giovedì 5 settembre 2019

LA COSTITUZIONE: ARTICOLO 7



I PATTI LATERANENSI E LA COSTITUZIONE: ARTICOLO 7

“Lo stato e la chiesa cattolica sono ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti dono regolati dai patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”

Dante Alighieri paragonava il papato, il potere spirituale, e l’impero, ai suoi tempi il potere temporale, a due soli che riscaldavano la vita e rendevano floride le terre di tutti gli uomini. Il sommo poeta utilizzava questa allegoria per teorizzare una benefica e pacifica convivenza fra il potere di Dio e quello degli umani. Camillo Benso Conte di Cavour,  padre della patria e presidente del consiglio di re Vittorio Emanuele primo re d’Italia, motteggiò, in una celebre frase: libera chiesa in libero stato. Alla luce del pensiero di questi due grandi della storia italica, con la dovuta umiltà e con la consapevolezza di non poter considerarci degni di narrare nella loro interezza le complesse vicende che caratterizzano i rapporti fra Vaticano e Stato Italiano, noi di “racconto a mano libera” continuiamo il percorso di lettura della costituzione, riportando, quest’oggi, l’articolo 7. Questo articolo è stato lungamente dibattuto nell’assemblea costituente. Il nostro paese, allora come oggi, è forgiato culturalmente dalla religione cristiana ed è grandemente influenzato dalla dottrina cattolica. Il problema principale era conciliare il dato di fatto che la stragrande maggioranza degli italiani era cattolica con l’esigenza di tutelare chi non lo era. In più era necessario che fossero definiti in maniera chiara gli ambiti propri della Chiesa e gli ambiti della nascente Repubblica, libera chiesa in Libero stato, le parole di Cavour riecheggiavano nell’assemblea costituente. Prima di tutto era a cuore dei costituenti chiarire che la Repubblica, lo stato, riconosce l’indipendenza della chiesa dal potere della politica. D’altro canto è d’obbligo che la chiesa sappia non influenzare la politica. La costituzione esplicita che i due poteri hanno un “proprio ordine”, cioè agiscono in ambiti diversi, quello delle anime l’una e quello delle faccende temporali, l’altra. E sono indipendenti, cioè lo stato  e la chiesa non devono influenzarsi nelle loro scelte. Ambedue hanno sovranità nel loro ambito. Questo vuol dire che sono in una condizione di parità. Né lo stato è sottoposto alla chiesa. Né la chiesa è prostrata davanti al potere temporale. Sono, quali stati fratelli e uguali, indipendenti fra loro. Quello che infiammava maggiormente i cuori dei costituente, che discutevano animatamente su come dovesse essere sancito in costituzione il rapporto fra il papa e la repubblica, era il rispetto dei cosiddetti Patti lateranensi. I Patti erano stati firmati da Benito Mussolini, nelle vesti di Presidente del consiglio italiano, e da papa Pio XI nel 1929. Gli accordi intendevano superare le cosiddette “guarentige”, i privilegi che casa Savoia aveva concesso  in via unilaterale, senza consenso del papa, al pontefice all’indomani della debellatio, la fine storica, dello stato pontificio a seguito della presa italiana di Roma. Privilegi che servivano al papa a mantenere i propri possedimenti e quelli della chiesa e allo stesso tempo di avere sostentamento economico. Le guarantige non furono mai accettate giuridicamente dal papa, ma solo esercitate di fatto. Con i patti Lateranensi l’Italia e lo Stato della Città del Vaticano, istituzione statuale che di fatto ha le sue fondamenta giuridiche e nasce proprio a seguito della firma in Laterano degli accordi, trovano una comune e concordata gestione dei loro rapporti istituzionali. Fu ampio e serrato il dibattito in assemblea costituente. I partiti laici, socialisti e liberali, intendevano non riconoscere i patti lateranensi come parte dell’ordinamento giuridico della nascente Repubblica. Trovavano indegno che una simile negoziazione, fatta e voluta dal dittatore Mussolini, entrasse nella nuova democrazia. La proposta era di considerare la Chiesa come una formazione sociale, di enorme rilevanza sociale e culturale, ma pur sempre sottordinata allo stato. Alla fine prevalse la tesi del leader della Democrazia Cristiana, Alcide De Gasperi, e del leader del Partito Comunista, Palmiro Togliatti, che ascoltando gli ammonimenti di un giovanissimo giurista oltre che membro dell’assemblea costituente, Aldo Moro, imposero l’inserimento dei Patti Lateranensi in costituzione, atto che fu votato in assemblea a larga maggioranza. A caldeggiare e a scrivere questo articolo fu il giovane Aldo Moro, spalleggiato dall’anziano Don Luigi Sturzo, padre nobile del popolarismo italiano. L’Italia aveva trovato il modo di salvaguardare la propria laicità e allo stesso tempo di garantire alla chiesa di continuare ad operare nel nostro paese. E’ giusto ricordare, però, che coloro che erano contrari alla legittimazione costituzionale dei patti non erano fanatici laicisti, non erano famelici mangiapreti. Avevano ragione nel dire che Mussolini aveva offerto diritti e privilegi alla chiesa che erano in contrasto evidente con i valori di eguaglianza di libertà e pluralismo della Costituzione che si andava scrivendo. La chiesa aveva privilegi di natura economica che di fatto danneggiavano, per la loro prominenza, le altre religioni. Vi era il reato penale di dileggio alla religione nazionale, quella cristiana, che nettamente contrastava con il principio di parità. Perché bestemmiare, scusate il termine, Gesù era un reato e invece bestemmiare Geova no? Perché a scuola si insegnava religione cattolica e non le altre fedi? Sono domande che hanno trovato solo una risposta parziale nel 1984 quando il presidente del consiglio di allora, Bettino Craxi, e il segretario di stato vaticano, Agostino Casaroli, hanno modificato i Patti Lateranensi liberando l’Italia da un fardello che imponeva delle lesioni della libertà ai cittadini che non intendevano praticare la fede cattolica. Anche quella riforma però non ha superato interamente le contraddizioni e le aporie che il concordato ha in sé. La strada per un sano e fruttuoso rapporto fra stato e chiesa non è ancora interamente percorsa. Molto c’è da fare. Urge però sottolineare che, alla luce degli eventi che si sono susseguiti nella storia della nostra nazione, è da ritenere un atto di lungimiranza quello del Pci e della Dc di voler scrivere l’articolo 7 della Costituzione così com’è. Un atto e un’intuizione che proviene da due parti politiche così diverse e allora lontane fra loro, ma che, fatto proprio dall’intera assemblea, ha portato benefici e serenità a una nazione come l’Italia che allora era composta per la quasi totalità da cattolici.

Testo di Giovanni Falagario

mercoledì 4 settembre 2019

IL VOTO DI ROUSSEAU




DEMOCRAZIA DIRETTA E RAPPRESENTATIVA
Ieri,3 settembre 2019, chi è vicino al Movimento Cinque stelle è stato chiamato a votare on-line se approvare un nuovo governo guidato da Giuseppe Conte frutto di un'alleanza fra il m5s, il Partito Democratico e "Liberi e uguali". Il risultato è che 79mila persone si è pronunciato, su un totale di aventi diritto pari al 68%. Hanno detto "si" al nuovo governo il 79.3 dei partecipanti alla votazione. Alle scorse elezioni per eleggere le camere sono stati più di dieci milioni di cittadini a scegliere il Movimento fondato da Beppe Grillo. In sostanza ieri si è pronunciato a mala pena 1% dell'elettorato che nel 2018 ha votato la formazione guidata sa Antonio Di Maio. Cosa vuol dire questo? Quale interpretazione dobbiamo dare a questo pronunciamento compiuto da pochi e rispettabili cittadini su una piattaforma privata, denominata "Rousseau" in onore del grande scrittore e filosofo ginevrino? Difficile dare una risposta. Forse la più semplice è: i dirigenti del m5s, Di Maio, Grillo, Di battista, si sono dati una regola che va al di fuori delle regole imposte dalla Costituzione Italiana. Si sono impegnati a formare un governo altre che rispettando le regole e le norme costituzionali e legislative, anche ascoltando le voci venute dal Blog del Movimento. Il loro impegno non è vincolante dal punto di vista della normazione italiana. Ma lo è in base alle regole che il M5S si è autoimposto entrando nell'agone politico. Non rispettarle sarebbe un tradire le stesse ragioni della loro azione politica. Altra cosa rispetto a tutto ciò è la democrazia diretta regolamentata e prevista dalla Costituzione come strumento indispensabile e sale della democrazia italiana. Lo strumento principe di partecipazione attiva alla formazione delle leggi è il referendum. Tale istituto è previsto ad esempio dall'articolo 75 della Costituzione, che ne indica i profili istituzionali e le dinamiche di applicazione per poi demandare il sua modalità di esercizio alla legge ordinaria. E' un referendum abrogativo. Non si possono introdurre nuove norme attraverso di esso, ma cancellare quelle già presenti. Ci sono alcune norme che non possono essere oggetto di referendum, per la loro delicatezza. Sono le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia ed indulto, di autorizzazione alle ratifiche internazionali, come ricorda il secondo comma dell'articolo 75 della Costituzione Italiana. Ci sono altre forme di referendum. Il referendum costituzionale, ad esempio, in cui tutti i cittadini sono chiamati ad approvare una legge Costituzionale, cioè una legge che ha il potere legale e fattuale di mutare o di arricchire la nostra carta fondamentale. Ci sono i referendum che in cui alcuni cittadini residenti in un dato territorio sono chiamati ad approvare le mutazioni amministrative locali, istituzione di nuove province, accorpamento di comuni e nascita di nuove realtà cittadine. Ci sono i referendum regionali consultivi regolati dai singoli Statuti locali e delimitati dalle leggi dello stato. Queste sono le forme di democrazia diretta previste dal nostro ordinamento statale. Le altre, compreso quella di Rousseau, non sono illecite, a meno che non infrangano norme del codice penale e civile, ma non hanno alcuna valenza nelle nostre istituzioni. Sono atti compiuti da comuni cittadini, che addirittura, se fossero impugnati davanti ad un'autorità statuale si compirebbe un atto lesivo dell'articolo 67 della Costituzione, che impone che ogni parlamentare eserciti le proprie funzioni senza vincolo di mandato. Chi insomma agisse per vie legali contro un parlamentare cisquestelle per non aver rispettato un verdetto della "Piattaforma Rousseau", avrebbe compiuto un atto contro la nostra legge fondamentale. Ecco perché il trasgredire al dettame del Movimento comporta al limite una espulsione dal partito, ops scusate movimento, non certo una decadenza dal seggio di senatore o deputato. E successo già ad alcuni deputati pentastellati di essere messi fuori dal gruppo parlamentare, ma non certo dalle camere. Di conseguenza è bene ricordare che malgrado tutto, il nostro paese è comunque una Repubblica che si autogoverna con un sistema di governo rappresentativo. Il popolo ha la sovranità, ma la esercita nei modi previsti dalla legge, cioè delegandola ai suoi rappresentanti, come dice l'articolo 1 della nostra carta fondamentale. Il governo Conte, se nascerà, non sarà istituzionalmente sorto perché l'hanno deciso i partecipanti al voto della piattaforma Rousseau, ma perché il suo governo e i suoi ministri avranno giurato fedeltà alla Costituzione e alla Repubblica di fronte al presidente Mattarella e potrà continuare ad esercitare la sua vis amministrativa e politica se otterrà la fiducia delle due Camere, altrimenti o si formerà un nuovo governo o si andrà al voto. E' la democrazia.. rappresentativa.. ragazzi!!!
Giovanni Falagario

martedì 3 settembre 2019

LA COSTITUZIONE ITALIANA: ARTICOLO 6



ARTICOLO 6
La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.
Prosegue l'iniziativa di "Racconto a mano Libera" che pubblica gli articoli della costituzione italiana in occasione del settantesimo anniversario dell'entrata in vigore della nostra legge fondamentale. Oggi parliamo di un articolo che, seppur nella sua brevità, è uno dei più significativi. Per la prima volta nel nostro paese si proclama solennemente che le minoranze hanno diritti che lo stato tutela. Nel 1947, quando si scrive la costituzione, sono passati pochi anni dalle politiche di "italianizzazione" forzata perseguite dal fascismo. In regioni come l'alto Adige il fascismo aveva misconosciuto la presenza della comunità germanofona, pur presente da molti secoli. Lo stesso aveva fatto, nelle terre balcaniche occupate dall'Italia e durante la guerra, con le comunità di lingua croata. Insomma il fascismo aveva perseguitato chiunque non parlasse l'italiano quale lingua madre. A questa violenza contro le minoranze i costituenti hanno risposto con l'articolo 6, che invece rende la Repubblica, lo stato, garante della cultura e della lingua delle minoranze. È un atto di democrazia e di libertà. Ogni cittadino italiano deve esprimersi secondo gli usi e i costumi dei propri avi, se lo vuole. La diversità è ricchezza. Lo stesso spirito che ha spinto i costituenti a scrivere norme in difesa dei malati poveri e diseredati ha spinto a scrivere in favore delle minoranze linguistiche. Chi fa parte di una minoranza, per qualsiasi motivo, deve essere tutelato. Urge notare che il costituente parla di minoranze linguistiche. Non considera affatto la questione etnica. Non ci sono tedeschi o francesi, ci sono francofoni e germanofoni. I costituenti avevano ben in mente le leggi razziali del regime fascista, perciò considerarono orrendo e da cancellare il termine "razza" così usato dal nazifascismo. Fa specie e dispiace che a settanta anni dalla promulgazione della carta in Italia non ci sia una legge che dichiari che si è italiani, cittadini, non per sangue, non per ascendenza parentale, ma per nascita e per cultura. Non è un caso, forse,che la non adozione di questa norma fa felice soprattutto la destra che ricorda con nostalgia il fascismo e le leggi razziali che Mussolini ha voluto.ma pensiamo in positivo. Malgrado queste persone abbiamo ancora la nostra costituzione che ci insegna i valori della tolleranza e del rispetto della diversità. Durante i primi anni della Repubblica l'attuazione dell'articolo 6 portò alla creazione delle regioni a statuto speciale. In Val d'Aosta, in Trentino Alto Adige e in Friuli Venezia Giulia si adottarono ordinamenti locali volti alla tutela delle minoranze linguistiche. Nei primi anni del XXI secolo furono fatte delle leggi a tutela delle minoranze linguistiche che vivono in altre regioni. Il percorso in difesa delle minoranze è stato lungo, difficoltoso, contraddittorio e purtroppo ancora incompleto. Altre realtà si affacciano nel nostro paese, altre minoranze vivono nella penisola, giungendo da terre lontane. È il tempo che tutte queste realtà siano tutelate. Dobbiamo avere lo stesso spirito solidale che fu dei nostri padri costituenti.
Testo di Giovanni Falagario


lunedì 2 settembre 2019

LA COSTITUZIONE ITALIANA: ARTICOLO 5



ARTICOLO 5


"La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali, attua nei servizi che dipendono dallo stato il più ampio decentramento amministrativo, adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze di autonomia e decentramento"


Continua il nostro viaggio nella Costituzione Italiana. "Racconto a mano libera" oggi riporta l'articolo 5 della nostra carta fondamentale per ricordare i settant’anni dalla sua entrata in vigore. Questa norma costituzionale verte sul riconoscimento delle autonomie locali. La costituzione garantisce autonomia e libertà alle diverse comunità sparse nel territorio. Riconosce l'autonomia degli enti locali che sono espressione della collettività. Autonoma vuol dire capacità degli enti locali di un proprio indirizzo politico e amministrativo che renda l'azione dell'amministrazione locale più consona alle esigenze del cittadino. I padri costituenti scelsero una via di mezzo fra il federalismo, che ha come modello principale gli Stati Uniti d'America, e il modello accentratore, che ha come modello la Repubblica Francese. Mentre in america i singoli stati hanno potere di legiferare in materia penale e civile, ad esempio, in Italia questo potere rimane saldamente nelle mani dello stato centrale. Al pari l'ordimento giudiziario è emanazione solo e unicamente dello stato nazionale, non vi è una magistratura "federale" e una magistratura "statale" come invece avviene in America. L'Italia rimane una e indivisibile, come dice l'incipit dell'articolo cinque, anche se riconosce autonomia politica e amministrativa delle istituzioni locali. La politica locale può scegliere come gestire la vita degli abitanti del proprio interland. Può avere un importante ruolo nella gestione del territorio, nella tutela del patrimonio naturale e artistico attraverso la gestione e la cura delle opere infrastrutturali, quali ad esempio viadotti o servizi pubblici. Insomma il lavoro dell'ente locale e dei suoi amministratori è quello di valorizzare il tessuto sociale locale. L'opera incessante della politica locale è quella di stare vicino alle associazioni di cittadini che si occupano di volontariato e di impegno sul e per il territorio. Insomma di fare quel lavoro di sussidiarietà, cioè di supporto, all'opera del cittadino che è propria di una sana e corretta politica amministrativa. Da notare che la costituzione vuole che anche i servizi che sono propri dello Stato e non degli enti locali siano attuati adottando il principio del decentramento amministrativo. E' un principio sano di buona amministrazione. Creare tanti uffici vicini al territorio e alla gente, invece di averne uno mastodontico nella capitale, snellisce le procedure e rende meno pachidermica la burocrazia statale. Modello attuativo di questo principio è la cosiddetta anagrafe, cioè gli uffici statali che si occupano di rilasciare documenti legati allo status del cittadino (documenti di nascita, matrimonio, d'identità etc.) formalmente dovrebbe essere questa una mansione propria dello stato. La repubblica ha scelto di decentrare questa attività. Pur rimanendo legalmente e formalmente atto dello stato italiano il rilascio dei documenti è delegato ai comuni. Questa non è autonomia, cioè il comune non svolge una mansione propria che la costituzione gli ha designato, è una forma di decentramento, cioè una delega che il governo nazionale dà agli enti locali, in questo caso il comune. Lo stato deve fare in modo di adeguarsi alla politica costituzionale di decentramento. Il costituente ha indicato nella valorizzazione delle autonomie locali uno strumento di libertà.Secondo la filosofia costituzionale autonomia locale vuol dire maggiore potere decisionale del singolo cittadino. Un organo burocratico o politico locale, essendo più piccolo e più a contatto con la gente, può essere meglio controllato dal cittadino. Il singolo, nell'ambito delle autonomie locali, può meglio partecipare alla vita pubblica. E' più facile discorrere dell'assemblea comunale del proprio paese con l'amministratore locale, che parlare delle decisioni prese in ambito nazionale. Insomma autonomia vuol dire partecipazione. Gli enti locali sono palestra politica, oltre ad essere l'ente che meglio interloquisce con coloro che hanno problemi di salute, di lavoro od esistenziali. Insomma autonomia vuol dire coinvolgimento della cittadinanza.


Testo di Giovanni Falagario


AMERICA FIRST


LA SCELTA DI TRUMP
Doveva essere il declino degli Stati Uniti come unica potenza mondiale economica. Doveva segnare l'incoronazione della Cina come nuova regina dell'economia. Questa epoca doveva segnare l'abisso per l'Occidente e la vittoria dell'Oriente. Invece le scelte del presidente Donald Trump hanno portato a far guadagnare la borsa di Wall Street in maniera vorticosa segnando record di crescita nel 2019. Il dollaro è ritornata ad essere la moneta più sicura in cui investire. La Sterlina inglese alle prese con la brexit è sempre meno conveniente come forma di investimento. L'Euro si è indebolito a causa delle crisi delle finanze pubbliche nazionali e le incertezze causate da una stentata crescita dell'economia continentale. Insomma mentre il resto del mondo declina, gli USA crescono a un ritmo del 2% annuo. Gli effetti di questo scenario? Donald Trump riuscirà a riportare l'America First, al primo posto? Come aveva promesso in campagna elettorale. I dati sembrano dargli ragione. La sua politica commerciale già da domani tasserà il 97% dei prodotti "made in China", si parla di un business di 500 miliardi di dollari all'anno. Una scelta che potrebbe in primo acchito portare ingenti entrate alla tesoreria americana, permettendo investimenti a medio e lungo termine per servizi e infrastrutture. A lungo termine invece potrebbe soffocare l'economia espansiva asiatica favorendo le industrie americane. Un doppio successo per Washington. Trump, presidente Repubblicano, potrebbe essere in grado di favorire gli investimenti verso il welfare e allo stesso tempo favorire le imprese nazionali garantendogli ingenti profitti. Al momento Wall Street sembra credergli. Le cedole degli azionisti stanno crescendo e di conseguenza sono sempre più coloro che vogliono guadagnare a New York. Forse la Cina dovrà finalmente abbassare quelle barriere commerciali e fiscali che rendono così difficile un vero intercambio fra Asia ed Occidente. Trump riuscirà ad imporre la parità nell'interscambio commerciale. Se non vuoi, Cina, che l'America ti chiuda la porta, apri la tua ai suoi prodotti! Questo sembra il monito di Donald Trump. Certo che l'ascesa economica cinese è legata anche a un suo presunto essere parte del mondo in via di sviluppo, questo status Trump è deciso a negarglielo. Vuole che la Cina sia alla pari nelle importazioni come nelle esportazioni con ogni paese sviluppato, tanto più, ovviamente, con gli USA. Trump sta vincendo, sta vincendo la sua tesi, lo dimostrano i dati economici e i mercati finanziari. Forse questo rende possibile una sua riconferma alla Casa Bianca.

LA COSTITUZIONE ITALIANA: ARTICOLO 3


UGUAGLIANZA
"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione dei lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese"
Ho riportato, copiandolo alla lettera dal testo costituzionale, l'articolo tre della Costituzione Italiana. Uno degli articoli più importanti del nostro ordinamento giuridico. E' diviso in due commi. Il primo è dedicato all'uguaglianza formale di tutti i cittadini davanti alla legge. Il secondo sancisce l'uguaglianza sancisce sostanziale di ogni persona. Cosa vuol dire uguaglianza formale? Vuol dire che davanti alla legge tutti gli uomini e le donne sono uguali. Non ci possono essere status speciali. La nobiltà, come ceto sociale, è abolita. Anzi non ci sono proprio più i ceti. Nessuno può avere o non avere diritti in base alla nascita. Nessuno è principe o barone. In secondo luogo si afferma che nessuno può sottrarsi alle proprie responsabilità giuridiche, che siano di natura penale o civile. Se si commette un reato bisogna risponderne davanti alle autorità giudiziarie. Un altro elemento è la abolizione di ogni tipo di discriminazione. Gli uomini e le donne sono uguali di fronte allo stato italiano. Il genere femminile ha il diritto di accedere ai lavori che in passato furono prerogativa solo maschile, deroghe a questo principio possono esservi solo se legate ad evidenti necessità e bisogni dello Stato. Esempio è il servizio militare che fino a qualche tempo fa era solo compito maschile. Oggi la donna può servire lo stato come militare. Ma fino a qualche anno fa era sentimento comune ritenere che ciò era impossibile. I tempi cambiano e con essi i costumi e il modo di pensare, dobbiamo dircelo. La costituzione dichiara che non vi debbano essere discriminazioni di genere. Sappiamo invece come le statistiche parlano di una disoccupazione femminile ben più alta di quella maschile. E' un caso in cui l'uguaglianza formale è vanificata dall'assenza dell'uguaglianza sostanziale. Ora veniamo alla uguaglianza sostanziale, cosa vuol dire? Vuol dire che è compito della repubblica porre le condizioni, ad esempio,volte ad eliminare il divario fra disoccupazione maschile e femminile. Vuol dire rendere concreto l'obbiettivo di dare dignità alle persone che non possono averle perché sono svantaggiate rispetto agli altri. Vuol dire dare la possibilità a tutti di formarsi e di studiare, anche se provenienti da un ceto basso. Vuol dire che oltre a dare libertà di proferire le proprie idee, di essere liberi di credere nella propria religione, si ha anche la libertà di proferire in pubblico il proprio credo, e che lo stato ci dà gli strumenti per farlo. L'uguaglianza vuol dire anche aiutare i disabili, i malati, le persone che vivono in uno stato di disagio economico a poter avere una vita dignitosa e a realizzarsi come persone. Qui è il tema più delicato. Non tutti sono d'accordo su questo principio solidaristico, anzi sono molti che non accettano il principio che l'aiuto al disabile sia un diritto di quest'ultimo, lo vedono come un'opera caritatevole che deve essere libera e fatta da privati, non imposta da una struttura statuale. Il dibattito si fa complesso. E' giusto negare il diritto al lavoro a chi è in difficoltà? A una lettura stringente del testo costituzionale dovremmo rispondere: no non è possibile. Di fatto in Italia, proprio per la dicotomia cronica fra Forma e Sostanza che caratterizza il nostro paese, chi è "diverso" non ha diritti. Chi è omosessuale, chi è legato a tradizioni e culture diverse da quelle dei più, chi è affetto da patologie invalidanti croniche non ha il diritto a quella dignità che la costituzione vorrebbe fosse garantita a tutti. In questi periodi di crisi i primi ad essere espulsi dal mondo del lavoro sono i più deboli. A poco serve appellarsi alle parole di papa Francesco che durante il giubileo invitava a includere e non ad escludere i meno fortunati. Insomma l'articolo 3 appare oggi disapplicato. Non c'è uguaglianza. I politici godono privilegi. I più deboli vengono messi all'angolo, invece di essere aiutati. Le donne subiscono discriminazioni che spesse volte sfociano addirittura in violenza. Perfino le minoranze linguistiche non vengono tutelate, anche se in questo campo molti progressi grazie alla repubblica sono stati fatti. Cosa fare? Scegliere che questo articolo rimanga solo un groviglio di belle parole che non hanno alcuna attinenza con la realtà? Scegliere addirittura di abrogarlo, se non tutto, almeno il secondo comma, quello delle libertà sostanziali? Scegliere di ignorare gli inviti di papa Francesco volti ad aiutare chi è il nostro prossimo? E' la scelta che nei fatti oggi si fa. Ma ci potrebbe essere un'altra scelta. Quella di rendere vivo e concreto l'articolo 3. Considerare i diritti di tutti non un ostacolo alla realizzazione personale, ma un modo di concepire la società e l'economia in maniera differente. Un'economia non volta a schiacciare ed escludere, ma ad accogliere ed includere.Una economia non del profitto fine a se stesso, ma di una visione del lavoro che serve a far vivere meglio tutti, anche se questo vuol dire ridurre i profitti delle imprese. L'articolo 3, l'uguaglianza, può portare non solo un sollievo a chi vive il dramma dell'emarginazione, che si realizza attraverso la disoccupazione e la povertà, ma anche a una visione più giusta e bella della società. Proviamo a perseguire questa strada, proviamo ad applicare nella sua interezza l'articolo 3 della Costituzione Italiana. A 70 anni dalla entrata in vigore della Carta Costituzionale sarebbe un bel regalo per l'Italia e per ognuno di noi.
Testo di Giovanni Falagario


LA COSTITUZIONE ITALIANA: ARTICOLO 4



ARTICOLO 4

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo dritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiare e spirituale della società”.

Prosegue la pubblicazione degli articoli della Costituzione Italiana su “Racconto a mano libera” per celebrare i settant’anni della promulgazione della nostra carta fondamentale. L’articolo quattro è l’esplicitazione di un concetto già formulato nell’articolo 1. Si spiega cosa vuol dire che “la Repubblica.. è fondata sul lavoro”. La Repubblica riconosce non istituisce il diritto al lavoro. Come per altri diritti fondamentali il padre costituente esplicita che il “diritto al lavoro” è un diritto che esiste ancor prima dell’ordinamento statale, esiste come diritto proprio di ogni persona che nella laboriosità esplicita il proprio essere. La Repubblica ha il dovere di promuoverlo. Ha il dovere di mettere in atto le politiche istituzionali necessarie per portare la piena occupazione nel nostro paese. Deve fare in modo che la disoccupazione, almeno quella involontaria, sia un lontano ricordo di epoche buie. Diciamo subito che questo obbiettivo, è agli occhi di tutti, non è stato realizzato e pare lungi dal realizzarsi. La disoccupazione nel nostro paese, soprattutto quella giovanile, è a livelli allarmanti. Noi siamo la nazione in cui i ragazzi, in età fra i venti e quarant’anni, stentano ancora a trovare lavoro e se lo trovano è precario e sottopagato. La repubblica è ben lungi da rendere “effettivo” il diritto al lavoro per tutti. Il lavoro è nel nostro paese, di fatto, un privilegio non un diritto. E’ questo dato di fatto ci rende molto cupi e tristi. L’Italia è il paese che vede sempre con meno speranza il domani. Si fanno meno figli. Si sceglie sempre meno spesso di sposarsi e di “mettere famiglia”, come si suol dire. Il senso di precarietà rende il nostro paese sempre meno aperto al domani, sempre meno ottimista. L’intuizione dei padri costituenti di mettere il lavoro al centro dei valori fondanti del nostro ordinamento, si dimostra giusta proprio analizzando gli effetti deleteri che la precarietà e l’assenza del posto sicuro sta producendo nella nostra società. E’ la mancanza di lavoro che determina lo scollamento sociale. Senza lavoro siamo diventati una società frantumata, senza sogni e obbiettivi comuni da realizzare. Ognuno vive isolato in se stesso, concentrato a difendere il propri privilegi, piccoli o grandi che siano, senza pensare al bene comune e ai diritti che a differenza dei privilegi non sono di pochi e per pochi ma di tutti e per tutti. Allora la scelta dei padri costituenti di rendere l’Italia un paese che mette al centro i lavoratori era vincente. Un paese in cui il lavoro, intellettuale o manuale, sia il fulcro del vivere sociale è un paese sano. Come ogni diritto anche il lavoro ha l’altra faccia della medaglia, cioè il dovere. Se ogni cittadino ha il diritto di lavorare, ha anche il dovere di farlo. Tutti dobbiamo concorrere alla crescita non solo economica, ma anche morale e culturale della nazione attraverso lo svolgimento di un’attività lavorativa. Questo è ben esplicitato nel secondo comma dell’articolo quattro della Costituzione. Ognuno deve dare tutto il proprio impegno per rendere la nostra società migliore, per questo si dice che !ogni cittadino ha il dovere di svolgere.. un’attività  o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della nazione”. Concetti nobili che invitano ogni persona a farsi cosciente che la propria opera è e deve essere preziosa al fine di rendere fulgidi i destini della nazione. Il lavoratore deve finalizzare il suo impegno non solo, come è pur giusto, per far vivere meglio se stesso e la propria famiglia, non deve lavorare solo per avere soldi, ma deve lavorare per realizzare un progetto collettivo comune a tutto il popolo che si incarna nella stessa nazione italiana. Allora appare non solo disdicevole ma anche moralmente inaccettabile il lavoro legato all’illegalità. Il lavoro nero, l’evasione fiscale, la frode sono tutti aspetti della vita economica che non solo sono illegali ma scardinano i valori fondanti del nostro stato. La corruzione dilagante, il dover pagare per avere appalti pubblici, è lo svilire del valore morale che il concetto di lavoro ha in sé. Il dichiarare il falso al fisco, il non pagare i contributi, il dichiarasi disoccupato e invece lavorare, non sonno solo atti di slealtà verso lo stato, ma sono atti di vero e proprio attacco alla collettività che deve fondare il proprio vivere comune sulla lealtà reciproca. Infine vorrei chiudere con un’altra nota dolente del nostro paese. Nel lavoro si esplicita l’emarginazione sociale. E’ sotto gli occhi di tutti che chi è povero, disabile o in stato di difficoltà invece di avere da parte dello stato strumenti atti a superare la propria difficoltà, come imporrebbe l’articolo 3 della Costituzione, è invece spinto ancora più in basso, è messo sempre più ai margini. La nostra società invece che includere, come vorrebbe la formazione culturale cristiana del nostro paese, esclude. In Italia i disabili che lavorano sono pochi, eppur tanti avrebbero i mezzi psichici e fisici per svolgere un’attività che concorra al progresso materiale, eppure non riescono a trovare lavoro. Da un lato ci sono i canali di inserimento dei disabili nell’impiego che non funzionano. Le “categorie protette”, come vengono dette le persone che sono iscritte al collocamento pubblico essendo invalide, non sono affatto tutelate. Dall’altra c’è una cultura distorta, che vede il disabile come un usurpatore di lavoro e di reddito. La stessa logica che alimenta l’odio xenofobo verso gli immigrati, anche loro visti come “ruba lavoro”. La Carta Costituzionale ci insegna che il diritto dell’altro non deve voler dire un “rubare” qualcosa a te. Se un disabile ha un lavoro, non lo ruba a te, ma esercita il diritto alla realizzazione personale insieme con te. I disabili, i disoccupati cronici, tutti gli emarginati sociali sono visti come un pericolo dagli “altri”. Come coloro che vorrebbero prenderti il posto. Proviamo invece a cambiare completamente punto di vista. Le parole di papa Francesco, che invitano all’inclusione, secondo me non valgono solo per il cattolico. Il pontefice indica una strada per costruire una società migliore nell’accoglienza, nell’abbraccio dell’altro, concetti che non sono lungi dai dettami costituzionali. Allora proviamo a costruire veramente una nazione includente, proviamo a rendere il lavoro strumento per crescere insieme come collettività, niente esclusione niente rancore. A questo punto vorrei provare ad invitare tutti a portare nei luoghi in cui lavorano quei valori di solidarietà di comunanza di fratellanza che rendono possibile debellare l’emarginazione e il rancore. Sono oggi valori di pochi, ma che potrebbero diventare valori di tutti contribuendo così a rendere l’Italia intera una nazione migliore.
Testo di Giovanni Falagario