempo è dovere di ogni democratico combattere l’idea, che considero insana, che ci sia una razza italiana, che ci siano razze migliori delle altre. Noi uomini siamo tutti uguali. Tutti siamo sotto lo stesso cielo. È tempo di testimoniarlo, al fine di far cambiare idea ai milioni di nostri connazionali che votano Lega e Forza Italia.

Scritto di Pellecchia Gianfranco