lunedì 19 luglio 2021

UNA STORIA SBAGLIATA XX PUNTATA

 

UNA PORTA APERTA

Ci vestiamo in fretta, io, Giulia e Francesca. Dobbiamo aprire la porta. Certo la domanda è d’obbligo. È il caso che Francesca si faccia trovare qui, in casa mia? È il caso che ci presentiamo noi tre quali pecore al macello davanti a chiunque sia venuto a controllare le nostre esistenze? La risposta non è facile da trovare. Certo che l’insistenza del suono del campanello ci spinge a decidere in fretta. La conclusione a cui giungiamo è che nasc
ondere dei fatti incelabili è controproducente. Se Francesca si nascondesse dietro qualche anfratto, prima o poi la sua presenza si svelerebbe a chiunque sia l’avventore che chiede di entrare. Ora vestiti, stiamo tutti e tre in soggiorno, io quale padrone di casa mi accingo ad aprire la porta. Buongiorno, scusate il disturbo. Sono Martina Buonasera. Prego si accomodi, faccio io. È un piacere vederla di persona, signor giudice. Continua il procuratore. Sono venuto a fare un sopralluogo sul posto in cui è avvenuto il delitto. Alza lo sguardo, e si rivolge a Giulia quasi con tono di scusa, come se dicesse mi dispiace chiamare così casa tua, ma.. Ho pensato che, se non aveste nulla da obbiettare, sarebbe stato per me opportuno rivolgervi un saluto. Prego e grazie della gentilezza, faccio io, sempre perché sono il padrone di casa. Devo dirvi anche che ho sentito i legali della signora Rosetta Colletti, la vedova del senatore Calispera. Vorrebbe vedervi. Io non ho gli elementi per esprimere una posizione del tribunale, su un fatto che è e rimane un fatto privato fra voi.  Spetta a voi decidere se è il caso o meno di acconsentire all’incontro. Quanto a me, ovviamente, vi aspetto per il 23 marzo, per la prima udienza preliminare. Signor Igome, la giudice si rivolge a Giulia con fare chiaramente imbarazzato, il provvedimento di dissequestro del suo appartamento è pronto, presto, penso domani, lo firmerò e lo manderò in cancelleria per renderlo esecutivo. Se non ci saranno intoppi, lunedì 2 marzo lei potrà rientrare nella casa ove risiede. Poi pone lo sguardo verso Francesca, buongiorno signora. Si rivolge alla mia collega. Non ci siamo presentati io sono il giudice del tribunale penale di Roma, Martina Buonasera. Con chi ho il piacere di parlare. Salve, fa Francesca, sono Francesca Delfuoco. Sono dottoressa anche io, sorride per schernirsi, sono laureata in lettere classiche. Sono collega del dottor Fabio Lizzo, ricordo ai lettori distratti che Lizzo sono io la voce narrante, sono venuto a fare una visita, a vedere come andavano le cose a questo uomo che è un amico oltre ad essere un compagno, forse questo termine non doveva usarlo penso io, di lavoro. Bene, fa il magistrato. Tolgo immediatamente il disturbo, non dovrei neanche essere qui. Vi saluto. Aspetti, fa Giulia. Prego mi dica signor Marco, continua a chiamare Giulia con il suo nome di battesimo. Ho speranze? Ho speranza che possa tornare presto alla mia vita normale, la mia esistenza come era solo qualche giorno fa? Il giudice si acciglia. Corruccia la fronte. Appare volutamente come una che ha ricevuto una domanda imbarazzante. Risponde. È volontà non solo mia, ma dell’intera procura penale di Roma, che il suo bisogno di tornare alla normalità sia presto soddisfatto. È interesse dell’intera collettività rimuovere ciò che ha perturbato il quieto vivere della comunità cittadina e, visto l’importanza del caso, dell’intero paese. Noi magistrati e poliziotti siamo chiamati a questo, alle volte arduo, compito riportare al normale quieto vivere realtà perturbate da uno o più atti che vanno contro le norme giuridiche, poi in questo caso si parla di atti che hanno reciso una vita umana, siamo in frangenti gravissimi. Cercheremo di rimettere in sesto l’ordine costituito dalla volontà statuale della nostra Repubblica. Cercheremo il responsabile o i responsabili, per ridare tranquillità a chi è in questa storia o estraneo o, addirittura, vittima. Il pensiero è alla famiglia Callispera, che sta vivendo un lutto grave, una perdita dolorosa di un caro congiunto. Ripeto, a questo punto dell’inchiesta non si può dire altro. Tutto avrete chiaro al momento della convocazione, ove i legali dei soggetti coinvolti, a questo punto non posso neanche dirvi chi siano, saranno informati della stato dell’inchiesta e della posizione del proprio assistito. Buonasera, è il saluto della Buongiorno mi fece sorridere, pensando al contrasto con il suo cognome. Mi ricomposi subito, almeno ci provai, e la riaccompagnai alla porta. La porta che era rimasta aperta quando il giudice era in casa, la richiusi con un sospiro di sollievo. Era un modo per ricostituire la nostra privacy, che il magistrato, a mio parere, aveva violato facendo una “visita” che esulava dai suoi compiti e doveri istituzionali.

Cacchio, in che condizioni ci ha trovato il magistrato. È la prima cosa che Francesca dice quando siamo rimasti solo noi tre. Secondo voi ha fatto finta di niente o non si è accorta realmente di niente? Continua Giulia in questo dialogo. Non so. Rispondo io. Certo neanche due minuti prima di aprirgli eravamo nudi, stanchi dopo un amplesso così faticoso, ci siamo vestiti di corsa come matti. Inevitabilmente i nostri indumenti sono fuori ordine, dicendo così Giulia poggia le mani sull’abito che indossa per stirare approssimativamente le pieghe. Io mi preoccuperei di cosa abbia pensato della presenza di Francesca, continuo io. La mia collega risponde. Che deve pensare? Ovviamente tutto il male del mondo, aggiunge un sorriso sarcastico a questa affermazione, ma non credo che possa eccepire nulla. Sono semplicemente un ospite che fa una visita di cortesia ad un amico. E a me? Riprende Giulia. Francesca gli risponde. Ufficialmente ci siamo incrociati letteralmente solo un paio di volte. Tu in questo momento sei ospite di Fabio, quindi venendo a trovare lui incontro anche te, ma noi non ci conosciamo se non di vista. A questo non lo conosci? Giulia si alza il vestitino che indossa e mostra il suo pene, chiaramente tornato in stato di eccitazione. Marco Ignome, ora mi costringi a chiamarti come ti chiama la magistratura e la polizia, smettila di fare lo scemo. Il tono di Francesca appare realmente seccato. Giulia appare di contro contrita. Scusa, dice. Era un modo per provare a stemperare la tensione. Sai che noi, del giro.. ovviamente intendeva del mondo della prostituzione, nota del soggetto narrante,  quando siamo in tensione per fatti gravi, la buttiamo sul sesso, sul nostro lavoro, per cercare di ritrova un equilibrio mentale sconnesso da eventi irritanti. Non siete solo voi del giro a farlo. Dice Giulia, accondiscendente. È una caratteristica maschile. Sai quante battutacce noi colleghe dobbiamo sentire fatte dai nostri colleghi.. Ora mi guarda con fare giudicante.. si sente la Buonasera. Ma senza rendersene conto non ha ferito me, ha ferito Giulia, che si sente scaraventata fuori dall’universo femminile, grazie alla battutina di Francesca. Questa battuta è stata ancor più dura del fatto che l’ha chiamata Marco Ignome. Perché se chiamandolo con nome maschile aveva semplicemente sottolineato una caratteristica fisica di Giulia, avere il pisello. Con l’aver apostrofato le sue battute quali “caratteristiche del mondo maschile” ha di fatto reciso ogni legame di genere fra lei e Giulia. Giulia, sembra abbia voluto dire, è maschio, è Marco Ignome, c’è poco da discutere. Per Francesca Giulia ragiona, si comporta da maschio, Giulia è maschio.

Beh, fa la mia collega, non tutto è come sembra, nessuno è perfetto, come diceva il magnate americano a Tony Courtis in “A qualcuno piace caldo” quando Tony gli rivela di non essere una donna ma un uomo. Cerca di smussare gli angoli. Si rende conto che ha turbato l’animo di Giulia, con le sue frasi taglienti. Ora riprova a tornare in carreggiata, sottolineando la centralità dell’aspetto umano delle persone, che va oltre le caratteristiche sessuali. Un bel arrampicarsi sugli specchi, penso io. Secondo me dopo che ha detto a Giulia poche ore fa: veditela tu con la legge, noi, io e Fabio, ci tiriamo fuori. Ora che ha detto chiaramente a Giulia che è per lei è “Marco”, si è giocata ogni chance di acquistare fiducia verso di lei. Comunque è apprezzabile il suo tentativo di usare la filmato grafia, per ovviare alle sue gaffe. Ma per la serie Courtis in quel film interpreta un personaggio maschile, che tale rimane, ed è scambiato per donna solo per una serie di accidenti casuali. Insomma anche questa citazione potrebbe, anzi è, considerata offensiva da una donna che si ritiene intrappolata nel corpo di un uomo. Conosco Giulia. So che non apprezzerà il paragone. L’unica speranza è che faccia finta di nulla.

Il tempo passa. Arriviamo a un’ora tarda di sera. Francesca dice: vado a casa, buona serata. Giulia le dice: aspetta, ceniamo insieme. Meglio di no, fa Giulia. Non perché non abbia piacere a degustare la tua cucina. C’è il coprifuoco. La giornata è stata dura. Preferisco tornare a casa e meditare su quello che ci aspetta nel futuro prossimo. Poi ovviamente condividerò i miei pensieri con i vostri. A domani. Giulia esce dalla mia casa e chiude dietro di sé l’uscio. Un altro complicato giorno è concluso.

venerdì 16 luglio 2021

UNA STORIA SBAGLIATA XIX PUNTATA

 


UN’ALTRA ERA

Sento un rumore da lontano. Non so cosa sia, non lo identifico. Non so riconoscere questo rumore che proviene dalla piscina in cui sto facendo nuoto. Questo suono mi trascina verso l’asciutto, verso i bordi dell’incavo acquatico. Mi sveglio. Lentamente prendo coscienza del mondo che mi sta intorno. Stavo dormendo. Stavo sognando di nuotare. Io sono nel mio letto, ho accanto Giulia, che vedo: si sta svegliando anche lei. Il suono che sentivo nel sogno non è altro che la suoneria del mio cellulare che mi avverte che qualcuno mi sta chiamando. Guardo lo schermo. È Francesca. È la seconda volta in tre giorni che mi sveglia con il suo trillo. Giulia con la voce impastata dal sonno mi dice: ti prego rispondi, o almeno fallo smettere di suonare. Si riferisce ovviamente al telefono. Io mi decido a rispondere. Ciao. È la voce di Francesca. Disturbo? Stavo dormendo, ammetto, ma ovviamente la colpa non è la tua se mi svegli, sono io che ho preso abitudini sbagliate, dormo in ore del giorno in cui è normale svolgere attività pubbliche! Comunque scusami. Continua Francesca. Di nulla! Faccio io. Volevo dirti che ho parlato con il mio avvocato, Sorride sarcastica. E continua. Non pensavo di dover mai avere un “mio” avvocato. È la mia vecchia amica Stefania Coletta, abbiamo fatto scuola ed università insieme. Io gli dico subito: anche io mi sono rivolto a un amico dell’infanzia. Lei sorride. È il destino della nostra generazione che ha prodotto Azzeccagarbugli in dose industriale. Non mettere in mezzo il povero Manzoni. Rispondo io facendo sentire a telefono la mia risata, che vuole apparire realmente divertita. Ma viste le circostanze non credo che ci sia riuscito. Ovviamente è bene rivolgersi a un legale di fiducia anche per risolvere piccoli problemi di compilazione delle cartelle esattoriali, fa bene avere un consiglio su questioni tecnico legali che riguardano la normale vita quotidiana. Continuo. Spero che questo messaggio sia giunto a Giulia, come in passato. È intuibile che non è il caso di parlare per telefono della nostra strana vicenda di morti ammazzati. Giulia capisce, o meglio sa anche prima, che è bene non essere espliciti. Prende la palla al balzo. Evita di citare l’ufficio. Parla genericamente di dichiarazione dei redditi che per essere compilata al meglio ha bisogno di un supporto legale. Poi dice di sfuggita, quasi fosse una banalità: ti vengo a trovare fra poco. Il tempo di prendere la macchina. Non so che rispondere. Mi limito a dire: Ok. Non so se è la scelta giusta. Antonello, quello che dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, essere il mio avvocato, ha detto che è meglio separarsi dai destini degli altri soggetti coinvolti nell’inchiesta. Ma il problema è proprio questo sia Francesca sia Giulia per me non sono semplici “soggetti”, ma persone alle quali sono legato in maniera quasi indissolubile. 

Chi era? Mi chiede Giulia, dopo che io avevo risposto il telefono sul comodino. Lo sai, faccio io, era Francesca. Che voleva? Sai anche questo! Rispondo io. Voleva sapere delle iniziative che stiamo prendendo per fronteggiare la “nostra vicenda”. E che le hai detto? Nulla! Viene a trovarci fra poco! Ah! A questa mia affermazione, Giulia reagisce solo con una esclamazione. Si alza di scatto dal letto. Dice: beh! Allora laviamoci e vestiamoci, suvvia! Va in bagno prima lei. Io mi accosto all’ingresso della camera da toilette. Ammetto che la vorrei vedere mentre pensa alla cura del suo corpo. Appena mi accosto alla porta del bagno, mi pento immantinente di averlo fatto. Vedo che si sta insaponando il volto. Si sta facendo la barba. Non è l’immagine ideale che si fa un amante dell’amata. Mi sovviene un film del 1954. Un film orrendo e stupendo allo stesso tempo. Un duplice compendio di fascino e ribrezzo, come è caratteristica di quasi tutte le opere del regista a cui si deve il film, Marco Messeri. Si tratta del Film “La donna scimmia”. Una interpretazione fantastica di Ugo Tognazzi ed Annie Girardot, l’attrice francese bellissima chiamata a fare la donna scimmia di cui Antonio Focaccia, il protagonista del film interpretato da Ugo Tognazzi, prima sfrutta le fattezze, per mostrarla come spettacolo da baraccone e poi se ne innamora perdutamente, fino ad arrivare a un tragico epilogo . Ecco Giulia è come Annie Girardot nel film, bella, suadente, ma con la barba da fare tutti i giorni. Mi perdo in questi pensieri. Donna barbuta sempre piaciuta, mi divago come un allocco in questi pensieri e sorrido fra me. Sento la voce di Giulia. Fesso, ti vuoi muovere. Fra poco arriva Francesca, gli hai detto tu di venire, non io. Almeno vestiti. Lei ha smesso di sbarbarsi, ora si sta facendo la doccia. Allora entro nel bagno, mi faccio coraggio. In un attimo ha rimesso a posto tutti i rasoi e i pennelli, non c’è traccia del taglio. Penso: in questa sua perfezione, nel suo ordine maniacale, manifesta di essere donna. Mi consolo. Ora tocca a me farmi la barba, mentre l’acqua scroscia. Vedo che Giulia ha anche sotto l’acqua rasoi e attrezzi per la depilazione, si sta facendo una beauty care completa. Ci mettiamo un po’ a lavarci entrambi. Ognuno impegnato alla cura del proprio corpo, quasi non notiamo l’altro o l’altra. Sembriamo proprio marito e moglie con una vita vissuta insieme da anni. Mi sovvengono le parole che ha detto a Giulia il viceispettore Melania Corretta, e che la mia partner mi ha riferito: vedo il cazzo di mio marito da anni, è cosa normale. Sta diventando “cosa normale” anche per noi due.

Suonano alla porta, ci siamo vestiti intanto. Chiedo chi è? Sono Francesca, si sente dall’uscio. Il portone era aperto! Io apro l’uscio di casa. Giulia, che aveva indossato il suo elegante vestitino monopezzo, dice sorridente: vuoi un caffè, facciamo colazione insieme? Noi non l’abbiamo ancora fatta! Francesca era vestita con un tailleur grigio, si direbbe fosse pronta per andare in ufficio. Un caffè lo prendo volentieri, dice.  La verità è che ho già fatto colazione, perciò non chiedo altro. Sarò felice, comunque, di essere a tavola con voi. Ci sediamo. La conversione, però, cade immediatamente su Calispera ed Igor. Si  parte subito con l’idea che è bene ignorare assolutamente le vicende di Igor. Il magnaccia deve rimanere assolutamente estraneo a noi. Noi non sappiamo nulla di lui e della sua morte. Così è l’affermazione netta di Francesca. Giulia replica. Ma se scoprono che, diciamo, eravamo soci in affari. Già, dice Francesca. Ma sia io che lei pensiamo la stessa cosa: questo è un problema tuo! Cioè di Giulia, noi due non c’entriamo nulla con Igor. Lascio che Francesca continui, però. Bisogna che tu convinca la polizia che Igor non lo vedevi da tempo. Speriamo che non ci siano testimoni che lo abbiano visto entrare in piedi e/o uscire disteso da casa tua. I Polizzi, i tuoi vicini di casa, sono persone fidate? Credo che siano fondamentalmente oneste, anche se un po’ fifone. Purtroppo per noi, continua Giulia, se hanno visto qualcosa lo diranno alla polizia. Ma spero non abbiano visto nulla. Lo speriamo tutti.. per te.. continua crudelmente Francesca.. che sta facendo di tutto per distinguere i destini miei e suoi da quelli di Giulia. La trans lo intuisce. Appaiono dal suo volto esternazioni di rabbia e sconforto nei nostri confronti. Sa che anche io, non solo Giulia, potrei essere un suo potenziale nemico. Allora state tranquilli, ci fa. I vicini hanno completa fiducia in me. Non immaginerebbero neanche che possa essere coinvolta in fatti delittuosi che vanno oltre la mia attività professionale. Questa frase non ha senso. Lo sa anche Giulia. La sua attività professionale è non dico delittuosa, la legge non punisce la prostituta che opera in ambienti chiusi e presso il proprio domicilio, la legge punisce chi apre bordelli o chi fa la “vita” per strada, non chi ospita a casa. Ma comunque è considerata moralmente disdicevole. Lei stessa ammette di essere costretta a frequentare loschi ceffi come il magnaccia Igor o come il camorrista Castelli. Poi c’è la questione delle tasse, lei non dichiara i proventi provenienti dalla sua “attività commerciale”, sorrido, qui esce fuori l’animo dell’esattore fiscale che in me, visto il lavoro ministeriale che faccio. Insomma in un processo tutta la sua vita potrebbe essere indice di un abituale utilizzo di pratiche criminali, un indice di essere avvezzi all’illegalità, che potrebbe contribuire notevolmente a produrre una sentenza che la condanni per gli omicidi. Sono molto preoccupato, lo siamo tutti. Sento che Francesca mi vuole spingere dalla sua parte. Mentre Giulia cerca disperatamente in me un’ancora di salvezza. Mi sento in balia di sentimenti contrapposti. Vorrei, in questo momento, che nulla fosse successo. Rivoglio la mia vita normale. Rivoglio i miei noiosi gesti di routine. Francesca continua a parlare. Calma, dice. Vedo che il mio dire vi ha angosciati. Ho sbagliato nei toni e nei modi del mio dire. Mi scuso. Non volevo affatto costruire un muro fra noi tre. Parto solo dalla semplice costatazione che i ruoli che abbiamo nella vicenda sono diversi. Che la situazione di Giulia e un po’ più complicata della nostra. In più se ci affidiamo alla “teoria dei giochi” di John von Neumann, in cui si assume che ognuno pensa solo a sé e non all’altro rifiutando ogni forma cooperativa, perdiamo tutti. Bisogna che per cooperare noi tre facciamo una cosa semplicissima. Tacere. Sono i giudici e i poliziotti che devono scoprire cosa abbiamo fatto e se il nostro agire è, diciamolo apertamente, criminale. Noi dobbiamo limitarci a non fare nulla. A queste parole Giulia a un sobbalzo. La sua vita, la sua storia vissuta, può diventare notoria, il suo essere diventare di pubblico dominio, raccontato in un’aula di tribunale e sui giornali. Che destino l’attende, penso sia questo il suo pensiero. Io francamente non lo so. Non so cosa abbiano deciso le Parche, le dee della nascita e della morte, per me figuriamoci per lei. Un’altra era si sta aprendo. Un’era fatta di vergogna, di pubblico ludibrio e di sale di giustizia. La vita nuova, la vita assolutamente diversa dal passato, che ci attende sarà irta di ostacoli. Ma, penso, forse per Giulia sarà una possibilità di riscatto, Forse smetterà di vendersi, di vendere il suo corpo. Non so che dire. Questo stato di cose che si sta concludendo e quello nuovo che si sta aprendo sono per me carichi di incognite.

UNA STORIA SBAGLIATA XVIII PUNTATA

 


UN GIOCO DI SPECCHI

Allora che vita stai conducendo? Mi chiede sorridente Martina, evidentemente cerca di continuare la conversazione su un fatto di sangue che fa gola a una giornalista come lei. Bah, le rispondo, niente di nuovo. Che risposta sciocca, sta scoppiando un tornado nella mia esistenza, lo so io, ma lo sanno anche i miei interlocutori, e io rispondo con questa banalità. Ti stiamo seguendo nelle tue gesta. Si fa la voce di Martina sferzante. Che gesta? Rispondo io. Sono solo uno spettatore che sta troppo vicino alle scene e di conseguenza viene coinvolto, senza che lo voglia, dagli attori in uno spettacolo che ha i contorni di una tragedia, certo, si parla di un omicidio, ma assume spesso toni da farsa di quart’ordine. Martina alza le sopraciglia. Dubita delle mie parole, ma vede una breccia nel mio silenzio, questo è ciò che le interessa, ha la speranza di avere delle notizie sulle quali fare un articolo. Antonello non sa cosa fare. La situazione gli sta sfuggendo dalle mani, la moglie sta mettendo sotto torchio un suo amico, che per di più potrebbe diventare un suo cliente, potrebbe essere patrocinato in un processo scabroso. Che fare? Ah il leninismo che fa breccia nella mente di un ex “ragazzo di sinistra”. “Che fare?” era il titolo di un celebre scritto del rivoluzionario russo che indicava i tempi e i modi per portare la rivoluzione nella Russia post zarista. Quello che ha prodotto nel mondo quella domanda è lampante a tutti, dopo oltre un secolo dalla stesura del testo e dagli eventi che ha causato. La rivoluzione voluta da Lenin a portato decine di milioni di morti non solo nella Russia, ma in tutto il mondo. Questo deve essere monito per tutti in tutte le cose della vita. Anche le persone comuni, le genti da niente, come me, possono produrre delle tragedie nel proprio ambito amicale e familiare pur spinti da propositi buoni. Addirittura Lenin voleva l’emancipazione delle classi subalterne e ha creato uno stato gulag. Allora devo stare attento. Scegliere di abbandonare alle proprie sorti Giulia, potrebbe essere la soluzione migliore per me, ma ne sono certo? Non è che abbandonare quell’uomo che si sente donna è un po’ abbandonare me stesso, i miei principi di mutuo soccorso, di solidarietà umana, di aiuto alle persone più bisognose. Certo mi sono domandato spesse volte i questi giorni se il mio legame con Giulia non fosse solo, tra virgolette doppie, una insana perversione sessuale. Se io, convintamente etero fino a poco prima, mi fossi perso in una pratica sessuale omosessuale scoprendo piacere a me fino ad allora ignoti. Non posso negare che questo aspetto, nel mio pormi in questa storia, c’è. Ma allora cosa rispondere alle domande impertinenti di Martina? Come qualificare i miei atti? Sono veramente “gesta” da rotocalco, come dice lei? “Che fare?”, come uscire da questa situazione che mi angoscia. Come poter affrontare gli scenari futuri che vogliono dire: domande curiose come quella di Martina, inchieste giudiziarie ed accessi in tetri tribunali. Magari la mia vita sarà migliore. Francamente non so come potrà avvenire questo miracolo, visti gli oscuri presagi. Ma non scartare a priori che da una situazione oscura, possa riapparire il sereno. Bisogna lottare. Bisogna credere nell’avvenire. Guardo i poveri, i disabili le persone deboli, anche loro avrebbero bisogno di una speranza. Avrebbero bisogno di sostegno aiuto, avrebbero bisogno di solidarietà. Invece in alcune regioni, le più povere del paese, sono lasciati a se stessi, se non addirittura derubati e torturati. Io provengo da una famiglia “bene” della Puglia di conseguenza i miei genitori mi picchiavano, letteralmente, se chiedevo soldi alle persone più deboli, ma in città  era costume, era abitudine, non lo facevano solo i malavitosi, ma chiunque, era un modo per dire “orgogliosi di essere baresi”. Bisogna cambiare questo stato di cose. Io non ho avuto il coraggio di farlo. Sono scappato dal mio paese. Ora mi ritrovo a essere in bilico fra essere complice di un crimine ed essere solidale con una persona perseguitata perché è unica ed eccezionale. Forse aiutare Giulia è un modo per riscattarsi dal mio peccato di ignavia che mi ha portato via dal luogo natale per non vedere le ignominie che avvenivano. Beh mi vuoi dire cosa diavolo ha fatto questo Ingome? Martina blocca il mio flusso di coscienza. I miei pensieri si fermano. Provo a concentrarmi sulla risposta più adeguata da dare. Non so più di quello che dicono i giornali, accenno io un primo approccio alla conversazione. Come? Fa lei. Ci vivi insieme e non sai nulla. Esatto. Intanto guardo di sottecchi il marito, il mio futuro avvocato Antonello Scarzone, che guarda gli occhi al cielo. In realtà, continuo, non si può dire che ci vivo insieme. Mi spiego. Da un paio di giorni è venuta/o in casa mia, mi ha imposto di ospitarlo/a, all’inizio pur di malincuore ho accettato, poi ho scoperto dell’omicidio. Attenzione penso devo obbligatoriamente parlare al singolare, al momento è meglio assolutamente ignorare nei miei racconti l’omicidio di Igor, ancora conosciuto a nessuno, se non alla camorra. Avrei potuto cacciarla, continuo a parlare, ma lei /lui non ne vuole sapere. Davanti alla polizia, per timore di urli e schiamazzi da parte di lei, ho preferito sorvolare e lasciare le cose come stanno. Bene, fa Martina. Francamente questo avverbio detto così non ho idea di che significato abbia. “Bene” cosa? Penso io. La conversazione prosegue. Parliamo anche di sport e di vecchie amicizie. Insomma il dialogo assume a sprazzi i toni di una normale conversazione fra amici, dopo una cena conviviale. Si parla del campionato di calcio, che dovrebbe ricominciare, ma non si sa quando. Si parla del Campionato Europeo che quest’anno dovrebbe disputarsi, ma non si sa come e dove. Insomma si prova a parlare della vita comune di tutti i giorni. Si parla del Covid. Il grande male che sta congelando in una notte di morbo e fiele il nostro paese. Martina mi chiede: vuoi restare a dormire, sarebbe meglio, eviteresti scocciature con la polizia e anche pericoli di incontrare malintenzionati. Io declino l’invito. Mi attenderebbe un ulteriore interrogatorio l’indomani a colazione, prima di tutto. Esco. Prendo la mia macchina, la mia vecchia escort. Torno a casa da Giulia. Ormai è chiaro, le nostre sorti si stanno divergendo. In macchina, in una Roma deserta, penso a cosa sono state queste ore insieme. Penso al difficile rapporto fra Giulia, Francesca e me. Penso a quella notte appena trascorsa in macchina, ci sentivamo braccati, avevamo appena nascosto un cadavere, eppure Giulia e Francesca avevano fatto l’amore insieme come due folli. Come possiamo dividerci se siamo uniti da modi di fare e di essere che, pur perversi, ci rendono un solo corpo, esattamente come gli amanti di Platone che ritrovano l’unità perduta attraverso l’atto sessuale. Non so se siamo buoni o cattivi, non so se siamo giusti o ingiusti, non so se siamo retti o pervertiti, quello che so è che siamo una cosa sola. Questo è un dato di fatto. La giustizia ci obbliga a dividerci. Sarebbe meglio che in tribunale ci presentassimo divisi, come tre monadi che non hanno possibilità di comunicare e interelazionarsi fra loro. Ma non possiamo.

Arrivo a casa. Non mi ha fermato nessuna pattuglia della polizia, fortuna. Non apro, busso alla porta. Sento che qualcuno guarda dallo spioncino, forse sorpreso da quel trillio improvviso. Ho un respiro di sollievo. È Giulia ad aprirmi, con quell’abitino corto e da casalinga tutto fare, che si è comprato questa mattina. Tutto bene? Chiedo. Si tutto bene! Risponde. Non è venuto nessun’altro a fare visita, il tono è volutamente ammiccante e doloroso. Vuole rievocare i fatti tristi di solo qualche ora fa, quando sono venuti Tantalo Castelli e i suoi scagnozzi. E il boss l’ha violentata. Ho un colpo. Dovevo dire questo ad Antonello? Certamente a Martina no! Domani racconterò in privato al mio avvocato anche questo triste episodio. Hai fame? Mi fa lei. No, ho mangiato da Antonello, rispondo. Io non ho mangiato. Continua Giulia. Fallo, rispondo io, ti posso guardare? Lei rimane stupita della domanda, non sa che rispondere. Poi continua. Non ho fame neanche io! Dai mangia qualcosa, continuo io. Un qualche cosa che ti aiuti a superare il nervosismo, la delusione per come si sono svolti gli avvenimenti. Bah! Fa lei. Però va in cucina, apre il forno e tira fuori la teglia di pasta che aveva preparato. Era un pranzetto delizioso preparato per me. Penso e credo di aver ragione. Lei mangia dalla teglia. Io apro una bottiglia di vino rosso. Prendo due bicchieri e una forchetta dal lavabo. Stappo la bottiglia, aspetto che si vaporizzi il cosiddetto sapore di tappo prima di versarlo, intanto chiedo: posso. Allungo, con fare volutamente enfatico, la forchetta alla teglia. Lei dice: certo. Prendo i piatti? No! Rispondo. Però se ti disturba la mia invasione verso tua teglia da parte mia, li potremmo prendere. No, risponde lei. Verso il vino in due calici. Brindiamo, mangiamo e beviamo. Per diverso tempo non parliamo. Assaporiamo la buona pasta cucinata al forno. Finito di mangiare io mi sento proprio satollo. Credo che da quando sono a Roma, non abbia mai mangiato tanto in una sola serata. I cenoni, i pranzi luculliani, le cene tramalcionesche le ho lasciate da quando sono andato via da Bari. Specialmente ai cenoni della Vigilia di Natale e della notte dell’ultimo dell’anno. Penso al “Satiricon” di Petronio, in questo libro si ricorda il liberto Trimalcione che, dopo gli anni della schiavitù e riconquistata la libertà con la ricchezza e la capacità nei commerci che erano sua causa di liberazione. Aveva guadagnato da schiavo così tanto, anche e soprattutto a scapito del padrone, da comprare la sua libertà. Insomma Trimalcione mangiava e faceva mangiare cose inaspettate e incredibili. Maiali ripieni di piccioni, leccornie speziate, pesci provenienti da mari della Campania e della Sicilia. Insomma era veramente il centro dei piaceri la sua tavola. Non solo culinari, ma anche sessuali, nella sua cena si esibivano puelle e pueri, cioè schiave e schiavi giovanissimi, pronti, per meglio dire preparati dalle regole di comportamento orribili dell’epoca, a soddisfare i bisogni, meglio i pruriti, di tutto i convitati. Altro che rapporto amoroso alla ricerca della propria parte mancante. Insomma il Satiricon, fra l’altro reso un film dall’indimenticato Federico Fellini nel lontano 1968 e allora ci voleva coraggio a mettere sulla pellicola temi così scabrosi, era un romanzo sulla vita della gente ricca durante l’impero di Nerone. Era un racconto della quotidianità, fatta di sensualità e cibo abbondante, che a noi pare scabrosa, ma in realtà all’epoca era normalità. Petronio era un membro della corte dell’imperatore Nerone. Cadde in disgrazia agli occhi di Cesare. Nerone era convinto che facesse parte di una congiura contro di lui. La stessa sorte era successo all’insegnante del giovane Nerone, il filosofo Seneca. Ambedue si dovettero suicidare. Un atto di “generosità” dell’imperatore del mondo, che concesse a due grandi della letteratura latina di non morire davanti al patibolo, ma di togliersi la vita da soli, nel loro mondo appartato e con dignità. Questa loro morte nulla toglie alla grandezza dei due autori. Pensando alla morte di Petronio. Pensando alle avventure sessuali raccontate nel Satiricon. Perdo la contezza degli avvenimenti, perdo il ricordo dell’incontro con Martina ed Antonello. Finiamo di mangiare io e Giulia. Non gli lascio il tempo di alzarsi. Sono dietro di lei. Gli alzo la veste. Non ha mutande. Beh, mi aspettava, penso. Ora sposto la sedia su cui era seduta. Lei poggia la sua parte superiore del corpo sul tavolo. I suoi seni sono nel piatto sulla teglia su cui abbiamo appena mangiato. Io la penetro con forza. Lei comincia a mugolare. Sente piacere. È come una gattina che fa le fusa. Io mi sento Trimalcione. Ma non voglio che Giulia sia uno degli schiavi al servizio del piacere del padrone. È mia perché gli voglio bene, è mio possesso perché la desidero, non perché lo comprata. Gli afferro le tette, mettendo mani e braccia fra lei e il tavolo che la sorregge. Gli accarezzo e pizzico i capezzoli. Spingo con tutte le forze. Vengo. Sono felice. Poi appena il liquido spermale esce da me per essere lei, penso considero Giulia una parte di me? Non posso negarlo! Come farò ad assumere una posizione giudiziale avversa alla sua, come mi consiglia Antonello? Mi rabbuio, anche se evito di farlo notare. La prendo in braccio, anche se è un po’ pesante per me. Ce la faccio! Andiamo a letto, cerco di addormentarmi mettendo via i miei oscuri pensieri. Mentre sono in posizione fetale, sento dietro di me qualcosa lunga. Prima è toccato a me utilizzare l’attrezzo, ora lei vuole usare il suo, è chiaro. Lei non ha le mutandine, non se l’è messe neanche dopo il rapporto, io ho lasciato i miei indumenti nel soggiorno. Siamo nudi. Lei mi penetra più volte. Io non dico nulla. Mi sposto solamente dalla posizione fetale a quella prona, lascio che faccia tutto lei. Infatti il suo uccello entra nel mio ano. Come al solito ciò mi provoca un misto fra dolore e piacere, ormai ci sto facendo l’abitudine visti i frequenti rapporti fra noi. Ho comunque veramente felicità da questo suo agire. Quando anche lei ha finito, quando il suo uccello torna in posizione di riposo, ci addormentiamo abbracciati. Il tempo sembra fermarsi, ma purtroppo così non è, lo scoprirò già l’indomani, ma adesso è tempo di credere che la felicità possa essere infinita.

sabato 10 luglio 2021

700 ANNI DALLA MORTE DI DANTE

 


IL POETA CHE FECE L’ITALIA

Nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1321 morì Dante Alighieri. Probabilmente stroncato dalla malaria e da un delicatissimo viaggio diplomatico da cui era di ritorno. Dante Alighieri era esule a Ravenna. Ospitato dal signore della città Guido da Polenta. Guido gli diede l’incarico di negoziare una delicatissima trattava con la rivale potente Venezia. In ballo era la produzione nelle famosissime saline che si affacciano alla foce del Po. Il sale era un bene prezioso all’epoca e lo è sempre stato in tutta la storia dell’umanità. Il sale non serve solo ad insaporire il cibo, ma, come ben si sa, a conservarlo e quindi a garantire congrue scorte di cibo a chi lo possiede. Ecco perché garantire la pace in prossimità delle zone di estrazione salina dell’Adriatico voleva dire garantire benessere, ricchezza e, soprattutto, non fame a tutti gli abitanti della costa e anche a coloro che vivevano all’interno, ma che avevano disperato bisogno di sale per mettere al sicuro le loro scorte di cibo. Dante si presenta ai dogi della città più importante del Veneto. Esplicita le ragioni dei signori di Ravenna. Propone, con la sua arte dialettica, soluzioni di compromesso che garantiscano lo sfruttamento del prezioso oro bianco del mare. Prospetta anche una nuova alleanza in grado di fondarsi non solo sull’estrazione del sale, ma anche sul commercio con l’Oriente. Si sa che l’Adriatico era il canale dei traffici privilegiato che collegava l’Asia, il Medio Oriente, con l’Europa germanica e latina. Una pace in quel mare voleva dire sicurezza delle navi che navigavano, commercio garantito a tutti i mercanti, non importa quali fossero i loro natali e in quale città avessero mercato. Insomma la pace voleva dire sicurezza. Voleva dire che i pellegrini che andavano in Terra Santa, almeno finché non lasciassero le sponde italiche erano sicuri di non essere aggrediti. Per loro il nemico doveva essere solo il mussulmano, fra l’altro anch’esso riappacificato grazie ai molti trattati fra regnanti cristiani e il Saladino, la massima autorità politica dell’impero islamico. Ravenna e Venezia stipularono l’accordo di reciproca amicizia e collaborazione nell’estrazione del sale e non solo il 20 ottobre 1321. Era passato poco più di un mese dalla morte di Dante Alighieri. Appare da suffragare la tesi, molto più che plausibile, che il lavoro diplomatico che il poeta svolse poco prima di morire fu determinante per approdare a un trattato che pose le basi per strutturazione politica ed economica del dell’Adriatico nei successivi decenni, ponendo così l’autorità di Venezia non quale despota e crudele dittatore, ma come città egemonica dialogante con le realtà più piccole, ma pur vivaci sotto tutti gli ambiti della società.

Dante Alighieri spirò facendo questo ultimo grande servizio all’Italia, che pur non c’era come entità statuale, ma era comunque sentita come soggetto morale ed etico composto da milioni di persone che vibravano ad un cuor solo. Questo sentimento forte di unità è palesato dalla stessa poetica dantesca. Dante è il poeta dell’Italia. Nella Vita Nuova canta una tensione al bello che rende comuni a tutti gli italiani un unico destino di soavità e bel canto. Il De vulgari eloquentia è la elaborazione filosofica e filologica del bisogno di rendere il volgare un comune linguaggio degli italiani. Bisogna che il volgare, cioè il latino che si utilizza in casa, diventi il linguaggio classificato e regolato di ogni consesso culturale e sociale. Il latino per dante Alighieri era la lingua dei trattati fra stati, era la lingua delle speculazioni intellettuali, ma la lingua della poesia, la lingua che era la vibrazione del cuore del popolo doveva essere l’Italiano. Da qui nacque la “Commedia”, che fu subito ribattezzata Divina, un viaggio, immaginario, nell’oltretomba cristiano. Un viaggio nei tre mondi ultraterreni: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Un impegno della fantasia dantesca che doveva raccontare la società terrena, le sue tensioni etiche, politiche e sociali, attraverso l’allegoria del mondo che è, o meglio dovrebbe essere, dopo la morte. Dante parla con i grandi del passato. I condannati sono lì a contorcersi dal dolore, i purganti sono in cammino verso la salvezza, e i beati vivono in un’eterna felicità in Dio. Ecco la straordinaria capacità di dante che lo rende immortale. Creare un linguaggio, formarlo dal fango e dalla terra, cioè dai dialetti, in primis di Firenze, ma anche da quelli di altri luoghi d’Italia, mescolarlo con il latino e utilizzando sapientemente le contaminazioni che vengono dalla Provenza, in quel tempo culla della letteratura francese che anch’essa, come quella italica, allora faceva i primi vagiti. Insomma dante Alighieri ha fatto l’Italia. Non come la fecero Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II nel 1861, cioè non fece un’unità politica, ma un’unità dei cuori e delle menti. Ma senza quell’unità che fece dante, quel rendere in pieno il comun sentire della nazione, non ci sarebbe stata nemmeno l’Italia politica.

martedì 6 luglio 2021

UNA STORIA SBAGLIATA XIV PUNTATA

 


POLVERE SOTTO IL DIVANO

“Che fai?”, mi disse Giulia. Io ero sopra di lei. Gli rispondo “faccio scendere l’adrenalina”. Avevo citato le sue stesse parole, che aveva usato per giustificare il fatto che lei e Francesca avevano fatto poche ore prima in macchina l’amore, con me spettatore e guidatore. Gli stavo alzando la camicetta lunga che utilizzava per dormire. Stavo puntando ad abbassargli le mutande, con il mio corpo che era già sul suo. Giulia allora stende le sue braccia sui suoi fianchi, accosta le sue mani alle sue mutande, intende farle scorrere lungo le gambe. La sua azione non è decisiva. C’ero già io che gli stavo togliendo la biancheria intima. Ma quel gesto indicava chiaramente che lei acconsentiva, intendeva dire “si” al mio atto di coito. Chissà se aveva capito il mio riferimento alla storia di sesso fra lei e Francesca? Chissà se si volesse far perdonare, accondiscendendo a un momento di sessualità fra noi due, appena ridestati forti grazie a un sonno ristoratore? Il mio pisello entrava nel suo culo. La sua azione si faceva decisa e ritmica. Ben presto ogni pensiero si spense in me, tutto il mio essere, corpo e cervello, era concentrato sul spingere, sull’atto di rapporto amoroso che stavo compiendo. Nel frattempo le miei mani si erano posate sull’inguine di lei. Sentivo che piano piano anche la sua eccitazione cresceva. Alla prima mia penetrazione il suo uccello era completamente moscio. Sembrava disinteressata all’atto sessuale, sembrava realmente che avesse consentito al coito solo per placare la mia gelosia, per “farmi scendere l’adrenalina”, per farmi scordare la gelosia e per chiedere perdono. Poi ho sentito che i muscoli involontari del suo ano cominciavano a tendersi e contrarsi. Era indice che anche lei provava un po’ di piacere. Si era spostata più volte con il suo corpo sotto il mio, per essere più comoda e non sentire i dolori muscolari provocati dalla presenza della mia persona sopra la sua. Il suo pisello cominciava a crescere. La sua duplice passione sessuale, causata dal suo essere transex si appalesava. Sentiva piacere dalle sue terga, e manifestava la sua passione dall’erezione della parte anteriore del suo corpo. Io mi sentivo potente. Avevo, ora, tolto le mani da lei, le avevo poggiate sul letto per utilizzarle come leva per battere con più veemenza il suo culo. Spingo. Spingo ancora. Il suo corpo freme. Il mi oscilla imperiosamente sulla sua schiena. I suoi ansimi diventano grida di piacere. La sua bocca si contorce di piacere, la sento che compie suono compatibili con il frenetico scontrarsi della lingua con il palato. Sono minuti interminabili che si susseguono. Ora il mio liquido spermale esce dal mio pene ed entra nei suoi orifizi. Il piacere è all’estasi. Ma si consuma presto. Io mi accascio sul letto, quasi cadendo per terra, visto che comunque la nostra alcova era il mio “a una piazza”. Quasi mi addormento, ma sento che lei viene sopra di me. Ora è il suo uccello che vuole aprire un varco nel mio corpo. Lo fa imperiosamente, penetrandomi con decisione, Io gemo dal piacere. Non so come possa essere successo, ma ormai riesco a trovare piacere sessuale in maniera assolutamente avulsa dal mio apparato genitale. Riesco a provare piacere anche se il mio pene è completamente inattivo. Tutto grazie allo strepitoso rapporto che si sta creando fra me e Giulia. Riesco a condensare la felicità in un attimo fuggente che si realizza attraverso l’efficace congiungersi delle nostre anime. Poi, a dire il vero, non è solo una passione spirituale quella che mi fa battere il cuore. Il suo cazzo dentro il mio ano mi crea un piacere inaspettato. Quando viene i miei pensieri si perdono in un oceano di pensieri che diventano sogni e che hanno come oggetto solo e unicamente la sua persona.

Mentre ci riposavamo abbracciati, suona il cellulare. È il mio telefonino. Elena dice non rispondere e mi dà un fuggevole bacio sul mio labbro inferiore. Devo. Rispondo. Il mio tono è quello di un condannato a morte che va verso il patibolo. Forse la mia sensazione e la mia emozione nel frangete sarebbe meglio paragonata a quella di un bimbo a cui la mamma sottrae un gelato per dargli una medicina. Ma fra pochi minuti sarò più propriamente, anzi realmente, un condannato a morte. Ciao, sono Elena. Di Troia? Domando io fra i miei pensieri, stando ben attento a non esprimerlo con parole alla mia attuale interlocutrice. Avrete capito, come capii subito io, che era Elena Garrone il mio direttore di dipartimento.  Ciao, dimmi. Solo il fatto che aveva deciso di entrare di botto con il “tu” era un gravissimo segno, lo sapevo. Quando si trattava di avere una conversazione formale, istituzionale, era d’obbligo utilizzare il “lei”. Quando si partiva in terza persona, alla francese, e poi ci si buttava a ridere e a darci del “tu”, la conversazione era scherzosa e allegra. Ma quando, con serietà, si inizia fin da subito con il “tu”, vuol dire che si sta parlando di cose fondamentali per la vita di tutti e di ognuno i componenti dell’organizzazione dell’ufficio e dell’istituzione stessa. Elena Garrone doveva dirmi qualcosa di molto importante e di grave. Inizia. Mi ha chiamato un distaccamento periferico del dipartimento di polizia di stato romano. Mi ha telefonato il comandante del distretto. Mi ha chiesto informazioni su Fabio Lizzo, su di te, e su Francesca Delfuoco. Ho chiesto perché? Mi ha detto che queste due persone sono state fermate mentre svolgevano una missione per contro del mio ufficio. Ho chiesto dove? A Latina. Può darsi che abbiano dovuto compiere un controllo catastale, azzardo. Esatto, risponde il poliziotto. Volevamo sapere, prosegue, lei è a conoscenza della trasferta, l’ha autorizzata, malgrado la pandemia, considerandola urgente? Qui avevo un groppo in gola, non sapevo cosa fare. Mentire voleva dire essere complici di non so che cosa, dire la verità, cioè che ero all’oscuro di tutto il vostro viaggio ed ero certa che non c’era nessuna missione da compiere al Latina voleva dire condannarvi. Qui io, Fabio Lizzo,  ho un tremito, il mio telefonino potrebbe essere controllato, e la Garrone sta dicendo troppo, la polizia e il giudice potrebbero farci un mazzo tanto, potrebbero farci male più dell’arnese di Giulia quando è al massimo della potenza. La Garrone è una fessa. Si sta incastrando anche lei. Oppure è il contrario, tremendamente furba e utilizza la nostra conversazione per informare la polizia della verità, consapevole anche lei che il telefono è controllato, senza esporsi troppo. Poi la mia superiore continua. Senta Lizzo,ahia mi chiama per cognome, intanto si prenda un po’ di ferie, non c’è bisogno di accendere il terminale del ministero da parte sua almeno per, diciamo, tre settimane. Io non dico nulla. Sapevo già da Francesca che questa sarebbe stata la decisione della Garrone. Gli propongo un gentile “buona sera” come congedo e chiudo il telefonino.

Chi era, Francesca? Mi fa Giulia con un tono che voleva apparire appositamente da gelosa. Rispondo no. Era Elena Garrone. Hai un’altra!? Bastardo, non ne bastano due. Risponde Giulia in tono faceto. Sa chi è la Garrone. L’abbiamo detto a lei sia io che Francesca. Sa che è il nostro capo. Poi mi fissa in volto. Che hai? Mi ha lasciato a casa, in ferie! E non sei contento? È vero che a casa c’eri già ma almeno non devi stare dietro alle scartoffie. Ridi, ridi. Dico io. Mi ha messo in ferie perché la polizia gli ha comunicato che sono invischiato nell’omicidio dell’onorevole Calispera e che sono andato a fare una gita con Francesca lei sa a Latina, ma noi sappiamo bene dove.. senza che fossi autorizzato dall’ufficio e, cosa più grave, dichiarando alle forze dell’ordine di esserlo. E ora purtroppo saranno guai anche per Francesca. Aggiungo. Pensa se sapesse che con noi c’era anche la nostra efficiente Elena Carsoli, dirigente amministrativa, giusto? Giulia alza le spalle. Chi cavolo si ricorda le balle che ha sfoderato Francesca per giustificare la mia presenza in macchina, sorride. Per te (Giulia) bastava il bocchino che ti ha fatto Francesca a giustificare il viaggio? Penso, sarcastico, ma non dico. Suona ancora il cellulare. È Francesca! Cosa c’è, gli dico. Siamo nella merda. Non dobbiamo dirci nulla di compromettente al telefono, penso. Aspetta, non drammatizzare. Provo a dire a Francesca. Aspetta a parlare dopo che siano evoluti gli eventi, il mio dire contorto vuole fargli capire che deve tenere la bocca chiusa, speriamo che capisca. Ma allora che facciamo! Dice Francesca, mi ha chiamato la Garrone. Anche a me, rispondo. Mi ha consigliato di prendermi qualche giorno di ferie, dice Francesca. A me ha imposto di stare a casa o meglio di non lavorare visto che a casa ci restiamo comunque grazie al lock down , rispondo io.  Io ho accettato la sua proposta, non sapevo che dirgli, replica Francesca, anche io rimango in ferie da adesso almeno fino al prossimo primo del mese, vuol dire quindici giorni. Insomma oggi ha utilizzato lo stesso metro di giudizio sia con me che con te. Dico alla fine.

Suonano alla porta. Io dico a Francesca: ti devo lasciare e interrompo la conversazione. Meglio, parlare al telefonino è rischioso, soggiungo fra me. Chi è? Faccio io. L’agente Mario Carri, sto scortando il nunzio giudiziario del tribunale di Roma. Buonasera, si presenta quest’ultimo, sono il nuncio del Tribunale di Roma, sezione penale. Sono il dottor Edgardo dell’Edera. È qui il signor Marco Ignome, sono io risponde Giulia. Il messo penale sbarra gli occhi, poi dice ah, mi mostri un documento. A quanto pare gli avevano detto che Giulia era un trans ma se n’era dimenticato, allora quando Giulia si è presentata prima ha avuto un sommovimento poi si è rilassato. Il dottor Dell’Edera aggiunge, rivolto a me, è lei per caso il padrone di casa, il signor Fabio Lizzo. Sono io rispondo. Ecco per voi due avvisi da parte del tribunale penale, controfirmati dal giudice la dottoressa Martina Buonasera e dal coordinatore dell’ufficio delle indagini preliminari e capo della procura, il giudice dottor Roberto Gualtieri. Li prendiamo, ognuno prende quello che è indirizzato a sé. Sono due mandati di comparizione, bisogna andare al tribunale a parlare con la Buonasera. Sono ambedue per il 22 marzo, fra un mese esatto. Ambedue nello stesso giorno. Ma il mio è un avviso a comparire per persona che potrebbe avere informazioni utili al caso, insomma mi chiamano come testimone. Per Elena, invece, c’è un avviso di garanzia per sospetto omicidio premeditato perpetrato ai danni del senatore Eugenio Callispera. Su ambedue gli avvisi c’era una postilla, evidentemente introdotta per decreto legislativo recentemente in tutti gli atti giudiziari. Diceva se l’emergenza sanitaria lo renderà necessario sarà possibile ascoltare vostra signoria in tele conferenza. Bah.

Intanto accompagnarono il nunzio alla porta, dopo che questi aveva gentilmente declinato l’invito a prendere un caffè. Salutiamo gentilmente il nostro ormai amico Mario Carri, poliziotto appena assunto in servizio ma con grande futuro. È impossibile che degustino con noi una qualsiasi bevanda sia per la funzione che svolgono, sia per il nostro ruolo nell’inchiesta e sia per la contingenza sanitaria. Giulia e Fabio senza neanche parlarsi andarono a spostare il divano, per controllare se avessero dimenticato di pulire qualche macchia di sangue di Igor. Non c’era sangue, ma non c’era neanche polvere, cosa usuale sotto un vecchio comodo sofà. Se la polizia entrasse a perquisire l’appartamento, anche questo sarebbe sospetto. La polvere sotto il divano è una prova, una prova di vita vissuta all’interno di una casa e che non si vuole cancellare anzi se ne è orgogliosi.

domenica 4 luglio 2021

UNA STOIRIA SBAGLIATA XIII PUNTATA


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POTREBBE PIOVERE”

Stavo lì con la pala a scavare una fossa sufficiente ad ospitare un cadavere in una zona periferica della provincia di Roma, ai piedi dei colli Albani. Pensando a questo dato di fatto mi venne in mente il film “Frankenstein junior” di Mel Brooks. Il dottor Frankenstein e il suo fido assistente Igor, cavolo si chiama come il nostro cadavere, vanno in un cimitero per cercare un corpo adatto a diventare “La Creatura”, il mostro. Dopo aver scavato nella terra putrida, disseppellito il cadavere e posto su un carro trainato da loro stessi a braccia, era un carrettino. Il dottore chiede a Igor, noi non lo potremmo fare, il nostro Igor è il cadavere, “cosa potrebbe succedere ancora” sottinteso di peggio, Igor risponde: beh, potrebbe piovere! Ebbene appena pronuncia queste parole appare un fulmine, a pochissima distanza di tempo si sente un tuono e comincia a piovere. Ecco anche per noi l’unica cosa che potrebbe succedere a peggiorare già una situazione pessima è la pioggia. Ovviamente direte: a si, la pioggia, vero, potrebbe essere la cosa peggiore? E se viene la polizia? Sono questi per voi veri problemi, altro che. Ovviamente non posso controbattere una vostra tale obiezione, avete ragione, se viene la polizia oppure vengono gli amichetti napoletani di Giulia per noi è nel primo caso la prigione, nel secondo caso, penso, ci aspetta la fossa ove faremmo compagnia al nostro Igor. Comunque tranquilli, almeno non piove. La notte è stellata, anzi no c’è una bella luna piena. Io corro alla memoria dei versi di Giacomo Leopardi: O graziosa Luna, io mi rammento: nel suo idillio dedicato “alla Luna”; oppure Che fai tu,Luna, in ciel? Dimmi che fai, // Silenziosa Luna? Lo strepitoso, bellissimo, commovente inizio del “canto di un pastore errante dell’Asia”. Leopardi è un mago delle evocazioni naturalistiche. Attraverso i suoi versi si possono vedere animali, paesaggi e persone. È il poeta della natura, idilliaco. Non nel senso che evoca paesaggi sereni tranquilli, diremmo piatti. Anzi è il contrario. Evoca ciò che i tedeschi chiamano lo sturm und drang, la tempesta dell’anima. Ma lo fa con estrema maestria dialettica, sapendo accarezzare il cuore del lettore, pur prospettandogli una vita dolorosa e di impegno infinito per raggiungere “solo” ( si fa per dire) la sopravvivenza. Ricordiamo la sua poesia “La Ginestra” in cui esalta la pianta capace di vivere e prosperare sulla bocca del Vesuvio, malgrado la lava che fuoriesce dai crateri. Insomma la Luna che vedo stasera mi evoca grandi eroi della letteratura, che sanno del dolore umano, ma che lo affrontano e invitano ad affrontarlo anche agli altri con stoico impegno. E pensare che Leopardi è considerato pessimista.. E’ invece il poeta che canta la capacità umana di superare ogni ostacolo, per poter costruire un futuro migliore. Malgrado la sua malattia, malgrado la sua morte prematura, è il poeta del cambiamento, è il poeta carbonaro che vuole rovesciare l’ancian regime. Proprio lui che è il rampollo di una aristocrazia di campagna, era di Recanati, e papalina, grida con i suoi versi “rivoluzione e Italia unita”. Quanto vorrei aver preso il suo esempio. Certo che mi basta pensare ai suoi versi per cogliere la bellezza del firmamento e del satellite naturale del nostro piccolo pianeta. Una cosa cattiva la devo dire. Giovanni Pascoli ha parlato degli stessi temi: il tema della natura (penso alla poesia “Vertigine”), il tema del rapporto dialettico fra eventi naturali e umanità, la sfida solitaria dell’uomo contro il fato, che nella poesia del XIX secolo perde perfino la sua connotazione divina e diviene solo un meccanismo di morte, a differenza dell’epoca classica che l’assurge ad entità onnisciente e sapiente. Però Pascoli non è Leopardi. La bellezza dei versi del recanatese è superiore a quella di quelli del nato a San Mauro di Romagna. Giacomo accende i cuori. Mentre penso a queste cose Giulia e Francesca mi dicono in coro: Stronzo, vuoi finire di coprire questo cadavere di merda, dobbiamo andarcene di corsa. Mi dico: ecco lo sturm und drang. Alto che tormento, passione, poesia. Bisogna fare di corsa e andare a casa. Poi aggiungo: pensando anche a dialoghi fatti fra noi del passato: ormai per ambedue sono “stronzo”, questo è il nome che mi attribuiscono nella nostre leason, altri amanti sono cucciolo, magari toro, emh, io sono stronzo, e va be’. Finito il lavoro, si riparte. Destinazione Roma, casa. Io al volante, loro due sul sedile di dietro. Le guardo dallo specchietto retrovisore, sono belle. Francesca si appisola, si poggia sulle spalle di Giulia. Non vedo il suo viso, che forse ha trovato nello stomaco dell’altra un comodo cuscino. Ma che succede? Vedo il viso di Giulia cambiare espressione. Si è ridestata, ma non è preoccupata, ne avrebbe certo motivo, ma sorpresa. Poi il suo volto sembra cercare l’estasi. Io immagino. Anche con disappunto, per la serie sono geloso di entrambe. Francesca da aver appoggiato la testa sui seni di Giulia è scivolata un po’ più giù, per citare una canzoncina del passato. Con le sue mani ha sollevato il vestitino di Giulia, ha preso con le mani il suo pisello, l’ha liberato dalle mutande, e, penso, gli stia facendo un bocchino. Esattamente come ieri l’ha fatto a me. Tutto ciò avviene nella mia vecchia “Escort”, per la serie anche il nome stesso della automobile evoca la situazione e i giorni che sto vivendo. Giulia muove le sue mani toccandosi i suoi seni prosperosi, forse vuole così aumentare il suo piacere che già gli stava dando l’azione di Francesca in basso. Cavolo, sbando. Giulia dice: stai attento stronzo,appunto,  ci vuoi far ammazzare! Pensa a guidare! “L’are” finale è pronunciato come se fosse un gridolino. Io correggo la guida della macchina, questo mi ha fatto tornare in me. Metto da parte la gelosia e affondo con la mia ironia. Una ironia volgare e dozzinale, quale può essere la mia, certo.  Il “verso” (posso chiamarlo così?) di Giulia mi ricorda una scena di un vecchio film comico americano. Si chiamava “Scuola di polizia”. Ecco la scena del film che mi balena alla mente. Il capo del’istituto di formazione dei poliziotti americani sta facendo un discorso di conclusione dell’anno accademico, terminato il quale dovrà consegnare i diplomi ai novelli poliziotti, il suo corpo è invisibile sia agli spettatori del film sia a coloro che nel lungometraggio dovrebbero essere gli ascoltatori del suo prolegomena. Solo noi spettatori, né l’oratore né i discenti vedono, scrutiamo da sotto il leggio una donna che si avvicina alle parti basse del capitano, chi ha visto il film sa che è una prostituta, poi il film taglia e inquadra solo il volto del capitano.  Si sente una abbassarsi di cerniera lampo, evidentemente quella dei pantaloni del comandante della scuola. Un rumore chiaramente centuplicato nel film, in realtà nessuno avrebbe potuto sentirlo. E da lì il capitano continua imperterrito il suo discorso, come se nulla fosse. L’unica, si fa per dire, stranezza è il cambiamento repentino dei toni a seconda dell’andamento del rapporto orale, che si presume stia avvenendo sotto il leggio. Il discorso del capitano, quando è al culmine del piacere, grida con decisione il suo entusiasmo per il risultato dei suoi alunni. Cavolo Giulia fa proprio come il capitano del lungometraggio. Francesca sta facendo un ottimo lavoro.

Intanto arriviamo a Roma, le due donne si accarezzano come se fossero state buone amiche da anni che si fanno effusioni che indicano un casto reciproco affetto.  Io penso che in realtà si accarezzano come due amanti dopo il goito. Ahi, una battuglia. Mettiamo tutti e tre le mascherine, io mi fermo. Francesca dice: calma fate parlare me. Salve, patente e libretto. Li mostro. Il poliziotto fa siete in contravvenzione per non rispetto delle norme stabilite del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri per fermare la diffusione del Covid. Penso, meno male che ci hanno fermato al ritorno. Perché? Risponde Francesca. Siamo impiegati del ministero delle finanze, incaricati ed autorizzati dalla nostra capo reparto a fare una trasferta a Latina. Questo lo appureremo, ovviamente, risponde l’agente. Rimane il fatto che il solo essere in tre su una macchina vuol dire infrangere le norme del DPCM. Lo sapete la normativa autorizza lo spostamento su una macchina di solo due persone, una avanti e una dietro. Merda! È l’unico pensiero che mi balena nel cervello, l’unica parola. E ora?. Francesca fa un sorriso. Abbassa il finestrino di dietro, ove stava lei, mentre prima ha parlato con il poliziotto facendo capolino dietro le mie spalle. Senta collega, posso aver l’ardire di chiamarla così, visto che siamo entrambi chiamati a svolgere un servizio al cittadino sotto l’autorità ministeriale? Ahia, prova a prenderlo per il culo con la retorica del “servitore dello stato”, penso, speriamo l’agente ci caschi se no finiamo da stasera, stasera? Stamattina!,  a Regina Coeli è chissà quando usciamo.. Francesca continua. Dovevamo andare a Latina, per un importantissimo accertamento catastale, il ministero, o meglio la sovraintendenza delle finanze deve decidere se farsi parte civile in un delicato processo che ha anche delle implicazioni residue di carattere mafioso. Si vuole conoscere la natura della proprietà di alcuni stabili, se sono stati acquistati per riciclare danaro di dubbia provenienza, nella, diciamo pure certezza, anche se ovviamente anche questo sarà il giudice a appurarlo, che c’è stata una evasione fiscale che ammonta a diversi milioni di euro. Ecco il motivo per cui stiamo scrivendo una relazione tecnica che mostreremo ai nostri diretti superiori e all’avvocatura dello stato. Posso vedere il vostro mandato? Dice l’agente di polizia. Francesca apre le app del suo telefonino. Mostra la mail di Elena Garrone. Spera che sia sufficiente e soprattutto spera che quei poliziotti non facciano indagini ulteriori e si accontentino delle sue dichiarazioni. Altrimenti? Altrimenti sarà per tutti e tre sicuramente la galera. Regina Coeli aspettaci. La mia collega continua. Senta mi rendo conto che abbiamo trasgredito un’importante norma di profilassi. Sono costernata. È stato un errore grave. Non abbiamo appurato per tempo che fosse necessaria la presenza di tre e non di due figure professionali. Quando ce ne siamo accorti non abbiamo avuto la possibilità di fare domanda di fornitura di un’ulteriore strumento di trasporto. Anzi, gentile collega, devo ammettere che il mio ministero non ci ha fornito alcuna macchina, come ben ha visto stiamo svolgendo la nostra missione utilizzando il mezzo di trasporto privato del mio collega, il dottor Fabio Lizzo, io sono Francesca Delfuoco. Interviene la voce narrante: Elena non si chiama dottoressa per, diciamo, modestia. Ma sa che devo intervenire io e dire: la dottoressa Francesca Delfuoco. Ovviamente lo faccio. Poi Francesca ha un momento di tentennamento, e anche a me e a Giulia batte il cuore. Poi parte. Accanto a me c’è la dottoressa Elena Carsoli. Io sono la dirigente amministrativa, il dottor Lizzo si occupa degli accertamenti catastali, la dottoressa Elena è esperta in questioni bancarie. Il poliziotto chiede di attendere un attimo. Si consulta con l’altro agente, che per tutto il tempo è stato zitto. Poi torna, chiede a Francesca di fare l’autocertificazione. Dice, facciamo finta che la dottoressa Elena non ci sia, per evitare scartoffie. Evviva che culo, penso. L’autocertificazione la scriviamo io e Francesca, evitiamo di parlare di ufficio nello specifico, parliamo di generiche impellenti attività professionali. Chissà forse ci salverà da guai giudiziari. Poi i poliziotti aggiungono: sentite la prossima volta comunque evitate di viaggiare a quest’ora. Lo so come funziona, anche io l’ho fatto, magari vi siete fatti mandare davanti all’ufficio catastale una lauta cena, pagata dal ministero, sorride, con un pony, e, facendo benissimo, avete aspettato un po’ prima di partire, ma sarebbe stato meglio se qualcuno vi avesse ospitato, cosi da partire questa mattina. Francesca risponde, tranquillizzata dal tono rassicurante dell’interlocutore, in questo periodo chi ci doveva ospitare? Già risponde il poliziotto. Si avvicina anche il suo collega e ci fa un cenno di saluto. Noi ora andiamo via.  Terminiamo il tragitto che ci porta alle nostre abitazioni. Lascio Francesca a casa sua. Io e Giulia andiamo al mio appartamento. Si conclude una nottata estremamente complessa.

Saliamo le scale. Entriamo nell’appartamento. Non posso più tacere. Chiedo a Giulia: perché? Lei mi fa: cosa “perché”? Ovviamente vuole dirmi: cosa vuoi chiedermi, per me non c’è nulla da spiegare. Ma ambedue, credo ne sia consapevole anche lei, sappiamo che una spiegazione debba esserci. Perché diavolo hanno fatto sesso in macchina lei e Francesca? Giulia alza le spalle. Non so cosa passasse per la testa alla tua collega. Dice. Io non ho fatto nulla. Cioè a parte tendere il mio uccello, ma è stato un atto istintivo. È lei che ha voluto farmi una fallatio. È la prima volta che la sento chiamare con questo termine quell’atto. Ma allora perché mi hai detto: guarda avanti, quando ti sei resa conto che io mi ero accorto del tutto e vi stavo osservando. Lei mi risponde: prima di tutto perché veramente temevo che finissimo morti ammazzati sulla strada, andando a sbattere ad un albero o a un palo, poi non sapevo che dire, non sapevo come definire e giustificare quello che stavamo facendo. Un tradimento nei tuoi confronti? Un giochino erotico a tre, con il terzo, che saresti tu, osservatore interessato? Probabilmente era solamente un modo per far scendere l’adrenalina che era nei nostri corpi, dopo gli eventi tremendi che abbiamo affrontato. Ti ricordi quando abbiamo fatto sesso dopo che io sono stata interrogata dal capitano Sportelli e dal suo vice, Corretta. Si decisamente lo ricordavo. Per la prima volta in vita mia ero stato violentato. Certo da Giulia, da una con cui avevo fatto l’amore sia prima che dopo quell’evento, ma rimane il fatto che in quel frangente mi ha abbassato di forza i pantaloni e mi ha messo il suo pisello nel culo. Senza che io potessi esprimere né con parole né con gesti un mio consenso, che infatti non c’era. Penso che si tratti proprio di violenza domestica. Giulia continua. Non so come interpretare il rapporto fra me e Francesca. Sembravamo solo due donne interessate al destino di un uomo, che è stato ed è amante di entrambi. Ci sentivamo un po’ come Margherita Sarfatti e Rachele Mussolini Guidi Mussolini ambedue, amante e moglie, preoccupate entrambe per le sorti di Benito Mussolini ferito in un attentato. Cavolo cita la vita di Mussolini, poi un episodio che neanche conosco. Sa sempre sorprendermi! Continuo a pensare. Lei continua. Poi la tensione della notte. Il fatto che io, proprio io, avessi ammazzato un uomo. Il fatto, immagino, che lei si sentisse sconvolta dall’idea di essere complice di un occultamento di cadavere e, in caso di arresto, sarebbe potuta essere anche indagata come complice di un delitto, di un omicidio. Questi due fatti, oggettivi incontestabili, ci hanno indotto a sentirci parte di un unico essere, come lo siamo con te quando facciamo l’amore. Se prima eri una unica essenza con Francesca, quando andavi a casa sua, e io facevo finta di credere che andavi lì per lavoro, ed eri un’altra essenza con me, una entità che amo profondamente quella composta da me e te. Ora siamo ancora un’altra essenza, un’altra unità di anime, in tre, insieme. Insieme torna. Eravamo insieme io e Giulia a formare una nuova forma di convivenza, ora siamo in tre ad essere unica cosa. Almeno così crede Giulia. Magari era inevitabile. Era inevitabile che Giulia e Francesca costruissero un rapporto fra loro, fondato sulla loro comune conoscenza biblica di me. Ma tutto questo mi fa tremare i polsi, anche più dell’idea di essere scoperto quale autore dell’omicidio del magnaccia romeno Igor, e anche più dell’idea, veramente orrenda, di essere accusato dell’omicidio del senatore Eugenio Callispera. Intanto il sole era già alto. Cominciava un altro giorno, senza sapere cosa mi aspetta, cosa ci aspetta

sabato 3 luglio 2021

UNA STORIA SBAGLIATA V PUNTATA

 


CONVERSAZIONI E SILENZI

Perso nei miei ricordi scolastici. L’amore fra Didone ed Enea può avere dei risvolti divertenti, penso, non è solo esametro, metro, leason di versi. Può essere anche eccitazione, coinvolgimento in una storia truce di torbido legame sessuale, può essere il racconto di un folle amore, quello di Didone, e di un crudele calcolo di opportunità, il comportamento di Enea. Certo in alcuni passi Virgilio è un bacchettone. La sua poetica è strumentale alla politica di austerità e di moralizzazione dei costumi voluta da Augusto. Appare a questo punto logico che Virgilio racconti che il suo eroe, Enea il Pio, lasci la lascivia dell’alcova di Didone a Cartagine, sollecitato dal dio Mercurio, il messaggero dell’Olimpo (in precedenza avevo detto che era stata la madre di Enea, Venere, a imporlo, ho sbagliato), per compiere il proprio destino di padre di una nazione (quella romana) in Italia. Ma Virgilio non era solo un bacchettone. Era un poeta di corte, e che corte la corte di Augusto il fondatore d’imperi. Era un uomo di campagna, proveniva da Andes, un oppidum romano nel mantovano. Quindi si sentiva un privilegiato, perché era stato scelto da Mecenate, il collaboratore di Augusto che si occupava dell’arte come strumento di esaltazione imperiale, per essere uno dei poeti che doveva esaltare la supremazia giuridica, etica, culturale e valoriale di Roma nei confronti di tutte le genti conosciute, anche e soprattutto, Roma doveva essere superiore non solo militarmente, dato oggettivo, ma anche culturalmente alla Grecia.

Ma la poetica di Virgilio non era solo propaganda ed ideologia, avrebbe coniato questo concetto millenni più tardi Antonio Gramsci. La poetica di Virgilio era il canto della natura, la ricerca instancabile e, allo stesso tempo, disperata degli uomini di trovare un equilibrio con la natura. Era il poeta che cercava il puer, il fanciullo che avrebbe salvato il mondo, come scrive nella IV egloga, una delle sue opere più famose ed importanti, così fondamentali da essere la causa per cui Dante Alighieri lo scelse come guida nell’Inferno e nel Purgatorio. Chi era il puer? Era la manifestazione più evidente dell’ambiguità dello scrivere di Virgilio. Per i suoi committenti per il figlio di Ottavia, la sorella dell’imperatore, e di Marcantonio. È questo gli fa credere Virgilio. Ma il puer era una figura che travalicava l’intenzioni dei committenti. Doveva essere il latore di un mondo nuovo e di cieli nuovi. Era forse il frutto che hanno avuto alcune religioni orientali dionisiache, sul poeta latino. Si attendeva un’età nuova, diversa, credo, da quella che stava producendo l’imperio di Ottaviano. Una età fondata si sulla pace, come era quella di augusto, ma una pace non fondata sulle armi ma sull’armonia. Una pace panica, cioè voluta dal dio Pan, il dio della natura.

Virgilio era questo. Era esaltazione del potere delle armi di Augusto. Ma anche cantore della serenità prodotta dalla vita raccolta e avulsa da tutto ciò che è attività pubblica. Si direbbe un epicureo di mala voglia convertito ai doveri della vita pubblica romana. Che bello pensare alla grandezza di questo poeta che doveva segnare nel millenni la storia del genere umano. Che bello pensare che le sue poesie siano un fecondo prodursi di armonia e bellezza. Il suo esametro, il metro del suo poetare, è ordine e continuità, anche quando una il giambo o il dittico, ritmi più pressati, non rinuncia all’armonia che è propria della sua poetica.

Ora faccio fatica a non perdermi nel ricordo piacevole che produce la lettura dei versi virgiliani. Mi fa ricordare la scuola. Non solo i cattivi voti, che collezionavo, sono sempre stato un pessimo studente. Ma mi fa ricordare anche le amicizie, i rapporti di fiducia e di legame fra compagni, le  prime “storie” con le ragazze. L’assoluta mancanza di codici di comportamento preconfezionati, che mi portava a costruire rapporti interelazionali autentici. La gioventù non è idillio. La gioventù è dolore e scoramento, alternati a momenti di eccitazione e di coinvolgimento emotivo. Quello che rimane, però, di prezioso di quella età è che tutti, tutti noi esseri umani, in quel tempo siamo come fossimo solo orecchi pronti a percepire il bello e il fecondo della vita.

Ora mi interrogo sui miei destini, la mia vita come sarà, cosa produrrà il mio disordinato procedere nel tempo? Cosa sarà dei miei rapporti umani con Francesca e Giulia? Cosa sarà della mia vita procellosa? Tutto sembra fermo inglobato in una nebbia fitta. Non riesco a procedere. I miei occhi si fanno sempre meno consoni a scrutare ciò che mi si aspetta nel procedere della vita terrena. Vorrei trovare un senso che in realtà mi appare inesistente.

Un attimo, cosa succede? Mentre mi arrovello in queste domande esistenziali bussano alla porta. Chi sarà? Guardo dallo spioncino: è Giulia! Non c’è nessun pensiero che frappone il mio scrutare dallo spioncino la sua sagoma e l’aprire la porta. Opsh! Mi prende lo scoto destro. Me lo afferra con decisione, quasi fosse un trofeo che è da conquistare. Mi fa male. Ma mi fa drizzare l’uccello. Che piacere. Che perdita di sensi. Le mie mani toccano le sue tette. Sono momenti di estrema lussuria per i miei sensi. Ora lei entra per intero nella mia casa. Si solleva la gonna di lana, si abbassa le mutande. Mi dona il suo culo, piegandosi e voltandosi di spalle. Io non penso più da tempo. Mi slaccio la cintola dei pantaloni. Mi Sbottono, mi abbasso la cerniera lampo, mi abbasso le mutande il necessario per far uscire il cazzo. E via, il paradiso. Tutto un continuo barcamenarsi, un andare giù e sì, come fossimo su una scialuppa in piena tempesta, penso ai poveri morti annegati nel Mediterraneo e un po’ anzi molto mi vergogno. Ma continuo ad andare, esattamente come fa ogni italiano davanti alla disgrazia di poveri profughi e migranti morti nella disperata ricerca di lidi migliori di quelli che hanno lasciato.

A parte lo struggimento morale che produce la mia ipocrisia che non riesce a far indietreggiare il proprio bisogno di piacere neanche davanti al dolore di innocenti. Rimango qui nel disperato gesto di amore, di sesso, fatto assieme a Giulia. Il mio pene entra nel suo orifizio anale. Si gonfia per il piacere che procura il contatto con la pelle di lei. La felicità è lungi da arrivare, ma la lussuria, che fa perdere il senso stesso dell’agire raziocinante è tutta qui. Non so perché sia tornata, non so se da oggi in poi prenderà l’abitudine di venirmi a trovare ogni giorno. È già due giorni che viene. Io non posso che chiudere in me tutto il piacere che mi procura, con i suoi gesti e movenze feline, per almeno illudermi che la felicità possa essere per sempre. Pensate queste parole sento uscire dal mio corpo l’ineffabile mistura biancastra che rappresenta la vitalità. Tutto è, già, finito. Ma abbraccio i fianchi della mia Giulia. Quanto vorrei che la mia, la sua, la nostra felicità durasse per sempre.